Comprendere la guerra Usa-Israele e Iran e i potenziali effetti economici che ne derivano è un tema complesso che fonda le sue radici nel passato. La natura poliedrica del problema ci porta alla ricerca di alcuni pezzi del puzzle che cercheremo di ripercorrere in quattro tappe (qui di seguito la prima). L’analisi non vuole e non può essere esaustiva perché parlare di fonti fossili ed effetti economici e geopolitici implicherebbe un approccio ad ampio spettro che va oltre le competenze di chi scrive, tuttavia crediamo che allargare il quadro aiuti a vedere meglio il prisma del problema.
Washington, 15 novembre 1977, prato Sud della Casa Bianca. Le lacrime riempiono gli occhi di due uomini in piedi dietro il podio blu. Il primo indossa un gessato e una cravatta rossa a pois blu e strizza gli occhi con aria sofferente. Il presidente Carter sta cercando di continuare il suo discorso. Il secondo uomo, con cravatta a righe blu e gialle, si porta il fazzoletto al volto per asciugarsi le guance. La First Lady e l’imperatrice Farah, alle loro spalle, si voltano di lato per evitare il fumo. A qualche centinaio di metri, 4.000 manifestanti si stanno scontrando in due fazioni contrapposte: da un lato i sostenitori dello Scià dell’Iran Mohammad Reza Pahlavi, alla sua dodicesima visita negli Usa, dall’altro i suoi oppositori.
Il presidente Carter e Sua Maestà Imperiale lo Shahanshah dell’Iran si incontrarono poi nella Sala del Gabinetto per circa 90 minuti. Le parole di Carter furono eloquenti: ribadì il pieno sostegno «alla speciale relazione che i due Paesi hanno sviluppato negli ultimi 30 anni» e offrì «il suo impegno personale per rafforzare i legami». Il presidente ribadì l’importanza di un Iran forte, stabile e progressista sotto la guida di Reza Pahlavi. A tal fine, sottolineò che la politica Usa sarebbe rimasta «quella di cooperare con l’Iran nei suoi programmi di sviluppo economico e sociale e di continuare a contribuire a soddisfare le esigenze di sicurezza dell’Iran».
Discussero pure della situazione in Medio Oriente. Carter osservò che l’Iran occupava una posizione unica nella regione, in quanto intratteneva buoni rapporti con tutti i Paesi coinvolti e che l’assistenza economica fornita dall’Iran a molti di essi rappresentava un prezioso contributo alla stabilità dell’area. Il presidente e lo scià discussero inoltre degli sviluppi in Medio Oriente nel suo complesso e di questioni di interesse comune, quali i colloqui con l’Unione Sovietica sul trattato Salt II, che sarebbe poi stato siglato il 18 giugno 1979, che mirava a limitare la proliferazione di armi nucleari strategiche offensive. Infine i due dedicarono particolare attenzione alla necessità di sviluppare fonti energetiche alternative, tra cui l’energia solare, e concordarono che i due Paesi avrebbero collaborato strettamente. Convennero anche che efficaci programmi di risparmio energetico sarebbero stati essenziali per contribuire a soddisfare il futuro fabbisogno energetico mondiale, dato l’esaurimento delle riserve petrolifere. Il presidente sottolineò l’importanza del mantenimento della stabilità dei prezzi del petrolio.
Quando tutto cambiò
Un mese e mezzo dopo, Carter volò in Iran per festeggiare il capodanno con lo Scià. Divenne famoso il suo discorso quando, alzando il calice di champagne dichiarò: «L’Iran, grazie alla grande leadership dello Scià, è un’isola di stabilità in una delle zone più travagliate del mondo». Solo una settimana dopo, in opposizione al regime repressivo dello Scià, i cittadini iraniani iniziarono a partecipare a massicce manifestazioni che sarebbero culminate nella Rivoluzione del 1979 e nella Repubblica Islamica dell’Iran.
