Economia

Perché non dobbiamo temere la stagflazione (per ora)

Si tratta di una situazione in cui all’inflazione alta si accompagna la stagnazione economica: già in passato si è verificata in concomitanza con shock energetici
Marco Papetti
Un operatore della Borsa di New York - © www.giornaledibrescia.it
Un operatore della Borsa di New York - © www.giornaledibrescia.it

Da quando la guerra innescata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran ha fatto impennare il prezzo del petrolio (tra le altre conseguenze negative generate dal conflitto), gli analisti economici hanno cominciato a parlare del rischio di stagflazione per l’economia. Si tratta di una situazione di crisi che si associa storicamente ai grandi shock energetici, un po’ come quello a cui assistiamo oggi. Non è tuttavia certo che l’economia mondiale stia andando verso questa fase, anche se il pericolo esiste, come ha ammesso a marzo il commissario Ue per l’Economia Valdis Dombrovskis. Proviamo a capire perché è così temuta e se davvero la crisi di Hormuz potrebbe contribuire a provocarla.

Cos’è la stagflazione

La stagflazione, in breve, è una situazione macroeconomica in cui convivono contemporaneamente due elementi negativi: un’inflazione molto alta e una crescita del pil bassa o nulla (quindi una fase di «stagnazione» economica, a cui si accompagna anche un aumento della disoccupazione). Nel concreto significa non solo che i prezzi salgono mentre il potere d’acquisto si abbassa (questa è lo scenario dell’inflazione, in cui la moneta perde valore), ma anche che, contemporaneamente, i salari non crescono quanto i prezzi e l’economia arranca.

Perché si verifica? Perché aumentando il prezzo di materie prime fondamentali per le industrie e la manifattura come i combustibili e l’energia, le imprese rallentano la produzione (perché produrre diventa più costoso) e, di conseguenza, i prezzi aumentano.

Lo scenario di una stagflazione è particolarmente temuto, per i costi sociali che comporta ma anche perché per le banche centrali non è facile porvi rimedio. Gli organi di controllo monetario in una situazione di questo tipo si trovano infatti di fronte a due alternative contrastanti. Le sintetizza Francesco Menoncin, professore di Scenari e politiche macroeconomiche all’Università degli Studi di Brescia: «In una fase di recessione con elevata disoccupazione – spiega – la banca centrale dovrebbe ridurre i tassi di interesse per consentire un accesso più facile al credito da parte delle imprese e quindi per sostenere la produzione e l’occupazione. I tassi più bassi, tuttavia, determinano una maggiore circolazione di moneta che tende ad aggravare l’inflazione».

La Banca centrale europea
La Banca centrale europea

Ma la scelta di alzare i tassi, d’altro canto, genererebbe il problema opposto: «Se invece la banca centrale decidesse combattere l’inflazione aumentando i tassi di interesse, allora peggiorerebbe la situazione della disoccupazione». In sostanza, nessuna opzione sarebbe indolore: dal momento che durante la stagflazione coesistono alta inflazione ed elevato tasso di disoccupazione, le strategie tradizionalmente utilizzate per combattere ciascuno dei due fenomeni preso singolarmente risultano inefficaci ed aggravano un problema mentre cercano di risolvere l’altro. E ciò, aggiunge Menoncin, mette particolarmente in difficoltà le banche centrali, come per esempio la Fed, «che nel suo statuto ha sia come obiettivo sia il sostegno dell’occupazione sia la lotta all’inflazione».

Le crisi degli anni Settanta

Quando si parla di stagflazione, si tende spesso a fare un confronto con ciò che è accaduto negli anni Settanta e Ottanta, quando shock petroliferi causarono una situazione di crisi di questo tipo. In quel caso gli eventi scatenanti furono la cosiddetta «guerra dello Yom Kippur» (o quarta guerra arabo-israeliana) nel 1973 e la rivoluzione iraniana nel 1979.

Il 6 ottobre del 1973, giorno della festività ebraica dello Yom Kippur, L’esercito egiziano attaccò Israele passando dalla penisola del Sinai: in sostegno all’Egitto e alla Siria, i Paesi arabi dell’Opec, l’organizzazione che riunisce i Paesi produttori di petrolio, diminuirono del 25% le esportazioni di petrolio e promossero un embargo verso gli stati occidentali vicini a Israele. Ne seguì un forte calo delle scorte mondiali di petrolio e un’impennata del prezzo al barile. Un altro picco di crisi fu tra il 1979 e il 1980, in conseguenza della rivoluzione degli ayatollah in Iran.

