«In aumento le persone sole, adulti e anziani senza figli»

La professoressa Giulia Rivellini, statistica della Cattolica, analizza l’invecchiamento della popolazione e i rischi di isolamento sociale
Aumenterà nei prossimi anni il numero di anziani, spesso soli
Aumenterà nei prossimi anni il numero di anziani, spesso soli
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Il dodicesimo rapporto sulla Qualità della vita, la ricerca promossa dal Giornale di Brescia in collaborazione con Bper Banca, si avvale quest’anno della collaborazione dei due atenei cittadini, ovvero l’Università degli studi di Brescia e l’Università Cattolica del Sacro Cuore.

Oltre agli interventi del rettore Castelli e del prorettore Taccolini, altri professori hanno commentato, ciascuno per il proprio ambito di studi, uno dei temi principali oggetto della ricerca.

Questo l’intervento della professoressa Giulia Rivellini, ordinaria del Dipartimento di Scienze statistiche in Cattolica a Milano.

I rapporti sulla crisi demografica in Italia raccontano di un fenomeno che non conosce crisi. Siamo una società sempre più anziana: secondo le stime quando si assisterà ad un assestamento?

Secondo le ultime previsioni demografiche dell’Istat, aggiornate al 2024 non è previsto alcun assestamento da qui al 2050, quando la quota di anziani di 65 anni e più sale al 34,6%, dal 24,3% odierno. Anche guardando oltre, fino al 2080 le previsioni – che ricordiamo si fondano su un insieme di ipotesi nei confronti della fecondità, della mortalità, dei trasferimenti di residenza interregionali e dei movimenti con l’estero – dicono che con una probabilità pari al 90% la quota di ultrasessantacinquenni potrà cadere tra il 32% e il 39,7%. Per questo, anche avvicinandoci all’estremo più basso del range, si confermerebbe la crescita della percentuale. L’età media, in uno scenario mediano, aumenterebbe di circa 5 anni, da qui al 2080 (da 46,6 a 51 anni). Ricordiamo comunque che fare ipotesi su un arco temporale così lungo è difficile. Solitamente si guarda ai valori previsti da qui a 20-30 anni.

Nel frattempo, come cambierà la nostra società? Potrebbero esserci ripercussioni anche sulla socialità, sulle interazioni, sull’aggregazione?

Per immaginare ripercussioni sulla dimensione sociale è necessario guardare anche alle trasformazioni familiari, sempre previste dall’Istat. Pur prevedendo un lieve aumento, dell’1%, del numero complessivo di famiglie tra il 2024 e il 2050, tale crescita deriverà prevalentemente da un incremento di quelle senza nuclei, ossia di famiglie dove non è presente una relazione di coppia o una di tipo genitore-figlio.

Crescerà la quota di persone che vivono sole sul totale delle famiglie e quella di adulti o adulti-anziani senza figli. Questo accadrà per l’effetto congiunto dell’invecchiamento della popolazione, del prolungato calo della natalità, dell’aumento dell’instabilità coniugale, in seguito al maggior numero di scioglimenti di legami di coppia.

Queste trasformazioni porteranno a investire nel rafforzamento delle reti sociali di vicinato, amicizia, conoscenze più che nelle interazioni con i familiari conviventi o non che saranno sempre meno numerosi. L’interazione con gli altri sarà sempre più favorita da spazi aggregativi offline e online, al di fuori delle mura domestiche. I contesti lavorativi, gli spazi abitativi privati, ma non pubblici, i luoghi di fruizione del tempo libero, le realtà associative di quartiere, i centri polifunzionali potrebbero favorire l’incontro tra persone, anche di generazioni diverse.

Un problema forse sottovalutato è quello della solitudine. Oggi viviamo in città più solitarie, soprattutto per gli anziani. Quali rischi si palesano per gli anziani del domani?

Rischio di isolamento sociale, rischio di non avere una rete di supporto emotivo e o di compagnia; rischio di percepirsi abbandonati. Soprattutto per i grandi anziani, potenzialmente più fragili nell’accesso ai servizi e a maggior rischio di solitudine o vulnerabilità relazionale. Rischio di non essere accompagnati nel mantenersi aggiornati con le evoluzioni tecnologiche e con il processo di digitalizzazione delle competenze e conoscenze. Rischio di non poter accedere ad una socialità di prossimità.

