Nel dibattito di questi giorni circa le nuove mosse e strategie sullo scacchiere del cosiddetto «risiko bancario», si rischia di trascurare dettagli non secondari, come le specifiche esigenze delle comunità e il ruolo, più che mai attuale, delle banche più prossime ad esse e, talvolta, dalle stesse comunità possedute e amministrate. È senz’altro positivo che il panorama dell’industria bancaria italiana abbia realtà in grado di concorrere con gli altri grandi istituti europei (e non solo) e di rispondere ai bisogni dell’economia nazionale.
Osservando più da vicino le aziende, le famiglie e i territori, emergono però specificità che sarebbe poco accorto ignorare nella costruzione di uno sviluppo partecipato e di una competitività inclusiva. Si pensi alla composizione delle imprese in Lombardia (tra le prime regioni manifatturiere europee) dove le realtà attive sono oltre 800mila, ma meno dello 0,2% di esse è classificabile come grande (con più di 250 addetti), il 99,8% è rappresentato da Pmi e di queste ultime il 94% è costituito da microimprese con al massimo 9 dipendenti.
L’economia reale ci impone realismo. Lo ha ricordato il Cardinal Zuppi, parlando di investimenti etici e sostenibili: è un problema quando il denaro perde il rapporto con la realtà concreta delle comunità; dalla finanza per le persone si passa alla mera speculazione. È un dato di realtà (non retorica localistica dei bei tempi andati) che imprese eterogenee, per lo più di piccola dimensione e radicate nel contesto territoriale, abbiano bisogno di risposte di credito e consulenza personalizzate, adeguate alla specificità delle loro esigenze. Una pluralità bancaria per una pluralità di imprese, dalle micro alle grandi. Senza dimenticare le famiglie, in un tempo in cui inflazione e costo della vita si fanno quanto mai pressanti. Risulta allora distonica e anacronistica la voce delle cassandre che, votate al mainstream del gigantismo finanziario, dimenticano di riconoscere il valore di banche al servizio, nei fatti, delle comunità.
Non stupisce che, in particolare, il modello del Credito cooperativo possa apparire ad alcuni come un’anomalia del sistema, da correggere. Una prassi «differente» di fare banca a «trazione» cooperativa e mutualistica, indipendente dalle logiche politiche e speculative. Banche che erogano credito per oltre il 95% del totale concesso a chi vive e lavora nel territorio dove è raccolto il risparmio. A capitale totalmente italiano e di proprietà delle comunità e dei soci che vi abitano, non di azionisti con residenza e interessi (naturalmente legittimi) spesso altrove.
Un modello che trova rinnovata e certificata conferma della propria attualità e indipendenza, anche grazie alla nascita nel 2016 dei gruppi bancari cooperativi, realtà di caratura nazionale e vigilate dalla Banca Centrale Europea. Tutte le Bcc affiliate alle due capogruppo Iccrea e Cassa centrale sono «qualificate» a fini di vigilanza quali banche significant, al pari delle big, pur essendo singolarmente tutte less significant (con meno di 30 miliardi di euro di attivo) e in larghissima maggioranza small and non complex, sotto i 5 miliardi di euro di attivo.
26 Bcc hanno sede e operano in Lombardia con oltre 220mila soci, 5mila dipendenti, 720 sportelli in 514 comuni (in 165 dei quali come unica presenza bancaria) e più di 1 milione di clienti. I risultati degli stress test di Autorità bancaria e Bce vedono Iccrea e Cassa centrale registrare, per tenuta e robustezza, i risultati migliori nella classifica sia italiana che europea. Dall’avvio dei due gruppi (sei anni fa) gli impieghi lordi erogati dalle Bcc italiane sono cresciuti di oltre il 13%, a fronte della riduzione del 3,2% registrata dal resto dell'industria bancaria.
Con una quota di mercato, guardando alla Lombardia, di oltre il 20% sui finanziamenti alle piccole imprese (nel bresciano prossime al 30%), all’artigianato e all’agricoltura. Numeri che raccontano un localismo bancario moderno, la cui originalità è stata riconosciuta poco tempo fa dal Presidente Sergio Mattarella che ha espresso «riconoscenza» al Credito cooperativo, a nome della Repubblica italiana, per il servizio e il ruolo economico e sociale, anche a sostegno della popolazione delle aree interne del Paese, in controtendenza rispetto al fenomeno della «desertificazione» bancaria.
Chi meglio delle «banche di relazione» e della prossimità può intercettare, con il sincero interesse nel darvi risposta, le necessità (e a volte le fragilità) delle piccole e piccolissime imprese di fronte alle grandi transizioni del presente? Si pensi solo al tema della sostenibilità, per non parlare di quello dell’intelligenza artificiale. La presenza di banche solide e in buona salute, seppur di grandezza differente, è un bene per tutti: lavoratori, risparmiatori, imprese e politica.
La buona notizia è che oggi nel nostro Paese aziende di tutti i settori e di pezzature diverse trovano risposte ai loro bisogni da banche di dimensioni e storie diverse. Ragionare a «taglia unica», sia nel contesto produttivo come in quello creditizio, significherebbe depauperare questo patrimonio esperienziale. Occorre valorizzare questa pluralità, o meglio biodiversità, per non lasciare indietro nessuno e accompagnare anche i più piccoli in un percorso di crescita organico, integralmente sostenibile e proiettato al futuro.