Le economie dei Paesi importatori furono colpite duramente dall’aumento del prezzo del petrolio: l’inflazione salì moltissimo, con un aumento annuo dei prezzi del 9,1% tra il 1972 e il 1983. Diminuì anche la produzione (del 10%), per effetto delle politiche di austerità e di contrazione dei consumi messe in atto dai Paesi più industrializzati. Era la stagflazione, un tipo di recessione nuova, che lasciò un segno profondo sull’economia mondiale.

In molti, per esempio, ricordano ancora oggi le restrizioni decise dal governo italiano, guidato dal presidente del Consiglio Mariano Rumor, per risparmiare energia: c’erano le «domeniche a piedi», con divieto di circolazione per le automobili, ma anche la chiusura dei distributori di carburante dalle 12 del sabato alla mezzanotte di domenica, limiti di velocità abbassati, chiusura dei negozi entro le ore 19, riduzione dell’illuminazione pubblica in città. E persino la chiusura dei cinema e dei teatri alle 23 e fine dei programmi televisivi non oltre le 23. In generale, la crisi petrolifera cominciata nel 1973 contribuì a cambiare molte cose in Occidente: si cominciò a produrre automobili con minori consumi e a diversificare le forniture di energia fossile e in Europa furono scoperte nuove riserve di petrolio nel mare del Nord.

La situazione di oggi

E oggi in che situazione siamo? Dall’inizio della guerra tra Usa, Israele e Iran, come noto, il prezzo del petrolio è schizzato. Il 30 aprile il prezzo del Brent (il petrolio del mare del Nord) ha raggiunto il prezzo di 126,41 dollari al barile, il più alto dal 2022, anno dell’invasione russa dell’Ucraina. E l’incertezza sulla durata del conflitto fa temere una contrazione dell’economia simile a quella degli anni Settanta. C’è dunque il pericolo di stagflazione?

Secondo Emiliano Santoro, professore di Politica economica all'Università Cattolica di Milano, al momento il rischio «è concreto», ma la stagflazione non è ancora «in atto». Piuttosto, spiega il docente, oggi «siamo in una fase di vulnerabilità: abbastanza seria da richiedere attenzione, ma non ancora tale da configurare lo scenario più negativo. La combinazione è insidiosa, perché l’inflazione italiana è risalita al 2,8% ad aprile, mentre la crescita resta debole, con un Pil aumentato solo dello 0,2% nel primo trimestre rispetto al trimestre precedente».

Tuttavia, «manca ancora l’elemento decisivo della stagflazione piena: un’inflazione persistente, generalizzata e accompagnata da una stagnazione più marcata e duratura. Per ora la fiammata dei prezzi è molto concentrata su energia e alimentari, mentre l’inflazione di fondo, cioè quella calcolata escludendo queste componenti più volatili del paniere dei beni di consumo, sta rallentando. Questo è rilevante, perché ci dice che l’aumento dei prezzi non si è ancora diffuso in modo profondo al resto dell’economia».

Nonostante la gravità della crisi, quindi, non si è ancora generata «una spirale generalizzata di aumento dei prezzi, salari e aspettative». Rischio che aumenterebbe, secondo Santoro, «se famiglie e imprese iniziassero a percepire lo shock non come un episodio transitorio, ma come una nuova condizione strutturale».

In sostanza, ciò significa che lo shock può rimanere «gestibile» se famiglie e imprese «resteranno convinte che l’inflazione tornerà al 2%, lo shock può rimanere gestibile», mentre, dice Santoro, il problema è se invece questi soggetti inizieranno ad aspettarsi prezzi stabilmente più alti, soprattutto perché ritengono che la capacità produttiva distrutta richiederà tempo per essere ricostruita». In quel caso la situazione diventerebbe complessa: «Le imprese tenderebbero ad anticipare rincari, i lavoratori chiederebbero recuperi salariali più ampi e l’inflazione diventerebbe più difficile da riportare sotto controllo».

