Opinioni

Trump e i dazi, emblema del suo unilateralismo

Le tariffe sono uno degli strumenti privilegiati della politica estera del presidente degli Stati Uniti
Mario Del Pero

Mario Del Pero

Editorialista

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump - Foto Epa/Samuel Corum
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump - Foto Epa/Samuel Corum

Le tariffe medie in vigore oggi tra Usa e Ue sono dell’1,35% per le importazioni europee dagli Usa e dell’1,47 per quelle statunitensi dall’Europa. Livelli storicamente bassissimi e assai poco discriminatori per quello che rimane, sulle rotte nordatlantiche, lo spazio economico più ampio e integrato al mondo. Nel quale l’Ue ha un largo attivo nella bilancia commerciale (157 miliardi di euro nel 2023) e gli Usa in quella dei servizi (109 miliardi di euro sempre nel 2023). E dove in un mondo normale, le correzioni volute da una parte o dall’altra sarebbero discusse in complessi negoziati multilaterali fatti di baratti, concessioni e compromessi.

In un mondo normale, ma non in quello di Donald Trump. Che torna a prospettare dazi altissimi (30%) e generalizzati sulle importazioni dall’Europa, anche se ancora una volta ne differisce di alcune settimane l’entrata in vigore. Cosa ispira l’agire di Trump? Vi sono una strategia e una logica dietro queste reiterate minacce di scatenare una guerra commerciale con il principale partner degli Stati Uniti? La risposta sta nel mix d’ideologia, incultura politica e spregiudicatezza che concorre a determinare l’atteggiamento dell’attuale Amministrazione statunitense. Vi è, innanzitutto, la propensione a leggere l’economia internazionale in modo molto basico, isolando una singola variabile – il deficit esterno – che per quanto importante deve invece essere contestualizzata entro un’equazione assai più complessa.

Agisce la promessa di usare i dazi sia per fare cassa, compensando magari i deficit destinati a essere provocati dalla nuova Legge di bilancio, sia per rilanciare l’industria interna, proteggendola dalla competizione internazionale. Ma vi è soprattutto una dimensione fortemente simbolica, che rende i dazi uno degli strumenti privilegiati della politica estera trumpiana. Il loro costituire emblema e mezzo di un unilateralismo che sembra sostanziare la promessa trumpiana di poter riconquistare la libertà perduta: di riacquisire quella sovranità sacrificata sull’altare della globalizzazione; di emanciparsi dalle interdipendenze delle catene globali di valore da cui gli Usa dipendono e che non possono controllare.

Il presidente Usa - Epa/Shawn Thew
Il presidente Usa - Epa/Shawn Thew

Accanto a questo, vi è la seconda funzione dei dazi: quella di rappresentare mezzi di pressione per piegare i propri partner su dossier altri da quelli strettamente commerciali. Strumenti di una diplomazia coercitiva e, ancora una volta, molto unilaterale. Nel caso specifico dell’Europa, quel che l’Amministrazione Trump chiede non è un mistero e viene anzi quotidianamente sottolineato a Washington: più spesa in difesa, per ridurre gli oneri militari degli Stati Uniti; abbandono di progetti di tassazione o regolamentazione delle multinazionali statunitensi, in particolare quei giganti digitali che hanno in Europa un loro mercato fondamentale; maggior impegno nel partecipare al disaccoppiamento dell’economia occidentale da quella cinese; sostegno nel finanziamento dell’oneroso debito statunitense.

In questi mesi i Paesi europei hanno concesso moltissimo. Si sono impegnati ad aumentare i loro budget militari (anche se la soglia del 5% sul Pil da raggiungersi in dieci anni è del tutto chimerica). Hanno accettato di esonerare le multinazionali Usa dalla tassa minima globale. Hanno blandito in tutti i modi Trump, con forme – pensiamo alla famosa lettera del Segretario Generale della Nato, Mark Rutte – non sempre decorose. Se Trump darà corso a questa sua ultima minaccia, l’Unione Europea si troverà di fronte a un bivio, ché in una certa misura ne andrà della stessa tenuta del progetto europeo. E l’auspicio è che a Bruxelles così come in tante capitali del Vecchio Continente ci si decida finalmente a raddrizzare la schiena, che almeno sul commercio l’Europa è una grande potenza ed è giunto il momento che si comporti in quanto tale.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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