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Viscardi: «La vera tecnologia abilitante sono i nostri giovani»

L’intervista al fondatore di Cosberg e presidente di Intellimech: «Le Pmi devono entrare a pieno titolo in questa rivoluzione»
Roberto Ragazzi

Roberto Ragazzi

Giornalista

Un robot umanoide
Un robot umanoide

«Siamo di fronte ad una nuova rivoluzione tecnologica, figlia dell’Industria 4.0 e 5.0. Ma con un impatto realmente superiore». A dirlo è il cavaliere Gianluigi Viscardi, fondatore di Cosberg e presidente di Intellimech, il consorzio che opera al Kilometro Rosso e presidente del Cluster Fabbrica Intelligente, cluster tecnologico nazionale che riunisce i portatori di interesse del manifatturiero avanzato. «L’Intelligenza artificiale e gli umanoidi sono nuove tecnologie protagoniste. Ne vediamo già gli effetti nella nostra vita quotidiana, ma ne produrranno anche in ambito industriale. Andranno ad occupare attività ripetitive, usuranti e per lo più a basso valore aggiunto».

Giuliano Viscardi
Giuliano Viscardi

Come cambierà il modo di lavorare in futuro?

«Così come è stato per l’automazione nelle fabbriche tra gli anni ’70 e ’80 dello scorso secolo, queste tecnologie alzeranno il livello di produttività, la qualità e flessibilità dei processi produttivi, rendendoli peraltro più sicuri. Certamente il modo di lavorare cambierà, ma per tutelare e dare valore al capitale umano - senza creare più preoccupazioni di quante già non ce ne siano - va ben ponderato il modo in cui progetteremo e useremo queste tecnologie».

Faccia un esempio concreto.

«Gli umanoidi in una fabbrica, non necessariamente con le classiche sembianze di una persona, saranno molto utili per svolgere operazioni ad alto rischio, fisicamente usuranti o logoranti: carichi, trasporti, interventi in ambienti critici. Potrebbero essere robot-avatar comandati anche da remoto, anche da persone disabili. Inoltre, oggi si stanno sperimentando programmazioni di robot collaborativi (gli antenati degli umanoidi) senza scrivere una riga di codice software. Insomma, anche un non esperto potrebbe insegnare a un robot cosa deve fare».

Ma a questo punto cosa ne sarà del know how, come gestire la conoscenza aziendale?

«Questo è un punto fondamentale, perché oggi tutte le imprese ad alta intensità tecnologica basano il proprio valore sulla proprietà del know-how generato. Come condividerlo in azienda perché crei redditività indipendentemente dalla presenza o meno di questo e quel collega che lo ha creato? Su questo fronte l’Ai rappresenta il tassello che ancora mancava. Questa tecnologia oggi può tradursi in assistenti virtuali che sono in grado di dare supporto agli operatori in ogni fase del loro lavoro, distillando e condividendo la conoscenza aziendale costruita nel corso degli anni.

I lavoratori dovranno imparare ad utilizzare l’Ai.

«L’Intelligenza Artificiale per natura semplifica le tecnologie che usiamo. L’esempio più lampante lo abbiamo tra le mani ogni giorno, il telefonino con cui noi tutti, dai bambini agli anziani non nativi digitali, facciamo cose impensabili fino a qualche anno fa, senza aver mai letto il manuale di istruzioni».

Un’evoluzione che tocca solo le grandi aziende?

«Queste trasformazioni non possono essere un privilegio delle sole grandi aziende. L’ecosistema industriale si basa soprattutto sulle pmi. Vale per il territorio di Brescia, come per quello del tutto simile di Bergamo. Le pmi devono entrare a pieno titolo in questa rivoluzione industriale. E lo possono fare solo agganciando il “treno” della Open Innovation, che in Italia – nonostante il generale pessimismo – sta correndo forte».

Dentro questi ambienti produttivi, quale ruolo diamo ai giovani?

«Rimango convinto che le vere “tecnologie abilitanti” a nostra disposizione sono i giovani. Si sente dire spesso che le fabbriche del futuro devono mettere l’uomo al centro. È vero e dobbiamo farlo, attraverso tecnologie a misura d’uomo. Ma, abbiamo bisogno di rendere la nostra manifattura più attrattiva per le nuove generazioni, i giovani talenti che risiedono in Italia e che vorremmo rientrassero a lavorare in Italia. E questo deve valere per le grandi aziende e per le piccole.

Quale ricetta per raggiungere questo scopo?

«Uno stipendio adeguato agli standard internazionali sarebbe un primo passo, diminuendo la tassazione senza aumentare i costi a carico delle aziende. Ma non basta. Bisogna pensare ad altri incentivi. Per esempio, concedere la giusta autonomia al proprio lavoro, bilanciare meglio il tempo lavorativo con la vita privata. Poi programmare corsi di formazione o veri percorsi di crescita. Fissare obiettivi e lasciare ai giovani la giusta libertà d’azione è una carta vincente per attrarre talenti. Niente di nuovo: le botteghe del rinascimento seguivano questo schema. r. raga.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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