Trovare un lavoro, di questi tempi, è meno difficile di qualche anno fa, ma il mercato presenta alcune contraddizioni e restano ancora molti problemi da risolvere. In Italia l’occupazione cresce da almeno un paio d’anni, mentre le nostre retribuzioni restano al di sotto della media europea. Più che in altri Paesi dell’Ocse, lungo lo Stivale sono soprattutto aumentati i rapporti di lavoro «poveri», legati a servizi a basso valore aggiunto, in particolare nel turismo e nella ristorazione. Oggi lavorare non basta: spesso avere un impiego non garantisce un’autonomia economica a fronte del costante incremento del costo della vita, che mal si concilia con adeguamenti salariali molto contenuti. Anche a Brescia, le donne e i giovani sono i soggetti che più di altri subiscono questa situazione.
«La questione dei lavoratori poveri è certamente uno dei problemi che dovremo affrontare nei prossimi anni», osserva Elsa Fornero, professoressa onoraria di Economia all’Università di Torino ed ex ministra del Lavoro e delle Politiche sociali del governo Monti. Alla fine del 2011, in una situazione di grave crisi del debito pubblico e di forte tensione sui mercati finanziari, Fornero è stata autrice di alcune importanti riforme a cominciare da quella del sistema previdenziale e anche del mercato del lavoro.
Terminato il mandato ministeriale, è tornata all’attività accademica. «Dev’essere chiaro a tutti – continua – che aumentare i salari attraverso uno “sconto d’imposta”, come viene spesso proposto, significa rinunciare a una parte del gettito fiscale. Con minori entrate, lo Stato avrebbe inevitabilmente meno risorse per la spesa pubblica oppure dovrebbe aumentare il debito. E se aumenta il debito, è come se mettessimo a carico dei figli la restituzione di ciò che oggi concediamo ai padri e alle madri. Francamente, non mi sembra un buon metodo di redistribuzione del reddito».

Quando possiamo dire che un lavoro è povero?
C’è un dato che, a mio avviso, dice molto. In questi anni l’occupazione è aumentata in misura maggiore rispetto al Pil. Questo significa che, mediamente, i nuovi lavoratori contribuiscono alla produzione di valore aggiunto meno di quanto facciano i lavoratori già occupati. Non è naturalmente una colpa dei lavoratori: è un segnale della qualità dell’occupazione che si è creata.
Non si può, comunque, fargliene una colpa…
Assolutamente no. Il punto che voglio sottolineare è un altro: l’aumento dell’occupazione, di cui il Governo giustamente si compiace, è in parte riconducibile alla crescita di lavori a bassa produttività e spesso precari, soprattutto nel settore dei servizi. Inoltre, negli ultimi anni abbiamo beneficiato di un forte sostegno finanziario europeo, attraverso il Pnrr. Se l’occupazione non fosse aumentata, sarebbe stato difficile considerare un successo le politiche messe in campo. Non vedo quindi ragioni per un entusiasmo eccessivo di fronte a risultati che, pur positivi, vanno letti con cautela e che risentono anche di riforme e interventi avviati prima dell’insediamento dell’attuale Governo. Capisco che un Governo voglia rivendicare i risultati ottenuti: è nella natura della politica. Ma attribuire interamente alle proprie riforme l’aumento dell’occupazione mi sembra un’affermazione eccessiva. C’è poi un altro aspetto che non va trascurato…
E quale sarebbe?
Lo direi quasi a voce bassa, ma è un dato che altri hanno già sottolineato: l’aumento dell’occupazione riguarda prevalentemente le classi di età meno giovani. È anche un effetto delle riforme pensionistiche che hanno progressivamente ridotto la possibilità di utilizzare il pensionamento anticipato come strumento di gestione delle ristrutturazioni aziendali. Per molto tempo è stato relativamente facile per le imprese liberarsi di lavoratori ancora perfettamente in grado di lavorare, trasferendo sulla collettività il costo di queste decisioni. Oggi, questa possibilità è molto più limitata. Del resto, per decenni l’Europa ci ha richiamato proprio sul fatto che avevamo uno dei tassi di occupazione più bassi nella fascia tra i 55 e i 65 anni. Ora stiamo recuperando terreno, il che è certamente positivo. Ma questo significa anche che dobbiamo leggere con attenzione i dati complessivi sull’occupazione.

