Invertendo una storica battuta di Henry Kissinger viene da chiedersi: «Che numero di telefono hanno i Democratici americani?» È probabilmente la domanda cui cercano una risposta i governi, non solo europei, duramente colpiti in questi ultimi due anni dalle prepotenze di Donald Trump, alla ricerca di una relazione più distesa con gli Stati Uniti. In effetti, se con il voto del 3 novembre i Democratici hanno ottenuto il controllo delle due Camere del Congresso, non hanno un leader, un interlocutore di riferimento. Con chi potranno interloquire leader e governi stranieri, alla ricerca di un riassetto delle loro relazioni con gli Usa, non è affatto chiaro.
Una mancanza non da poco. Indicatrice di visioni diverse all’interno del Partito Democratico, ma non sarebbe corretto parlare di correnti, su temi di politica interna, così come su quelli della politica internazionale e, quindi, delle relazioni transatlantiche. Uno spettro di visioni articolate, da quelle dei liberals più radicali (tra questi Abdul-el-Sayed, neo senatore del Michigan, sostenuto da Obama), alle riformiste (James Talarico, neo governatore del Texas) a quelle più aperte al dialogo coi repubblicani, ma quelli autentici (Roy Cooper, neo senatore della North Carolina).
Nonostante il forte deterioramento in atto nei rapporti tra Usa e Ue, il tema è rimasto assolutamente marginale, per non dire ignorato, nella campagna elettorale dei democratici. Ma ciò è pure stato vero per l’insieme della politica estera; i temi dominanti sono stati quelli economici e sociali del Paese. Se non emerse nel corso della campagna elettorale, le posizioni dei Democratici nei confronti dell’Ue e dei rapporti transatlantici, sono pur emerse da precedenti dichiarazioni dei loro leader. Come si posizionano, dunque, i Democratici sui temi europei resi caldi da Trump?
Su quello più caldo, ossia la difesa, non pochi in Europa rimarranno male. Le tre visioni, con pochi distinguo, convergono: l’Europa è chiamata a fare di più per la sua stessa difesa, detto in termini meno crudi, deve perseguire la propria autonomia strategica. Non illudiamoci: non c’è, tra le tre componenti, una prospettiva di ritorno alla vecchia divisione dei compiti nella quale gli Stati Uniti erano garanti della sicurezza europea e gli europei beneficiavano prevalentemente di quella protezione. Non siamo più rentier della difesa, la nostra sicurezza dobbiamo costruircela. Non aspettiamoci inversioni di tendenza.
L’Europa guarda con preoccupazione al disimpegno finanziario di Trump per l’Ucraina. Tuttavia, su tale tema le tre visioni dei Democratici non coincidono. I radical-liberals pongono l’accento sullo sforzo diplomatico, sono scettici sull’utilità di un continuo sostegno militare per via del peso economico sul bilancio federale, dunque sul contribuente americano. Per i riformisti, gli Stati Uniti dovrebbero, per contro, continuare a fornire aiuti militari, mentre le sanzioni alla Russia dovrebbero essere valutate in base agli effetti negativi per l’economia americana.
Terza questione, i dazi. È qui dove emergono le maggiori differenze tra le tre visioni. I radicali sono strutturalmente critici del libero commercio, ritengono legittimo utilizzare i dazi per proteggere l’occupazione e la produzione nazionale. Guardano al protezionismo come a uno strumento per contrastare la concorrenza internazionale. I riformisti non sono, in linea di principio, contrari al libero scambio, purché all’interno di regole tali da assicurare condizioni di concorrenza leale, nonché le adeguate tutele per il lavoro e l’ambiente. Infine, la componente dialogante dei Democratici è vicina alla tradizionale (di fatto sradicata da Trump) impostazione liberista e internazionalista dei Repubblicani d’un tempo.
Tre le sfumature del blu dell’onda. Mentre neppure ciascuna visione si raccoglie attorno a un leader. Per l’Europa in cerca di ricostruire un rapporto tanto deteriorato, resta il problema di quale numero chiamare.