Un impianto di compressione per la distribuzione del gas - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Un impianto di compressione per la distribuzione del gas - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Un’altra questione decisiva da capire è quanto lo shock generato sull’economia dalla congiuntura geopolitica resterà circoscritta: «Se la guerra non ha prodotto solo un aumento temporaneo dei prezzi, ma ha anche compromesso capacità produttiva, infrastrutture, logistica e disponibilità di input essenziali, allora il rientro dell’inflazione potrebbe essere molto più lento», spiega Santoro.

Le differenze con gli anni Settanta

Il rischio della stagflazione non è ancora diventato «allarme» nemmeno per Francesco Menoncin: «Almeno al momento non sembra giustificato un timore eccessivo per una stagflazione», dice. A suo dire, ci sarebbero infatti delle differenze tra quello che sta accadendo oggi e le crisi degli anni Settanta, sfociate in periodi di reale stagflazione.

«Durante la stagflazione di quegli anni la disoccupazione era in aumento, mentre oggi, sia in Italia sia in Europa, la disoccupazione è ai minimi storici – spiega Menoncin –. Inoltre, il Pil, durante la stagflazione, presentava variazioni molto ampie e anche di segno negativo, mentre in Europa e in Italia il tasso di crescita si mantiene positivo, seppure ridotto». Diverso è anche l’approccio delle banche centrali: «La Fed, sotto il controllo di Paul Volcker, negli anni Ottanta inaugurò un tentativo di controllo della base monetaria, anziché dei tassi di interesse, che rese estremamente volatili i tassi e che portò a una doppia recessione negli USA».

Oggi, invece, «le banche centrali hanno operato in modo molto più accorto ed efficiente e sono riuscite a scongiurare la forte inflazione del 2023 senza generare recessioni». In generale, poi, «l’inflazione al momento rimane a livelli prossimi agli obiettivi delle banche centrali, soprattutto in Europa». Uno scenario diverso da quando, negli anni Settanta, «i prezzi erano salito in modo quasi incontrollato subito all’indomani delle crisi petrolifere.

I possibili scenari

Si è detto delle banche centrali. Ma come potrebbero muoversi se la guerra e la crisi energetica dovessero continuare? Per quanto riguarda la Banca centrale europea, la strategia al momento è votata alla cautela: «La Bce ha dichiarato di voler seguire un approccio dipendente dai dati, cioè decidere riunione per riunione sulla base dell’evoluzione di inflazione, salari, crescita e condizioni finanziarie – spiega Santoro –. In questa fase, come detto, la variabile decisiva sono le aspettative: finché restano ancorate all’obiettivo del 2%, la Bce può mantenere un atteggiamento prudente, se invece inizieranno a deteriorarsi, dovrà reagire con maggiore fermezza, rinviando eventuali tagli dei tassi o mantenendo condizioni monetarie restrittive più a lungo. Ciò vale a maggior ragione se lo shock dovesse rivelarsi non temporaneo, ma legato a una riduzione della capacità produttiva in aree strategiche».

Una nave carica di container - © www.giornaledibrescia.it
Una nave carica di container - © www.giornaledibrescia.it

Secondo Santoro, nel futuro prossimo per la Bce la sfida è «evitare due errori di segno opposto: sottovalutare l’inflazione, lasciando che si radichi nelle aspettative, oppure contrastarla con un irrigidimento eccessivo, aggravando una crescita già fragile». Tenendo presente, inoltre, che «la politica monetaria può raffreddare la domanda e preservare la credibilità dell’obiettivo antinflazionistico, ma non può ricostruire infrastrutture danneggiate, riaprire rotte commerciali o aumentare direttamente la capacità produttiva. Di fronte a uno shock che nasce dal lato dell’offerta, i tassi possono limitare la propagazione dell’inflazione, ma non rimuoverne la causa. Anzi, se usati in modo troppo aggressivo, rischiano di produrre effetti recessivi sull’economia reale».

La risposta alla crisi, per Santoro, non può essere solo di politica monetaria: «Servono anche politiche fiscali, industriali ed energetiche mirate». Come «sostegni temporanei alle famiglie più esposte, interventi selettivi per le imprese – specie quelle maggiormente energivore –, incentivi all’efficienza energetica, investimenti in reti, rinnovabili, stoccaggi, diversificazione delle fonti e sicurezza delle filiere critiche».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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