L’inconsistenza politica del Vecchio Continente

La trattativa sui dazi americani sta procedendo con grande affanno, tra alti e bassi, tra faticosi avanzamenti e precipitosi arretramenti, tra promettenti aperture e repentine smentite. Colpa della volubilità di Trump, ma colpa anche della disunione che regna tra i 27 membri dell’Ue, accompagnata dal tentativo di molti di loro di strappare condizioni di favore al tycoon di Washington.
Di volta in volta, Bruxelles minaccia ritorsioni, ma poi si convince che le conviene far cadere ogni proposito bellicoso, ben sapendo che dell’America non può fare a meno se vuole conservare una qualche protezione dall’orso russo. È l’ennesima riprova dell’inconsistenza politica del Vecchio Continente.
Non c’è vertenza internazionale in cui l’Europa non accusi una sua minorità politica. Sulla guerra tra Israele e Hamas non tocca palla. Si scandalizza per il massacro in corso a Gaza ma non riesce, non può fare nulla. Sull’eccidio perpetrato da Putin in Ucraina, idem: si agita molto, ma conclude poco. In Tunisia è riuscita persino a farsi cacciare prima ancora di aprire bocca, fino a subire l’umiliazione di vedere respingere una propria delegazione perché «presenza indesiderata».
Come si spiega che un gigante economico come il nostro continente continui ad essere un nano politico? Eppure, nel mondo gode di una grande considerazione. Suscitano ammirazione il suo unico, inimitabile patrimonio storico-artistico, le sue bellezze naturali, la sua qualità della vita, l’alto livello di libertà e di democrazia che vi regna. Insomma, rimedia grandi apprezzamenti per la sua civiltà, ma poca considerazione per la sua statura internazionale.
Per trovare una risposta a questo, apparentemente paradossale, interrogativo può essere utile condurre il confronto con i Paesi che in politica estera contano davvero. Può cambiare la qualità della loro democrazia interna, può cambiare il profilo dei loro premier, possono essere inaffidabili come uomini di Stato (Trump), possono essere degli autocrati (Erdogan), possono essere temibili tiranni sanguinari (Putin o Xi Jinping), ma hanno una caratterista comune. Tutti dispongono di un’arma potente (anche la bomba atomica) da mettere sul tavolo quando siedono a trattare la composizione di un conflitto. Morale: in politica estera contano poco – alla resa dei conti, non contano nulla – i buoni sentimenti. Conta la forza con cui si possono far valere le proprie pretese, i propri interessi, le proprie ambizioni.
Domandiamoci: di regola tra due litiganti chi è destinato ad avere la meglio? Chi ha ragioni da vendere ma è a mani nude o chi fa il gradasso ma ha in tasca una pistola? È vero che la diplomazia è un’arte sottile, ma non deve essere tanto sottile da essere incorporea.
Da quando l’Europa si trova con ben due guerre sulla porta di casa, è stato tutto un invocare un’iniziativa diplomatica che riesca a por fine a queste carneficine perpetrate a danno soprattutto di civili inermi. Può darsi che l’Europa – e ciascun Paese al suo interno – non abbia fatto quanto necessario, quanto avrebbe potuto per propiziare la pace. Certo è che, di fronte a un volonteroso propugnatore della pace che si presenta a mani vuote, un belligerante (sia Putin o Netanyahu) che è convinto di essere nelle migliori condizioni per trarre profitto dalla continuazione del massacro, è facile che faccia orecchie da mercante a quei diplomatici che lo invitano a deporre le armi.
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