Oltre un miliardo di euro prenotato e 3.100 domande. Al 22 giugno la piattaforma Gse del nuovo iperammortamento ha già superato ogni aspettativa di partenza. È un numero che dice qualcosa di importante non solo sulla misura, ma sullo stato di salute del sistema produttivo italiano, nonostante le incertezze del contesto internazionale: le imprese erano pronte, i progetti erano nel cassetto, la domanda di investimento c’era. Mancava solo la norma operativa. Questo dato merita di essere letto per quello che è: un segnale di vitalità industriale. La conferma che quando si costruiscono strumenti seri, le imprese rispondono.
Con questo iperammortamento l’Italia compie una scelta di campo precisa: torna a trattare l’investimento produttivo come la leva principale della politica industriale. Si abbandona la logica del credito d’imposta – immediato, visibile, ma fragile – e si adotta quella della super-deduzione fiscale che lega il beneficio al ciclo di vita del bene, alla sua entrata in funzione, alla sua interconnessione con i sistemi aziendali. È una scelta più esigente per le imprese, ma più coerente con una visione industriale di lungo periodo.
Energia e aliquote

L’altra scelta che apprezzo è quella sull’energia. Gli impianti per l’autoproduzione da fonti rinnovabili entrano nell’agevolazione come investimento autonomo, senza più dover essere trainati all’acquisto di un bene digitale. È una svolta concettuale prima ancora che normativa: l’energia cessa di essere un accessorio della trasformazione digitale e diventa essa stessa trasformazione produttiva. Per un Paese manifatturiero come il nostro, esposto alla volatilità dei costi energetici, è un riconoscimento atteso da anni.
Le aliquote sono quelle già note – 180% fino a 2,5 milioni, 100% fino a 10 milioni, 50% fino a 20 milioni, con tetto annuale per impresa a 20 milioni – e la finestra va dal 1° gennaio 2026 al 30 settembre 2028. Ma il valore della misura non sta nei numeri delle aliquote. Sta nella stabilità pluriennale, nella prevedibilità che consente alle imprese di pianificare davvero, non di rincorrere scadenze.
Ritardo
Detto questo, non possiamo ignorare il ritardo. Il decreto interministeriale Mimit-Mef è stato firmato il 7 maggio 2026. La legge di Bilancio fissava al 30 gennaio il termine per le modalità attuative. Cinque mesi di ritardo. Il decreto direttoriale operativo è arrivato il 10 giugno, la piattaforma Gse il 12. Nel mezzo, mesi in cui le imprese hanno dovuto prendere decisioni di investimento nell’incertezza, su una norma esistente ma inapplicabile. È un paradosso che si ripete con stanca regolarità nella storia degli incentivi italiani: si costruisce uno strumento ambizioso e poi lo si tiene fermo in un cassetto ministeriale mentre il sistema produttivo aspetta. Il costo di questo ritardo non è misurabile in cifre, ma è reale: progetti rimandati, investimenti slittati, fiducia erosa.
La procedura: il tallone d’Achille. Il decreto, una volta arrivato, porta con sé un impianto procedurale che definisco eccessivo non per spirito polemico, ma per esperienza diretta.
Cinque adempimenti obbligatori: comunicazione preventiva, conferma entro 60 giorni con acconto minimo del 20%, comunicazione di completamento entro il 15 novembre 2028, più due comunicazioni periodiche annuali – entro il 20 gennaio e il 30 giugno – con dati su investimenti, costi, piani di ammortamento e quote di incentivo per esercizio. Perizia tecnica asseverata obbligatoria per qualsiasi importo, senza più la soglia di esonero dei 300.000 euro. Certificazione contabile sull’effettivo sostenimento delle spese. Il mancato rispetto di termini e modalità comporta la perdita integrale del beneficio.
Comprendo le ragioni di questo rigore: la stagione degli incentivi facili ha lasciato ferite profonde nei conti pubblici. Ma c’è una differenza tra controllo e deterrenza. Un sistema procedurale così complesso non seleziona le imprese virtuose: seleziona le imprese strutturate. E le due categorie non coincidono sempre. Il rischio concreto è che la misura premi chi ha già le spalle larghe e scoraggi proprio chi avrebbe più bisogno di essere accompagnato nella transizione tecnologica.
Il contesto
Gli 1,1 miliardi prenotati prenotati al 22 giugno vanno contestualizzati. In questa prima fase le imprese hanno potuto accedere alla piattaforma con documentazione ancora leggera. Il momento della verità arriverà alla scadenza dei 60 giorni dalla notifica di esito positivo del Gse, quando bisognerà confermare gli investimenti attestando un acconto versato di almeno il 20% del costo di acquisizione. È lì che si misurerà la sostanza delle prenotazioni. Ed è lì che emergerà quanto pesa davvero la complessità procedurale sulle decisioni delle imprese.
Il Ministero stima un effetto leva di 2,5 volte per ogni euro pubblico impegnato, con 24-25 miliardi di investimenti privati attivati sull’orizzonte 2026-2035. Sono proiezioni ambiziose, ma non peregrine. Il confronto con il vecchio Piano Transizione 5.0 – che nei primi mesi aveva generato appena 70 milioni di crediti d’imposta – dice che il cambio di impostazione ha funzionato. Le imprese questa volta hanno risposto con tutt’altra energia.
C’è una questione che guardo con particolare attenzione, perché dice qualcosa sulle prospettive di lungo periodo della misura. I software in modalità cloud sono esclusi dall’agevolazione. SaaS, infrastrutture as-a-service, piattaforme digitali in abbonamento: fuori dal perimetro. Non è un dettaglio tecnico. È una questione di visione. La manifattura italiana del prossimo decennio non si trasformerà solo comprando macchinari interconnessi: si trasformerà adottando piattaforme digitali, intelligenza artificiale in cloud, sistemi di gestione e analisi dei dati che per definizione non si ammortizzano come un tornio. Escluderli oggi significa fotografare un modello di digitalizzazione che appartiene già al passato. Il Governo ha dimostrato con questa misura di saper guardare lontano. Ora deve fare un passo in più, e farlo in fretta.
Auspicio
L’iperammortamento 2026/28 è la misura più ambiziosa che la politica industriale italiana abbia prodotto nell’ultimo quinquennio in termini di investimenti produttivi. La sfida ora sarà costruire un’applicazione della misura che sia all’altezza della misura stessa. Che il Gse rispetti i tempi. Che la piattaforma regga i volumi. Che le imprese trovino accanto a sé professionisti capaci di accompagnarle in un percorso che non ammette errori.




