Opinioni

Il bipolarismo di fatto e i dolori del campo largo

Di fronte alla nuova legge elettorale, sulle spalle del centrosinistra pesano l’eredità di identità storiche e ideologiche tra loro conflittuali e il rifiuto della personalizzazione della politica
Roberto Chiarini

Roberto Chiarini

Editorialista

Elly Schlein e Giuseppe Conte - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Elly Schlein e Giuseppe Conte - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Non sappiamo ancora con certezza se voteremo con questa legge elettorale, in particolare se il premio di maggioranza rimarrà ancorato alla soglia del 42% e se l’indicazione del candidato premier resterà un vincolo di legge. Lasciamo pure da parte i calcoli e gli interessi di bottega, che hanno spinto la maggioranza a formulare queste norme. È fin troppo evidente che il centrodestra ha indicato il tetto del 42% considerandolo alla sua portata. Sappiamo anche che l’obbligo dell’indicazione preventiva del candidato premier costituisce un tentativo obliquo di introdurre il premierato per via ordinaria, aggirando le insidie di un percorso di riforma costituzionale assai impervio.

Al di là, comunque, delle schermaglie polemiche sulla riforma introdotta, resta un dato di fatto ineludibile: le sopra accennate norme hanno impresso una forte spinta verso il bipolarismo e verso la personalizzazione della politica. Queste due dinamiche non nascono oggi. Sono in atto da decenni, e non solo in Italia ma in quasi tutte le democrazie occidentali. Di fronte a una simile profonda trasformazione della rappresentanza, i due poli hanno però reagito in modo diametralmente opposto.

Giorgia Meloni ed Elly Schlein - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Giorgia Meloni ed Elly Schlein - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

La destra si è adattata al cambiamento senza particolari traumi. Pur in presenza di pregresse identità culturali divergenti e di odierni orientamenti programmatici su alcuni punti (come sugli aiuti all’Ucraina) nettamente discordanti, il centrodestra è riuscito a costruire, e nel tempo a preservare (sino ad oggi, almeno) un’unità di fondo. Non ha incontrato difficoltà nemmeno quando è stato chiamato a esprimere leadership, attingendo a partiti diversi: in successione a Forza Italia con Silvio Berlusconi, alla Lega con Matteo Salvini, a Fratelli d’Italia con Giorgia Meloni. Così è stato sino ad oggi, perché la nuova segreteria Salvini annuncia propositi molto battaglieri, determinata a imporre il blocco al sostegno militare ed economico a Kiev. Il che addensa fosche nubi sulla tenuta dell’alleanza di centrodestra.

Quanto al campo largo, questo ha manifestato sin dall’inizio – e continua oggi a manifestare – forti resistenze ad adattarsi alle nuove regole del gioco. Da un lato, pesa sulle sue spalle l’eredità di identità storiche e ideologiche tra loro conflittuali – cattolicesimo democratico, riformismo socialdemocratico, ambientalismo radicale, postcomunismo – che faticano a saldarsi in una sintesi unitaria. Sconta, dall’altro, l’attaccamento ad un principio tradizionalmente caro alla cultura politica della sinistra: il rifiuto della personalizzazione della politica, vista con diffidenza rispetto al valore primario del collettivo e dell’organizzazione di partito.

Non c’è da meravigliarsi, perciò, se manifesta – per usare un eufemismo – un serio imbarazzo a scegliere il proprio candidato leader. Già in passato si è visto costretto a ricorrere ad un «papa straniero»: Romano Prodi e Francesco Rutelli. L’obbligo di indicare un nome, ora introdotto dal Melonellum, finisce col mettere a nudo le discordanze interne. Non si è aperta al suo interno una semplice lite sui nomi. Non si può nemmeno dire che sia insorto un normale problema di diplomazia politica. Si è spalancato invece il grave problema di ricomporre impostazioni culturali e identitarie su alcuni punti qualificanti assai stridenti: politica estera, difesa e bilancio.

Il disegno unitario testardamente perseguito da Schlein sarà pure generoso, ma si sta rivelando non poco ambizioso, forse anzi velleitario. Pretende di associare forze storicamente e ideologicamente avverse: il riformismo democratico, saldamente ancorato al campo occidentale col radicalismo dei nemici di un capitalismo giudicato «selvaggiamente liberista», gli eredi del cattolicesimo democratico con quelli del vecchio Partito comunista. Un puzzle così multicolore non sorprende che fatichi ad amalgamarsi in un colore uniforme. Giuseppe Conte è arrivato a ventilare (o minacciare?) il pericolo di un sanguinoso «duello rusticano».

Tra le file dello schieramento progressista ha cominciato così a serpeggiare il proposito delle forze, che non fossero premiate dall’indicazione di un proprio candidato, di scegliere poi la via della desistenza. La nuova legge elettorale non fa altro, insomma, che agire su tutti e due gli schieramenti da reagente chimico, costringendo le forze politiche a fare i conti con la realtà di un sistema che richiede sintesi chiare e scelte univoche.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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