La scossa tellurica partita dalle urne d’oltreoceano ha impiegato pochi minuti ad attraversare l’Atlantico per abbattersi direttamente sui palazzi della politica romana. La netta battuta d’arresto di Donald Trump nelle elezioni di metà mandato, con i democratici capaci di strappare il controllo del Congresso, si è trasformata all’istante nel detonatore di una giornata incandescente lungo l’asse Montecitorio-Palazzo Chigi. Da una parte c’è un’opposizione progressista che stappa virtualmente lo spumante e parla senza mezzi termini di «inizio della fine» per l’internazionale sovranista; dall’altra una maggioranza visibilmente spiazzata.
Nel campo largo il clima è da liberazione. I dirigenti del Partito Democratico e del Movimento 5 Stelle non hanno perso un secondo per salire sui palchetti social e dettare la linea. L’esito del voto americano viene descritto come la prova provata che il vento populista ha esaurito la sua spinta propulsiva a contatto con la realtà del carovita e delle tensioni internazionali. Si moltiplicano le dichiarazioni trionfali: l’argomentazione dominante è che quando la destra identitaria governa ed esaspera le fratture sociali, la risposta democratica alle urne diventa implacabile. Per i leader dell’opposizione non si tratta di una faccenda esclusivamente a stelle e strisce, bensì di un avviso di sfratto morale recapitato direttamente al governo nostrano.
Tutt’altra musica sul versante del centrodestra, dove regna una paralisi comunicativa che racconta più di mille comizi. Chi fino a poche settimane fa rivendicava una vicinanza ideologica e una sintonia privilegiata con il tycoon newyorkese oggi si ritrova a glissare freneticamente davanti ai taccuini dei cronisti. La Lega di Matteo Salvini, storicamente la più sbilanciata nell’esaltazione del modello Maga, sceglie un profilo bassissimo, limitandosi a formule di circostanza su una fisiologica oscillazione del consenso. Forza Italia prova a rifugiarsi nella consueta postura atlantista e istituzionale, sottolineando che i rapporti bilaterali trascendono le maggioranze congressuali. Tajani mette le mani avanti: «Non siamo mai stati trumpiani». Ma il nervosismo trapela nitido: l’alleato americano esce dal voto con le ali tarpate, costretto a una faticosa convivenza con le Camere d’opposizione.
A pesare come un macigno sulla scena continentale è però l’atteggiamento di Giorgia Meloni. «Continuiamo a collaborare con il governo negli Stati Uniti. Non commentiamo le dinamiche di politica interna di altri Paesi», ha detto con una dichiarazione scarna e di routine. Mentre le cancellerie europee, da Berlino a Parigi, hanno rapidamente commentato l’esito elettorale tracciando scenari di cooperazione con la nuova maggioranza di Capitol Hill, la premier italiana resta l’unica leader di governo dell’Unione a non prendere posizione. Trincerata dietro gli impegni istituzionali e una linea di prudenza al limite del congelamento,
Meloni temporeggia. Parlare significherebbe certificare la sconfitta di un riferimento politico estero cruciale; ignorare il dato espone l’esecutivo alle accuse di subalternità e isolamento. Nel Transatlantico romano la convinzione è una sola: questo silenzio ostinato è la misura esatta della difficoltà in cui si trova la maggioranza di fronte al nuovo corso americano.




