Il suo ritorno a Brescia, nella nuova veste di amministratore delegato di Banco Desio, è coinciso con il giorno del lancio dell’Opas su Mps da parte di Intesa Sanpaolo. «Carlo Messina ha preparato questa operazione molto bene – riconosce Stefano Vittorio Kuhn –. Credo che la sua mossa sia una sorta di scacco matto: faccio fatica a immaginare che vi sia un altro istituto di credito pronto a rilanciare».
Sessantatré anni, sposato, due figli, il neo Ceo dell’istituto lombardo controllato dalle famiglie Gavazzi e Lado ha iniziato la sua carriera in banca a metà anni Ottanta, nel Credito Italiano (Creditwest Milano), per poi passare alla Banca San Paolo di Brescia e intraprendere un percorso in salita, scalando tutte le posizioni di vertice del Banco di Brescia e quindi di Ubi Banca, finché nel 2020, quando quest’ultimo gruppo è stato acquisito da Intesa Sanpaolo, Kuhn è diventato uno dei principali manager di Bper.
«E ora, in un momento di grande concentrazione bancaria – chiude il cerchio – è arrivata questa opportunità: Banco Desio è un ambiente estremamente interessante».

Con il risiko bancario in corso, dove si stanno già delineando nel mercato italiano grandi operatori, che spazio troveranno istituti di «medio piccole» dimensioni, come appunto Banco Desio?
Queste ultime acquisizioni bancarie sono operazioni di strategia. Se mi chiedesse: sono una buona notizia per il mercato domestico? Non le saprei rispondere...
Perché?
Perché se è vero che per effetto di queste operazioni il comparto bancario italiano ha raggiunto dimensioni che soltanto qualche anno fa non erano immaginabili, adesso il l’intero sistema economico italiano si ritrova con dei big del credito inevitabilmente impegnati in operazioni straordinarie e, seppur molto competenti e con un raggio d’azione ampio, ineluttabilmente sono meno focalizzati sulla loro attività ordinaria, magari palesando in alcuni casi di essere anche più «distanti» dal quel tessuto imprenditoriale composto per lo più (al 98%) da piccole e medie realtà. Nell’immediato, le grandi banche non possono gestire il «one-to-one».
Potrebbe spiegarmi il concetto con un esempio?
Quando una banca diventa molto grande, lo dico per esperienza, non è che non voglia prendersi cura delle piccole medio imprese: il fatto è che non riesce a farlo. Un operatore bancario di grandi dimensioni, correttamente ragiona e opera a livello nazionale: in altre parole vede l’Italia nella sua interezza e fatica a focalizzarsi esclusivamente sulla Lombardia. Si figuri se riesce a concentrarsi solo su Brescia o Bergamo. Sia chiaro, però, io non sto screditando le grandi banche, anzi. Credo invece che per caratteristiche non possano gestire al meglio determinate situazioni: quelle più piccole, su scala locale. Le potrei fare anche un altro esempio, che lei conosce bene...
Quale?
Lei sa che io ho lavorato in Banca Valle, inoltre, in Valle Camonica c’è il distretto delle forge. Ebbene: noi sappiamo che quell’angolo del mondo è anche abitato e ha bisogno di attenzione, sensibilità e prontezza per rimanere una virtuosa e prestigiosa nicchia d’attività della nostra economia.

