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«La matematica genera il 34% del Pil, ma nell’AI prevalga il senso etico»

Il prof. Musesti (Unicatt) illustra i risultati dello studio Deloitte. «Grazie anche agli algoritmi abbiamo aumentato la qualità del lavoro, dobbiamo però formare persone che sappiano governarli»
Il Consiglio nazionale delle ricerche e l'Unione matematica italiana hanno affidato lo studio a Deloitte Economics
Il Consiglio nazionale delle ricerche e l'Unione matematica italiana hanno affidato lo studio a Deloitte Economics

Con la matematica non si può barare. Anche per questo motivo, forse, la fatidica notte prima dell’esame c’è chi insieme ad Antonello Venditti ha giurato che «... non sarà mai il mio mestiere». Stiamo vivendo però nell’epoca degli algoritmi e anche i più avversi alla materia sono costretti a confermare i presagi di un rampante Jovanotti: «Ovunque vai, qualsiasi cosa fai, si parla solo coi numeri ... la gente dà i numeri». A modo loro, con raziocinio e criteri di sicuro molto rigorosi, l’hanno fatto anche il Consiglio nazionale delle ricerche e l’Unione matematica italiana, affidando a Deloitte Economics il compito di verificare «L’impatto economico della ricerca matematica in Italia». I risultati dello studio sono sorprendenti: il contributo al Pil nazionale è di 680 miliardi di euro, mentre quello occupazionale è pari a 8,4 milioni di posti di lavoro. Chi l’avrebbe mai detto che l’italiano medio «mangia libri di cibernetica e insalate di matematica» come Ufo Robot?

Più nel dettaglio, l’apporto economico diretto della ricerca matematica ammonta a 308,5 miliardi di euro, ai quali si aggiungono 221 miliardi di impatto indiretto, generato lungo le filiere e 150 miliardi dall’indotto. Un andamento analogo si osserva sul fronte occupazionale. «Dal mio punto di vista sono numeri stratosferici e per questo motivo, quando ho letto per la prima volta la ricerca ho insistito perché fosse illustrata al tessuto imprenditoriale bresciano», svela il prof. Alessandro Musesti, direttore del dipartimento di Matematica e fisica all’Università Cattolica di Brescia. «Per me la matematica ha un valore "estetico": a chi fa il mio mestiere piace riscontrare che i numeri tornino e che il ragionamento logico si chiuda in modo perfetto, sempre. Questo studio di Deloitte evidenzia come la matematica abbia anche una costante applicazione nelle attività quotidiane, anche le più banali e scontate, tanto da generare il 34% Pil italiano».

Il prof. Alessandro Musesti - Foto www.secondotempo.cattolicanews.it
Il prof. Alessandro Musesti - Foto www.secondotempo.cattolicanews.it

L’analisi di Deloitte, insomma, conferma che alla base di un sistema economico dinamico vi è un meccanismo in cui il "dare" bilancia con l’"avere", sempre.

Probabilmente la matematica è molto più pervasiva di quello che anch’io immaginavo. Lo studio di Deloitte inserisce la ricerca matematica anche in una prospettiva comparata a livello internazionale: analizzando il legame tra le competenze matematiche di un Paese, misurate attraverso il punteggio ottenuto al Programme for International Student Assessment (Pisa), e due indicatori chiave di competitività, emerge una correlazione positiva sia con il Pil pro-capite (77%) sia con la produttività oraria del lavoro (73%). Nello specifico, i paesi con risultati migliori nei test di matematica tendono a generare più ricchezza e a produrre di più a parità di tempo lavorato.

Anche nel nostro Paese?

In Italia, questa centralità si riflette nell’intensità con cui diversi settori economici fanno uso della ricerca matematica: ad esempio negli studi di architettura e ingegneria incide al 71,9%, nella programmazione e consulenza informatica al 65,1%, nella ricerca scientifica e sviluppo 53%, nei servizi finanziari e assicurativi ausiliari al 47,2% e nelle telecomunicazioni (44,3%). Quelli che le ho appena elencato sono i comparti a maggiore intensità di utilizzo, a conferma di come la matematica sia ormai un fattore abilitante trasversale, dall’intelligenza artificiale alla gestione del rischio finanziario, fino alla progettazione industriale.

Lei è bresciano, conosce la cultura del territorio, come si possono trasferire al meglio i risultati dello studio Deloitte a un nostro imprenditore?

Innanzitutto, gli va detto che potrebbe avere un «vantaggio competitivo»: nel senso che una persona formata al ragionamento logico e matematico (e non solo quello, penso anche all’uso di strumenti tecnici abbastanza specifici), è una persona che è più performante sul posto di lavoro. Dalla ricerca emerge una forte correlazione tra produttività lavorativa e formazione in materie scientifiche.

Stiamo parlando allora di abilità personali (le cosiddette «skills») che fanno da moltiplicatore alla produttività aziendale?

Esatto. Ed è un fattore di non poco conto se consideriamo la bassa produttività del nostro Paese, rispetto a quella di Francia e Germania.

Non vi è dubbio che la transizione dei processi produttivi dall’analogico al digitale contempli necessariamente anche una forma mentis matematica.