Tra le varie proteste contro lo Scià vi furono gli scioperi dei lavoratori del petrolio nell’autunno 1978 che acuirono una crisi economica globale scaturita qualche anno prima. Esattamente dopo la guerra dello Yom Kippour iniziata sabato 6 ottobre 1973 con un attacco di Egitto e Siria nei confronti di Israele. L’obiettivo dei Paesi arabi era quello di riprendere i territori (penisola del Sinai e alture del Golan) persi durante la Guerra dei Sei Giorni del 1967. Dopo una prima fase in cui Israele, colto di sorpresa, subì l’avanzata delle truppe nemiche, il fronte si ribaltò anche grazie al supporto decisivo degli Usa. In risposta al sostegno statunitense a Israele, i Paesi arabi dell’Opec dichiararono un embargo petrolifero.

Il greggio
Nel 1973 l’energia globale era dominata dalle fonti fossili che, tutte insieme, coprivano l’87% del totale: il petrolio costituiva il 46,2%, il carbone il 24,5% ed il gas il 16%. Il prezzo del greggio quadruplicò in pochi mesi, passando da circa 3 a quasi 12 dollari al barile, innescando lo shock che cambiò il volto dell’Occidente e che prese un nome nuovo nella teoria economica: la stagflazione, la combinazione di stagnazione e inflazione.
Gli economisti furono impreparati di fronte a questa novità teorica. Si comprese poi che un incremento degli input produttivi di tipo sistemico e in particolare del petrolio, ma anche del gas naturale, creavano le condizioni per questo mostro bicefalo difficile da eradicare. Infatti il petrolio e il gas sono fattori produttivi che impattano tutto il sistema economico con un effetto domino: incidono su trasporti, riscaldamento, energia per la produzione manifatturiera, sintesi dei medicinali e agricoltura attraverso i prodotti derivati, rendendo di fatto il costo del cibo un derivato del costo del barile. Un incremento del prezzo dell’oro nero ha quindi ripercussioni sistemiche. Il Giano bifronte della crisi era apparso: un volto guardava alla recessione, l’altro all’inflazione galoppante. E di fronte a questo problema le banche centrali non sanno se aumentare i tassi per controllare l’inflazione oppure ridurli per incentivare la crescita. Le fonti fossili erano pressoché indispensabili e ogni Stato cercava di tenere il controllo sulle proprie risorse.
Così un anno prima, l’1 gennaio 1976, il presidente del Venezuela Carlos Andrés Pérez aveva proclamato la nascita della Pdvsa (Petróleos de Venezuela S.A.), nazionalizzando le risorse e riducendo, di fatto, le concessioni delle compagnie straniere (soprattutto americane e olandesi). Gli Usa perdettero la gestione dei giacimenti venezuelani e ridussero i propri margini ma mantennero le collaborazioni anche con contratti di assistenza tecnica e continuarono ad acquistare il petrolio anche per contrastare la riduzione dell’offerta dopo il 1973.
La maledizione delle risorse
Nel giorno dell’incontro tra Carter e Pahlavi sul prato della Casa Bianca, gli Usa stavano lentamente riprendendosi dalla crisi del 1973: l’inflazione era scesa a circa il 6,5%, dopo aver avuto un picco pari all’11% nel 1974; il debito su Pil era pari al 33%, e corrispondeva a poco più del 9% del Pil globale; mentre il Pil statunitense era già il 28% di tutta la ricchezza prodotta a livello mondiale con un tasso di disoccupazione del 6,8% e un tasso di interesse di circa il 6,5%.