Una crescita persistente dell’occupazione resta, in ogni caso, un buon punto di partenza?
Senza dubbio. È positivo che l’occupazione aumenti, ma non dobbiamo dimenticare due cose. La prima è che questa crescita non riguarda in misura sufficiente i giovani. La seconda è che, nel complesso, l’Italia continua a essere agli ultimi posti in Europa per tasso di occupazione. E poi c’è il problema dell’occupazione irregolare, che le statistiche ufficiali non riescono a cogliere pienamente e che contribuisce anch’essa a mantenere basso il costo del lavoro e ad alimentare il fenomeno del lavoro povero.
In che modo?
Il lavoro nero può anche garantire, nell’immediato, un reddito con cui una persona riesce a vivere. Ma è un reddito privo delle protezioni che derivano dal lavoro regolare: non ci sono contributi previdenziali, non si costruisce una posizione pensionistica e non si maturano pienamente le tutele sociali. Inoltre, il lavoro irregolare significa sottrarsi a obblighi fiscali e contributivi che ricadono poi sulla collettività.
Come si potrebbe contrastare l’evoluzione del lavoro povero? Forse con l’introduzione del salario minimo oppure con la riduzione del cuneo fiscale?
La vera soluzione, a mio avviso, consiste nell’aumento della produttività.
Un’altra questione di cui in Italia si discute da troppo tempo, purtroppo senza soluzioni.
Quando parlo di produttività intendo la capacità di ogni lavoratore, con la dotazione di capitale, tecnologia e conoscenze di cui dispone, di creare valore aggiunto. La produttività è una componente fondamentale della crescita dei salari: se aumenta, ci sono le condizioni perché aumentino anche le retribuzioni. Altrimenti, il maggior valore prodotto può tradursi prevalentemente in maggiori profitti. Ma sulla distribuzione di questi profitti torneremo in altra occasione…
Come possiamo, allora, aumentare la produttività?
Dobbiamo innanzitutto ricordare che la produttività non è il risultato di un’azione estemporanea e non può essere ottenuta semplicemente attraverso un bonus alle imprese. È il risultato di investimenti e di politiche lungimiranti che riguardano non solo capitale fisico, tecnologia, infrastrutture, ma anche istruzione e capitale umano. Qui siamo tutti chiamati a uno sforzo comune. La scuola deve offrire competenze solide e, allo stesso tempo, chiedere impegno; le imprese devono valorizzare il capitale umano di cui dispongono e investire nella formazione; lo Stato deve garantire infrastrutture materiali e immateriali adeguate. Per aumentare la produttività serve quindi uno sforzo collettivo e, soprattutto, serve pazienza. I risultati di queste politiche non si vedono dall’oggi al domani.
Lei crede che l’Italia sia in grado di sostenere un impegno di questo tipo?
Lo abbiamo appena fatto, almeno in parte, con il supporto dell’Europa. Il Pnrr ci ha trasmesso un messaggio molto chiaro: vi mettiamo a disposizione risorse ingenti, ma voi dovete impegnarvi in programmi dettagliati, con obiettivi intermedi e meccanismi di controllo. L’Europa non ci ha fatto sconti: il mancato raggiungimento di determinati traguardi avrebbe comportato il mancato trasferimento di ulteriori risorse. Ora credo che sia venuto il momento di dimostrare che siamo capaci di assumere un impegno analogo anche con le nostre sole forze. Per dare continuità a quell’esperienza, potremmo immaginare un nuovo programma e chiamarlo, significativamente, «Piano per le nuove generazioni».

Uno spunto anche per chi sta per iniziare la campagna elettorale.
L’Italia avrebbe bisogno di un programma che vada oltre il ciclo elettorale. Un piano di questa portata, capace di modificare i fondamentali economici e sociali del Paese, non può produrre risultati in sei mesi o in un anno. Il «Piano per le nuove generazioni» dovrebbe aiutare l’Italia a imboccare una strada di sviluppo sostenibile, mettendo insieme crescita della produttività e inclusione. E dovrebbe essere costruito con un orizzonte sufficientemente ampio da consentire alle politiche di produrre i loro effetti.
