A inizio 2027 il nuovo Congresso Usa a trazione democratica si insedierà ufficialmente. Sarà in quel momento che si potranno davvero misurare gli effetti delle elezioni di midterm, visto che proprio a questo organo costituzionale spettano competenze in materia bilancio, spesa pubblica e commercio e «nonostante Trump abbia fatto di tutto, a colpi di decreti esecutivi, per spostare il baricentro decisionale».
Per Raffaella Baritono, professoressa ordinaria di Storia e politica degli Stati Uniti all’Università di Bologna, si va quindi incontro a «inevitabili conflitti» tra l’organo parlamentare, «con il Congresso che secondo l’assetto costituzionale statunitense partecipa alla decisione politica», e il presidente.

Professoressa, cosa dobbiamo aspettarci nei prossimi mesi?
Innanzitutto bisogna capire se il Congresso, forte di questa maggioranza democratica, istituirà commissioni d’indagine per capire se da parte della presidenza ci siano state storture e interpretazioni eccessive in alcuni ambiti, in primis quello economico e a partire dai dazi, con conseguenze dirette sui rapporti con Europa e Cina. Le spese inoltre vengono stabilite a livello parlamentare e ciò ha una ricaduta anche in tema di politica estera, visto che ogni impegno delle forze armate ha bisogno di coperture di bilancio. Dati postura e carattere di Donald Trump non c’è però da aspettarsi un atteggiamento aperto da parte sua.
Facciamo un piccolo passo indietro. Qual è il significato che per primo emerge da questo voto?
C’è stata una grande mobilitazione dell’elettorato democratico così come di fasce di popolazione che avevano votato Trump nel 2024: da loro è arrivato un segnale forte di dissenso nei confronti delle scelte dell’amministrazione. Il secondo segnale fa riferimento al partito democratico, che dovrà ridefinire la propria agenda politica ed economica, riportando al centro giustizia sociale, redistribuzione della ricchezza e difesa dei diritti e riuscendo a conciliare questi aspetti. Perché le differenze di etnia, genere e religione sono aspetti che devono essere presi sul serio, senza però sganciarli dalla qualità di vita delle persone.
Centrale quindi è la questione economica, tra gli elementi che hanno portato alla débâcle repubblicana.
È un tema che ha pesato particolarmente su chi aveva votato Trump nel 2024, quel ceto medio disatteso che si era fidato delle sue promesse elettorali in politica estera e interna. C’è poi un elemento da non sottovalutare e cioè la valorizzazione in questi ultimi due anni di un potere sempre più significativo dei tycoon della Silicon Valley. Oltre a ciò ha pesato sul voto il processo di arricchimento del presidente, dei suoi familiari e della sua più stretta cerchia, con la trasformazione della presidenza in una cleptocrazia che non si era mai vista nel contesto americano. Tutti questi elementi hanno reso palpabile la differenza tra l'arricchimento di pochi e la situazione della maggior parte dei cittadini americani, una disuguaglianza che si somma alle politiche repressive sull’immigrazione, al fondamentalismo in certi Stati e al depotenziamento delle agenzie di regolamentazione ambientale.
Come esce il partito repubblicano dal voto?
Già Steve Bannon alla vigilia delle elezioni aveva detto che ci sarebbe stato uno scontro interno sia nel partito sia in senso allo stesso movimento Maga, tra i critici della guerra con l’Iran e dello scandalo Epstein e chi invece ha sostenuto la politica aggressiva e di appoggio acritico a Israele del presidente. Ora, dopo l’inequivocabile esito del voto, si apre una partita decisiva per i repubblicani, anche perché nella corsa al Senato hanno perso anche in quegli Stati che avevano votato Trump in modo massiccio: Texas, Kansas e alcune contee dell’Indiana su tutti.
Può scrollarsi di dosso la narrazione Maga e lo strapotere trumpiano?
Deve farlo affrontando due questioni. La prima è la riscoperta di quell’anima conservatrice che ha perso negli ultimi tempi in nome di una destra nazionalista, cristiana e suprematista, riposizionandosi con una rinnovata agenda di stampo economico liberista. La seconda invece è la presa di distanza da questa amministrazione, anche perché la posizione di Trump, che nel 2028 non potrà essere rieletto, si è fortemente indebolita: è un’«anatra zoppa». La leadership repubblicana deve decidere di smarcarsi, cosa che fino ad ora non ha mai fatto.