Nel dibattito pubblico ricorre spesso la necessità di politiche per la famiglia strutturali allo scopo di incentivare la natalità. È davvero questa mancanza di «attenzione» statale alle nascite a influenzare la denatalità o e soprattutto l’effetto di un mutamento della società rispetto ai paradigmi del passato?

Penso che sia difficile distinguere l’effetto di queste due insiemi di cause. Entrambi hanno un contributo nella riduzione della fecondità che si osserva da ormai quasi un ventennio. L’andamento decrescente delle nascite prosegue infatti senza soste dal 2008 e in questi anni si sono osservati molti cambiamenti sul piano politico e sociale.

L’attenzione da parte di governi, anche se con modalità ed intensità diverse, non è mai mancata. Il tema della conciliazione tra vita familiare e lavoro è ormai condiviso a tutti i livelli del mondo produttivo; le donne possono studiare, fare carriera e avere relazioni affettive. E gli uomini anche. Pur tuttavia le problematiche economiche associate al costo della vita, l’incertezza sul futuro, la possibilità di vivere relazioni affettive stando a casa dei genitori, la scarso valore che viene riconosciuto all’esperienza dell’essere madre o padre, o anche solo all’intraprendere una vita autonoma, bloccano uno dei passaggi fondamentali della transizione allo stato adulto, quale è quello dell’avere un’autonomia residenziale, essenziale per fare un progetto di vita familiare. Negli anni precedenti il contesto economico e sociale era probabilmente più ricettivo nei confronti dell’avere dei figli, come segno del legame che unisce due persone.

Negli ultimi anni si parla frequentemente di ritorno alla montagna, ai paesi, ai piccoli comuni. Si tratta di tendenze passeggere, di fenomeni di nicchia o di segnali di mutamenti prossimi?

Queste tendenze andrebbero osservate distinguendo per fasce di età, aree di residenza e bisogni percepiti. Ci sono alcuni comuni montani di aree interne o appartenenti a comunità montante che vivono il problema opposto dello spopolamento, contro il quale si combatte investendo sul turismo sostenibile, sull’attrazione di nuove imprese, sulla connettività e la digitalizzazione o sulla qualità della vita dei residenti, come la costruzione di nuovi servizi sociali e la promozione della cultura. Queste operazioni possono portare ad un ritorno ai piccoli comuni, anche montani, anche da parte di giovani intraprendenti e aperti a lavori dove è prevalente il contatto con la natura.

D’altro canto, per attirare adulti o adulti anziani in ritiro dalla vita lavorativa, i minori costi della vita cittadina, la raggiungibilità dei servizi ospedalieri e sanitari, una buona rete di trasporti pubblici, prevista anche per piccole distanze, potrebbero essere fattori attrattivi per chi ha già mantenuto un legame vivo con la realtà di destinazione. La presenza di figli e la residenza in contesti rurali fatti di piccole comunità, percepite come sicure e raggiungibili facilmente dalle abitazioni private, ha favorito tra gli ultrasessantacinquenni una ripresa nella relazionalità a seguito di una situazione emergenziale come quella pandemica.

In un’ottica di più lungo periodo, anche piani di investimento per favorire condizioni sociali e ambientali correlate ad una buona salute – come ad esempio la riduzione delle diseguaglianze socio-economiche, il potenziamento delle reti sociali di vicinanza e supporto, la creazione di spazi abitativi che facilitino l’interazione tra le generazioni, l’offerta di servizi culturali, impianti sportivi, spazi, tariffe agevolate per svolgere costantemente attività fisica a tutte le età – potrebbero spingere i cittadini a spostare la propria residenza per affrontare l’invecchiamento.

Le indagini sociali raramente indagano il tema delle prospettive sui luoghi di vita futura e quindi non è facile fare previsioni. Si possono osservare le tendenze, i comportamenti e fare su questi delle valutazioni, ma elaborare teorie e da qui scenari mi pare azzardato.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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