Ne sono fortemente convinto. La matematica è una materia abbastanza ampia che si costruisce dalle basi, andando poi sempre su verso il tetto. Una persona non può capire certi concetti se prima non ha compreso la ratio di altre formule, perché in questo meccanismo c’è tutta una catena logica che va costruita. Per questo motivo, senza creare inutili stereotipi, credo che i nostri studenti e in generale chi studia matematica è un soggetto molto più veloce ad apprendere, ad imparare. Un aspetto che fa la differenza sul posto di lavoro. Soprattutto in questa fase storica segnata da una profonda trasformazione dei processi produttivi.

Oggi i laureati in matematica preferiscono lavorare in azienda e "solo" il 30% si dedica all’insegnamento
Oggi i laureati in matematica preferiscono lavorare in azienda e "solo" il 30% si dedica all’insegnamento

Un aspetto che emerge anche nel mercato del lavoro. Sbaglio?

No, non sbaglia, io questo fenomeno l’ho toccato con mano. Mi sono laureato in Cattolica, qua a Brescia nel 1997: in seguito ho fatto alcune esperienze fuori dall’ateneo poi sono tornato come ricercatore e infine sono diventato professore. Ai miei tempi, la percentuale dei laureati in matematica che andavo ad insegnare nelle scuole era più del 50%. Adesso i nostri laureati preferiscono lavorare in azienda e "solo" il 30% si dedica all’insegnamento della materia. Spesso iniziano il loro percorso professionale da un tirocinio a scuola e non disdegnano la possibilità di fare l’insegnante, ma con sempre più frequenza preferiscono lavorare in azienda. Va anche detto che trovano un posto di lavoro con molta facilità.

Sarò banale: anche un’azienda metalmeccanica di medie dimensioni, come tante se ne trovano a Brescia, cercano matematici da inserire nel loro organico?

È chiaro che le aziende non cercano banalmente un matematico, ma quando un imprenditore o il responsabile del personale trova sulla sua scrivania il curriculum di un matematico e legge il suo percorso formativo spesso si convince che quella persona faccia al caso suo. È vero che non c’è un albo dei matematici e non esiste il mestiere del matematico, ma come le ho già spiegato possiamo fare tante cose. Siamo pronti a imparare tanto e abbiamo una mentalità abbastanza aperta: peculiarità molto apprezzate dalle aziende che poi sanno mettere a frutto le nostre competenze.

Per anni le facoltà di Lettere hanno promosso l’inserimento di filosofi e latinisti in azienda e riscontro delle analogie con ciò che mi appena detto, anche perché le imprese cercano figure in grado di prevenire i rischi e un matematico si presta molto bene a questo ruolo. Che ne pensa?

Direi di sì, perché con la matematica si imparano a risolvere problemi di ottimizzazione, che sono quei problemi in cui uno deve rendere una quantità diciamo più piccola o più grande possibile. Le faccio un altro esempio: se un manager costruisce un portafoglio azionario, deve rendere il guadagno il più grande possibile, tenendo il rischio più basso possibile. Lo stesso vale nell’ambito della cybersicurezza, dove si prova a ridurre il rischio che qualcuno si introduca nel tua sistema produttivo. Ecco, rischi di tipo sono frutto di ragionamenti che discendono anche dall’ambito matematico. Si chiamano problemi di ottimizzazione o problemi di massimo e minimo. Posso aggiungere un altro aspetto?.

Prego ...

Lei sa meglio di me che le aziende a volte hanno anche bisogno di una figura che possa valutare le opportunità e i problemi dall’alto, con uno sguardo più a volo d’uccello e che consenta di ottimizzare una qualche strategia. In questo caso il profilo del matematico si inserisce benissimo nella squadra di vertice.

Anche a lei piace che «tutto torni», tuttavia mi chiedo: oltre alla vostra apprezzabile razionalità anche i matematici hanno un’anima?

Spesso si dice che un matematico sia un buon giocatore solo se conosce tutte le regole, come negli scacchi. In effetti, il matematico studia la teoria, capisce quali sono le mosse vincenti, ma se il gioco non è codificato è più difficile muoversi. Io credo comunque che il lato umano faccia sempre la differenza, anche nei matematici. Ed è una qualità importantissima.

In particolare modo, in quest’era segnata dall’ascesa dell’intelligenza artificiale.

Sappiamo che le regole ci sono e spesso vanno interpretate, lette in un altro modo. Per ogni regola ci può essere anche un’eccezione. Quest’aspetto, forse, per un matematico non è sempre codificabile, però le ribadisco che anche un matematico ha un’anima che gli permette di muoversi al meglio in questi casi.

Una sorta di senso etico

Concordo. A tal proposito prendiamo tutti quegli algoritmi che dominano le macchine come se fossero rinchiusi in una scatola nera: non possono decidere per conto nostro, deve prevalere un senso etico. Certe decisioni spettano solo all’uomo.

È importante formare persone che sappiano governare la tecnologia
È importante formare persone che sappiano governare la tecnologia

Una presa di posizione che rappresenta una sorta di manifesto contro l’inciviltà delle macchine.

Le intelligenze artificiali stanno diventando sempre più proficue in alcuni ambiti della matematica, fino a competere con i più grandi matematici viventi. Questo porterà sicuramente degli sconvolgimenti nella nostra professione, ma anche tantissime opportunità. Le IA sono uno strumento che, se ben utilizzato, può migliorare la qualità del lavoro di molti. E non dimentichiamo che questi strumenti sono frutto di una tecnologia che ha fatto passi da gigante anche grazie alla matematica e ai suoi algoritmi. È importante quindi formare delle persone, vorrei dire degli umani, che sappiano governare questi strumenti ed utilizzarli per il bene della comunità.

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