Sul fronte della produzione petrolifera gli Usa avevano superato il loro picco nel 1971 di circa 10 milioni di barili al giorno ed erano scesi a 8 milioni e mezzo (oggi siamo a quasi 14 milioni). L’Iran, con un Pil pari a circa l’1% mondiale, produceva circa 5,6 milioni di barili al giorno (scenderanno a circa 3 nel 1979 e oggi dovrebbero essere poco più di 3 milioni), tuttavia, pur producendo un’enorme quantità di oro nero, aveva una economia in crisi, con un’altissima inflazione. Si intravvedevano tutte le caratteristiche della «maledizione delle risorse» in cui uno Stato, pur ricco di materie prime, non riesce a sviluppare una crescita economica adeguata. Il 24 settembre 1978 entrarono in sciopero gli operai e i lavoratori dell’industria petrolifera che richiedevano aumenti dei salari fino al 50% e migliori condizioni di lavoro. Il 5 ottobre lo sciopero generale si estese a tutti i settori, la produzione del petrolio crollò. Ciò portò alla fuga dello Scià e alla nascita il 1° aprile 1979 della Repubblica Islamica dell’Iran. Gli Usa avevano perso un importante alleato nel Medio Oriente e il controllo sul petrolio iraniano. La rivoluzione iraniana e la successiva guerra Iran-Iraq, portarono i prezzi del petrolio a livelli molto elevati: da circa 15 dollari a barile del ’77 ai 40 dollari dell’80.
Le ricadute
Quali furono gli effetti macroeconomici ed energetici? Da un lato si cercò di usare nuove fonti, tra cui gas e nucleare, dall’altro di combattere l’elevata inflazione. La cura negli Usa fu un’imponente stretta monetaria adottata dal presidente della Fed Paul Volcker. Nell’ottobre ’79 la banca centrale aumentò i tassi di interesse, con picchi fino al 20-22%, per raffreddare l’economia e ridurre le pressioni inflazionistiche. Come disse lo stesso Volcker, «per spezzare il circolo vizioso dell’inflazione serve una politica monetaria rigorosa e credibile».
L’intervento fu efficace: dal 1980 al 1983 l’inflazione scese dal 12-13% al 3%, ma gli alti tassi rallentarono la crescita economica e causarono un’impennata del tasso di disoccupazione fin quasi all’11%. Nella storia degli Usa è il terzo dato più alto dopo il picco del 32% della Grande Crisi del 1929 e del 15% del Covid. È importante sottolineare come l’incremento dei tassi fu possibile perché il debito pubblico era abbastanza basso e quindi non causò eccessivi interessi con l’esplosione dell’indebitamento.
Il 15 novembre 1977 sembra quasi un giorno-specchio della nostra attualità: la data si colloca a circa 4 anni dalla guerra dello Yom Kippour e a circa 2 dalla nazionalizzazione del petrolio Venezuelano. Il Venezuela si era da poco staccato dall’influenza Usa e da lì a poco l’avrebbe fatto anche l’Iran. La guerra Usa-Israele vs Iran si colloca a due anni e mezzo dall’attacco di Hamas a Israele (avvenuto il 7 ottobre 2023, a 50 anni e un giorno dallo Yom Kippour) e a circa due mesi e mezzo dalla destituzione di Maduro, riportando il petrolio Venezuelano nell’area di influenza americana.
Sembra quasi che gli Usa, col loro documento «National Security Strategy» del novembre 2025, vogliano riportare l’orologio indietro nel tempo. Le intenzioni dichiarate infatti sono: da un lato la volontà di «ripristinare la preminenza americana nell’emisfero occidentale», negando ai competitor il controllo di asset strategici; dall’altro l’obiettivo di «impedire che una potenza avversaria domini il Medio Oriente e le sue forniture di petrolio e gas e i colli di bottiglia attraverso i quali essi transitano». Sembra si voglia ricomporre un ordine infranto proprio tra ’77 e ’79. Ma il mondo non è quello di allora: ci sono assonanze ma pure molti elementi differenti che incideranno sugli eventi. Come diceva Mark Twain: «La storia non si ripete mai, ma spesso fa rima». E le rime che stiamo leggendo tra il 1977 e il 2026 sono cariche di presagi che passano, ancora una volta, per lo stretto corridoio di un canale.
Sergio Vergalli, ordinario di Politica economica, UniBs