A tal proposito, non crede sia necessario da parte delle imprese un atto di fiducia nei confronti dei giovani, riconoscendo loro un salario più adeguato agli standard europei?
Il «Piano per le nuove generazioni» dovrebbe avere anche questo obiettivo: fare in modo che i giovani trovino in Italia opportunità paragonabili a quelle che oggi li attirano all’estero. Incontro frequentemente ragazzi che lamentano proprio questo: hanno difficoltà a costruire un progetto di vita e, quando ne hanno la possibilità, se ne vanno. È una dinamica che conosciamo da tempo e che, per certi aspetti, ricorda quella dei nostri bisnonni e trisavoli, costretti a emigrare in cerca di opportunità. Oggi, però, ci troviamo di fronte a un paradosso: abbiamo giovani che partono e, contemporaneamente, imprese che lamentano la difficoltà di trovare lavoratori qualificati. In alcuni casi interviene anche una questione di genere, che definirei una sorta di «trappola affettiva» familiare.
Una speciale forma di malinconia?
No, le spiego meglio. In Italia le famiglie sono molto spesso proprietarie della casa in cui vivono. Può così instaurarsi, talvolta anche inconsapevolmente, una sorta di alleanza tra genitori che si avvicinano alla vecchiaia e figlie adulte: se rimani qui e ti prendi cura di noi, un giorno la casa sarà tua. È una forma di legame affettivo che può essere vissuta con grande amore e senso di responsabilità, ma che può anche limitare la libertà di scelta delle giovani donne. Mi capita di incontrarne alcune che vorrebbero cercare altrove maggiori opportunità, ma che si sentono trattenute dalle responsabilità familiari. Non credo, naturalmente, che allontanarsi dalla famiglia significhi necessariamente indebolire il legame affettivo. Anzi, talvolta una maggiore autonomia può renderlo più libero e più autentico.
Torniamo allora al punto di partenza: come si fa a risolvere questa situazione? Con l’ennesimo bonus alle giovani coppie?
Serve probabilmente un cambiamento culturale profondo, accompagnato da politiche capaci di incidere sul medio e lungo periodo. La politica deve avere la pazienza di aspettare i risultati: non tutte le riforme possono essere misurate in termini di consenso immediato. Se vogliamo davvero investire nelle nuove generazioni, dobbiamo intervenire sulla scuola, sulla formazione professionale, sull’inclusione e sulle opportunità di ingresso nel mercato del lavoro. Se un ragazzo non si sente integrato nella scuola durante l’adolescenza, è molto più difficile recuperarlo in seguito. E questo vale non soltanto per i giovani con una storia migratoria: ci sono anche ragazzi italiani che non si sentono parte della società e non riescono a costruire un rapporto positivo con il proprio Paese. Per questo l’inclusione non è un tema separato dalle politiche economiche: è una condizione dello sviluppo.

Senza dimenticare che all’Italia rimane il primato dei Neet (ossia i giovani che non studiano, non lavorano e non frequentano alcun corso di formazione), seppure il loro numero complessivo sia diminuito.
È vero. Il fenomeno dei Neet è particolarmente grave perché segnala una perdita di partecipazione alla vita economica e sociale. Questi giovani rischiano di isolarsi, spesso anche dai contatti reali, rifugiandosi in una dimensione prevalentemente digitale. È una perdita innanzitutto per loro, perché significa rinunciare a opportunità di formazione, lavoro e crescita personale. Ma è anche una perdita per la società, che rinuncia al contributo di persone che potrebbero accrescere il benessere proprio e quello della comunità. Anche qui non esistono scorciatoie. Servono politiche attive capaci di raggiungere queste persone, di dialogare con loro e di restituire loro una prospettiva. È questo, in fondo, il significato di un vero Piano per le nuove generazioni: non distribuire semplicemente risorse, ma creare le condizioni perché i giovani possano costruire qui il proprio futuro.




