Aveva previsto anzitempo una profonda ristrutturazione della filiera, con la quota globale di acciaio prodotto tramite forno elettrico destinata a raggiungere il 40% entro il 2030. Aveva inoltre annunciato, come inevitabile conseguenza, anche un incremento significativo della domanda di rottame e la necessità di adottare nuove tecnologie volte alla realizzazione di prodotti a più basse emissioni di CO2.
«Non avevo sbagliato di molto neppure le stime relative ai volumi produttivi», ammette Gianfranco Tosini sogghignando con un po’ di amarezza. A distanza di quindici anni, sempre per conto di Siderweb ha aggiornato con un lavoro di ricerca durato circa sei mesi lo studio dedicato a «Industria & Acciaio», passando dall’orizzonte temporale del 2030 a quello del 2050 e delineando uno scenario in cui il futuro della siderurgia italiana ed europea sarà fortemente vincolato alla capacità di investire in decarbonizzazione dei processi, innovazione e qualità dei prodotti e competenze del capitale umano.

«Il consumo italiano di acciaio subirà una contrazione ulteriore di circa 4,5 milioni di tonnellate entro il 2050 – ammette l’economista – per effetto di diversi fattori, tra cui la diminuzione e l’invecchiamento della popolazione, nonché la prosecuzione del processo di deindustrializzazione e il conseguente ridimensionamento di alcuni settori produttivi, non totalmente compensato con la crescita di nuove attività industriali consumatrici di acciaio».
Risulta indicativo come la tendenza demografica possa produrre conseguenze anche nel settore siderurgico, addirittura su scala globale.
La denatalità in molti Paesi sviluppati avrà effetti negativi sul consumo di acciaio, mentre nella maggior parte dei Paesi emergenti il forte incremento della popolazione si tradurrà in una maggiore domanda di case, infrastrutture e trasporti. E inevitabilmente ... di acciaio.
Per certi versi questa tendenza non potrebbe rivelarsi un’opportunità per l’Italia?
In effetti, l’esplosione demografica e l’urbanizzazione dell’Africa genererà una fortissima domanda di acciaio: è un’occasione da non perdere per i produttori italiani ed europei. Per sfruttarla però dovremo sviluppare una strategia di penetrazione in questi mercati basata sulla cooperazione, come stanno facendo le aziende siderurgiche cinesi nel Centro Africa e quelle turche nel Nord Africa.

In passato, i produttori di acciaio italiani avevano avviato un ambizioso progetto con i Paesi del Magreb. Non è un buon pretesto per sviluppare quel rapporto?
Qualche anno fa, le esportazioni italiane di prodotti siderurgici nei Paesi del Nord Africa (Algeria in primis) rappresentavano una quota molto importante delle esportazioni totali di prodotti lunghi (in particolare, tondo per cemento armato e vergella), ma questi flussi si sono azzerati negli ultimi anni. Il motivo è che alcune imprese turche e qatariote hanno fatto accordi (joint venture) con i governi di questi Paesi per produrre in loco l’acciaio necessario per il loro sviluppo. Peraltro, alcuni di questi Paesi hanno il vantaggio di avere sul loro territorio materie prime e fonti energetiche per produrre acciaio con basse emissioni di carbonio, in linea con l’obiettivo Ue della «carbon neutrality». Speriamo che in futuro si ripresentino occasioni simili in altri Paesi e che vengano sfruttate dalle nostre imprese.
C’è ancora speranza?
A mio parere sì, ma occorre definire una strategia condivisa con questi Paesi. Il Nord Africa dispone in abbondanza di spazi per produrre energia rinnovabile a basso costo, che rappresenta una risorsa fondamentale per produrre acciaio «verde» e attivare processi di preriduzione, ovvero di fusione del minerale di ferro con gas naturale o idrogeno ottenendo "Dri" (acronimo di Direct Reduced Iron, in italiano ferro preridotto. ndr) da utilizzare nella carica dei forni elettrici al posto dei rottami, soprattutto di qualità, che saranno sempre più scarsi. L’Africa diventerebbe così un partner strategico per la fornitura di materie prime energetiche e semilavorati per produrre laminati a più alto valore aggiunto da parte delle nostre imprese siderurgiche.
A proposito di preridotto e fonti rinnovabili: nel suo rapporto vengono considerati fondamentali per la decarbonizzazione del comparto siderurgico. Da questo punto di vista com’è messa l’Italia?
L’Italia è tra i Paesi messi meglio al mondo, avendo una produzione di acciaio con forno elettrico pari all’83% del totale, che ha emissioni di carbonio fino a 10 volte inferiore rispetto all’altoforno con forno ad ossigeno. Nonostante questo, non possiamo rimanere fermi.
Che vuol dire?
La decarbonizzazione dei processi sarà la condizione essenziale per la sopravvivenza economica delle imprese siderurgiche europee nei prossimi 25 anni. Per i produttori europei e italiani, l’acciaio a basse emissioni rappresenta l’unica vera difesa contro la concorrenza agguerrita, soprattutto dei Paesi asiatici, che avendo una produzione prevalentemente basata sul ciclo integrato nel breve termine non riusciranno a raggiungere standard ambientali uguali ai nostri.

