Inconfondibile. Informale. Originale al limite della provocazione. Poliedrico e curioso. Fedele alla tradizione al punto da poterla infrangere. Un poco orso e capace di relazioni solide. È difficile racchiudere Giacomo Scanzi in qualche etichetta. E anche questo lascia senza parole davanti alla sua prematura, e in parte repentina, scomparsa. La sua malattia, brutta e implacabile, ci aveva colto di sorpresa, lo scorso autunno.
«Carissimo Claudio, questa è l'immagine di me in questo momento. Sto facendo la chemio al Civile, anche oggi»: il messaggio whatsapp accompagnava il primo piano d'un braccio trafitto dagli aghi delle flebo. Pochi minuti prima non mi aveva risposto al telefono. Mi sentivo in colpa perché non mi facevo vivo da un po', ma lo credevo lassù tra i monti di Lozio, dove amava rifugiarsi in solitudine, impegnato ai ritocchi dell'ultimo suo libro, «L'Odissea di Kazantzakis», mille pagine di narrazione in prosa tratta dal poema del giornalista e scrittore greco.
Me ne aveva parlato a lungo, a giugno, quando era uscito «L'ultimo inverno del Novecento», suo primo e bellissimo romanzo, ambientato nell'amatissima Camargue, carico di elementi autobiografici, ispirato ad André Gide, autore francese letto e riletto. Era una ricerca della propria identità, nessuno poteva immaginare quanto sarebbe stato profetico.
Come profetica è stata l'Odissea di Kazantzakis, «lunga fuga verso la morte». Scriveva Scanzi: «Kazantzakis traghetta Ulisse nel mare melmoso della mediocrità e lo àncora ad una sola certezza: Dio è inseguire Dio nel vuoto». Inconsapevolmente stava tracciando la sintesi estrema della sua vita, che già correva verso la fine. «Non riesco a parlare, sennò ti racconterei i miei ultimi tre mesi: ricovero a Bergamo, esami, biopsie, aghi aspirati, tac, risonanze, videoscopie. Fino al verdetto... Sono sereno. Spero ma non mi illudo. Il resto verrà», concludeva il messaggio. Il silenzio – non per metafora, imposto da un male tremendo – ha accompagnato il resto.

Al giornale, con Giacomo siamo stati compagni di scrivania e amici quotidiani per quasi trent'anni, spesso condividendo progetti e responsabilità. «Ora tocca a noi»: così una sera di aprile del 2005 mi aveva telefonato – ero a Montisola – per dirmi che sarebbe diventato direttore e che sarei stato la sua spalla. Erano anni duri. La fase espansiva dei giornali era ormai esaurita. La crisi della stampa avanzava. Giacomo Scanzi sarebbe stato il direttore della transizione tecnologica.
Non era un caso se il predecessore, Giambattista Lanzani, andava in pensione inaugurando una mostra in Santa Giulia dal titolo emblematico: «Dal piombo al silicio». Si giocava su piattaforme e ambiti diversi.
L'edizione cartacea era ancora trainante e bisognava rinnovarla: tre riforme grafiche si sono susseguite, con esiti altalenanti. Sfide all'interno della redazione così come nella distribuzione in edicola. Si trattava di integrare il giornale con Teletutto e Radio Bresciasette, operazione che si è misurata prima con il compianto Fulvio Manzoni e poi con Nunzia Vallini. Si cercava, infine, di cavalcare il Selvaggio web.
Al «digital first», il digitale innanzitutto, Giacomo Scanzi credeva davvero. La tecnologia era nel suo dna, forse ereditata dal padre, elettrotecnico della Marelli. L'innovazione lo intrigava. Il campo era vasto, ma i progetti faticavano a prenderne le misure. E i ricavi, allora come ora, restavano risicati. Ogni giorno era una prova, ogni mese un progetto, ogni stagione una svolta promessa... Dopo dieci anni ha (abbiamo) consegnato il testimone d'una transizione incompleta, di un guado a metà.

In queste ore di lutto i ricordi rincorrono le serate passate a disegnare pagine, ad elaborare titoli. Eravamo molto orgogliosi di quel «Alle porte del cielo» coniato l'ultima sera dell'agonia di Giovanni Paolo II, non sapendo se il mattino dopo, all'uscita del giornale, il Papa sarebbe stato ancora in vita. La redazione era il fulcro, ma gli orizzonti erano assai più vasti.
Scanzi, da storico, era un raffinato lettore dello spirito dei tempi, eppure stava alla larga dalla politica e dalla finanza. Era insofferente alle compiacenti confraternite intellettuali. Insegnava in Università (la Cattolica) e in Accademia (Santa Giulia) perché gli piaceva incontrare i ragazzi, parlare con i giovani. Amava spiazzarli citando Dostoevskij e Gide, Guitton e Maritain, Romano Guardini e gli scritti corsari di Pasolini. Suonava la chitarra ed è salito anche su qualche palco milanese. Componeva musica e testi. Amava la fotografia in bianco e nero. Amava dipingere ed aveva una sua tavolozza densa e inquietante. Amava la montagna: ricordo una salita alla diga del Gleno con Franco Solina, noi con gli scarponi, Solina con i sandali. Amava i cani, soprattutto quelli malandati. E amava la vela. Più che navigare, in barca gli piaceva vivere, annidarsi in quel guscio che anche in porto è in balia di onde e venti. Rischiò la vita in un naufragio, al largo di Marsiglia, mentre stava cercando di portare la sua barca da Aigues-Mortes alla Liguria. Gli piaceva discutere: la provocazione era il suo modo di avviare lunghe chiacchierate, l'inseparabile toscano masticato, passeggiando nel recinto del parcheggio, sotto la redazione.
«Ogni attestato di amicizia è una porzione di cura che fa bene al cuore», mi ha scritto nell'ultimo messaggio whatsapp.