Mi sta dicendo insomma che il risiko bancario apre paradossalmente delle interessanti opportunità anche per banche come la vostra?
Io credo che una banca di fascia media, come Banco Desio, possa garantire un’interlocuzione veloce e continua alle imprese di pari dimensione. Pensi a quando una Pmi deve chiudere un’acquisizione, siglare un contratto, effettuare un investimento o, più genericamente, portare a termine un’operazione straordinaria: hai forse 60 giorni di tempo per farlo e se ti rivolgi a una grande banca spesso diventa tutto più complicato, non perché non ne ha le capacità, ma perché i tempi li dettano loro non l’impresa che richiede il servizio. Vi è poi un altro aspetto da non trascurare: la memoria storica.
A cosa si riferisce nello specifico: alla storia dell’azienda o al rapporto con l’imprenditore?
Quando parlo del rapporto fra banca e impresa non mi riferisco semplicemente a una relazione finalizzata alla concessione di credito, bensì al servizio di consulenza che un istituto può offrire e garantire alla stessa azienda: se conosci l’imprenditore da 30 anni, se sai che è una persona per bene, corretta e che magari sta vivendo un momento di difficoltà, valuti la situazione con altri occhi. Al contrario, se ti basi esclusivamente sui cosiddetti «motori di concessione» del credito sarai spietato. Non dimentichiamoci, però, che in quest’ambito le grandi banche hanno a loro discapito poco margine d’azione in autonomia rispetto a noi perché sono regolamentate dalla Bce in maniera rigorosissima.
A questo punto la domanda è inevitabile: Banco Desio rafforzerà la sua presenza su Brescia?
Secondo me su Brescia si stanno aprendo spazi interessanti. Ad esempio l’incorporazione della Banca popolare di Sondrio in Bper lascerà dei vuoti, che poi, come sempre accade, qualcuno andrà a riempire. Banco Desio ha una caratteristica che secondo me rappresenta un vantaggio: ha una proprietà che è assolutamente sana e con una visione di lungo periodo. Io credo che su Brescia faremo operazioni di consolidamento in modo da riempire gli spazi che si verranno a creare.
Quando parla di consolidamento intende per linee interne o attraverso l’acquisizione di sportelli?
Banco Desio ha la struttura di una banca un po’ più robusta rispetto ad altri istituti locali: abbiamo 600mila clienti con 400 miliardi di masse gestite. Abbiamo anche un patrimonio di liquidità che ci consente di guardare alcuni investimenti con serenità. Io credo che a Brescia non andremo a comprare filiali, ma andremo ad aprirle perché riteniamo sia la strada più efficace.
Oltre alle motivazioni che ha già spiegato, la sua intraprendenza fa sperare che stiamo andando incontro a una stagione meno carica di incertezze. Quali sono le vostre previsioni?
Non glielo nascondo, sono un po’ preoccupato. Alcuni giorni fa, mi confrontavo con l’amministratore delegato di una grande catena della Gdo: dalla loro prospettiva riescono sempre ad avere una visione preventiva. In questo momento, mi ha confidato, stanno aumentando il numero degli scontrini battuti, ma nello stesso tempo si è abbassato il singolo valore di ogni ricevuta fiscale: in altre parole la sua clientela sta spendendo meno. Nel mondo della Gdo questo fenomeno si ripropone quando c’è tensione sui mercati ed esprime una contrazione dei consumi. Io temo che dobbiamo ancora scontare gli effetti dell’inflazione: per questo motivo guardiamo all’autunno con attenzione.

Malgrado ciò, i risultati delle ultimi analisi congiunturali dell’economia bresciana raccontano di un sistema produttivo ancora in trend positivo.
Gli effetti della guerra in Medio Oriente e della chiusura di Hormuz sono ancora sottostimati: noi stiamo leggendo dati che sono figli di una situazione ex ante. Oggi, in realtà, gli imprenditori sono molto preoccupati. Non dimentichiamoci, ad esempio, che il settore della logistica deve ancora «scaricare» sul consumatore finale i rincari dei carburanti. Lei sa, vero, che l’80% della logistica in Italia viaggia su gomma? Io penso che non abbiamo ancora visto l’onda di piena perché sta ancora piovendo: insomma, gli effetti collaterali all’aumento dei costi dell’energia dobbiamo ancora toccarli con mano. Per questo motivo va fatta un’attenta valutazione al trend dell’inflazione durante l’estate. Non le nego, inoltre, che nel frattempo abbiamo già rilevato un peggioramento della qualità del credito: siamo ancora in condizioni non preoccupanti, però riscontriamo qualche piccola difficoltà nei rimborsi, un segnale a cui prestare molta attenzione.
Oltre al risiko bancario stiamo vivendo una profonda trasformazione dello scenario economico: il mondo delle imprese, in particolare quelle medio piccole, ne uscirà più fragile o robusto?
Il percorso fatto dalla media imprenditoria italiana è straordinario, la loro crescita ha avuto una forte accelerazione negli ultimi anni: c’è stato il ricambio generazionale, dal 2008 in avanti si sono rafforzate patrimonialmente, sono aumentati i livelli di competenza, che non sono nemmeno confrontabili con quelli di dieci anni fa. Oggi abbiamo un tessuto imprenditoriale medio in grado di affrontare situazioni complesse, come quella attuale. Brescia per di più è una provincia «cintura nera» dell’esportazione, che la tutela maggiormente dalle crisi del mercato domestico e, comunque, anche di fronte a crisi internazionali Brescia sa come riposizionarsi sui mercati. A tal proposito mi concede un’ultima riflessione?
Prego ...
Noi per anni ci siamo detti che «piccolo non è bello», quando il gioco diventa complicato però le variabili diventano infinite e lo scenario cambia in maniera estremamente veloce: in questo caso le Pmi sono più duttili e rapide, sanno proteggersi e riposizionarsi meglio rispetto alle grandi realtà. Per far girare un transatlantico ci metti dei mesi, con un «Riva» ti basta un piccolo spazio di manovra. Adesso, però, il vero problema è capire l’altezza dell’onda: se arriva uno tsunami non ce n’è per nessuno. Non voglio apparire catastrofico, nei prossimi mesi però teniamo sott’occhio il tasso d’inflazione.