Nello specifico cosa intende?
Il percorso verso la decarbonizzazione entro il 2050 dipenderà dalla disponibilità di minerale con contenuto di ferro superiore all’attuale e di rottame di qualità, di idrogeno ed energia rinnovabile a costi competitivi: fattori che ci vedono penalizzati rispetto a Paesi che dispongono (o possono disporre) di materie prime e fonti energetiche in abbondanza e quindi a prezzi competitivi. E qui scatta il rischio di immobilismo di cui le parlavo prima, in quanto se non verranno effettuati gli interventi necessarie per aumentare la produzione di energia da fonti rinnovabili e migliorare la carica dei forni elettrici con rattami di qualità e preridotto, rischiamo di perdere il vantaggio di cui oggi beneficiamo.
Immobilismo o ... pessimismo?
Guardi, i grandi Paesi siderurgici asiatici (cinesi, giapponesi, sudcoreani e indiani) sono messi peggio di noi dal punto di vista della compatibilità ambientale delle loro industrie siderurgiche, ma si stanno muovendo con più decisione e in base a programmi ben definiti e supporti nazionali più efficaci. Nel nostro Paese, invece, le decisioni sono prese e realizzate con tempi più lunghi a causa soprattutto delle lungaggini burocratiche oltre agli insufficienti supporti finanziari pubblici. L’immobilismo e le difficoltà burocratiche, che spesso appaiono insormontabili, scoraggiano gli investitori privati o rendono difficile seguire percorsi lineari.
Proviamo a fare un esempio.
Un esempio sono gli investimenti in impianti per la produzione di energia da fonti rinnovabili che, a causa della burocrazia, richiedono anni per essere realizzati.

E l’ex Ilva?
Un altro esempio è l’ex Ilva, il cui salvataggio è reso difficile da una serie di vincoli normativi e burocratici, che vanno ad aggiungersi all’entità delle risorse finanziarie richieste per effettuare gli investimenti necessarie per garantire la continuità produttiva del più grande impianto siderurgico italiano.
Per difendersi dalla Cina e da altri produttori siderurgici asiatici, nel suo studio prescrive alle nostre imprese anche una «svolta» nella produzione di acciai speciali.
Per contrastare la concorrenza dei grandi produttori di acciaio asiatici, le imprese italiane ed europee non possono contare soltanto sulle barriere commerciali che limitano le importazioni (clausole di salvaguardia, Cbam, ecc.), ma devono anche innovare l’offerta con prodotti a più alto valore aggiunto…
... Che inevitabilmente non sono destinati come il tondo e la vergella per lo più al settore delle costruzioni, è corretto?
Esatto. I tipi di acciaio con maggior valore sono quelli definiti da sostenibilità (economia circolare e decarbonizzazione), innovazione tecnologica e prestazioni avanzate, con focus sui cosiddetti acciai speciali che sono leghe progettate per resistere a condizioni estreme e garantire prestazioni meccaniche superiori. Vengono impiegati in settori industriali ad alta tecnologia, tra cui l’industria automobilistica e trasporti, aerospazio e difesa, oil & gas ed energetico, meccanica di precisione e utensileria, chimica e petrochimica, medicale e alimentare.

L’acciaio, insomma, avrà ancora un ruolo da protagonista?
L’acciaio del futuro non sarà solo un materiale strutturale, ma un prodotto ingegnerizzato per la sostenibilità e l’efficienza. Integrato in un’industria che sfrutta le tecnologie per creare valore e ridurre l’impatto ambientale. In definitiva, acciai sempre più “verdi e intelligenti”, progettati e prodotti su misura per sfide tecnologiche ed energetiche, superando le attuali categorizzazioni di acciai al carbonio o legati verso materiali avanzati che integrano funzionalità e sostenibilità.



