Economia

Aldo Bonomi: «Tassare meno le aziende crea ricchezza per tutti»

L’imprenditore parla della Manovra: «Giusto che le persone abbiano più soldi a disposizione ma serve agire alla fonte, non trovare soluzioni successive ai bisogni»
Aldo Bonomi - © www.giornaledibrescia.it
Aldo Bonomi - © www.giornaledibrescia.it

Il punto di partenza è categorico: «È giusto, anzi giustissimo che le persone abbiano più soldi in tasca, per poter far fronte a una vita sempre più costosa e aumentare il loro potere d’acquisto». Sul come ottenere questo risultato però Aldo Bonomi, presidente e amministratore delegato di Bonomi Group (attivo nel settore industriale dell’idraulica, del riscaldamento e dell’energy, 1.120 dipendenti a fine 2025), immagina una strada diversa «da quella intrapresa da questo governo, dai precedenti e verosimilmente anche dai futuri: serve agire alla fonte, non trovare soluzioni che siano successive ai bisogni».

E il riferimento in questo specifico caso è alla scelta dell’esecutivo guidato da Giorgia Meloni di estendere fino a 55mila euro di reddito annuo il secondo scaglione Irpef, assoggettato all’aliquota del 33%, come previsto dal disegno di legge di Bilancio 2027 licenziato due giorni dal Consiglio dei ministri.

Cosa intende quando sostiene che si debba agire alla fonte?

Siamo abituati a rincorrere i problemi ma la vera soluzione sta nel taglio del costo del lavoro, non in quello delle tasse. Serve alleggerire gli oneri a carico delle imprese, con l’obiettivo che deve essere quello di liberare risorse che possano tradursi concretamente in retribuzioni più elevate per i dipendenti, aumentando il loro potere d’acquisto senza gravare ulteriormente sui bilanci aziendali. Ci dimentichiamo che sono le imprese a creare ricchezza grazie ai loro investimenti.

Il costo del lavoro, insieme ovviamente a quello dell’energia, resta infatti uno dei principali freni alla crescita.

Il gettito fiscale deve comunque essere garantito, ma la vera domanda è: dove andiamo a reperire queste risorse? Non possiamo continuare a gravare su chi produce ricchezza, con la pressione fiscale che sui redditi più elevati raggiunge livelli che scoraggiano investimenti e attrattività. Il paradosso è che prima costringiamo professionisti, talenti e imprese a trasferirsi all’estero – cosa che costantemente succede – e poi introduciamo importanti agevolazioni fiscali per convincerli a rientrare. È una situazione che ha dell’incredibile. Inoltre un’azienda che vuole risparmiare fa dei tagli, perché lo Stato non si muove nella stessa direzione?

Meno tasse alle aziende quindi. Ma la riduzione del cuneo fiscale deve essere esteso a tutte?

Chi fa dividendi è giusto che paghi tante tasse, chi invece investe e dà lavoro no. Che senso ha gravare su chi produce ricchezza, mentre per chi investe in Borsa e guadagna solo per sé stesso il peso è lieve?

Si entra quindi nel campo dell’equità sociale, con la forbice tra super ricchi e il resto della popolazione che si sta allargando.

Non sono preoccupato ma molto preoccupato del fatto che ci sia sempre più disparità. Come diceva Olivetti, un manager non può guadagnare 10, 100, 500 volte più di un operaio. Va bene premiare il talento ma all’interno di una cornice ben definita e non troppo ampia. La sperequazione però sta aumentando, con conseguenze dirette anche sul potere di acquisto delle persone.

In conclusione possiamo dire che, secondo lei, agevolare le imprese è il modo giusto per riuscire ad aiutare tutti.

Se un’azienda paga di meno avrà più soldi da investire, da destinare al welfare, da distribuire sotto forma di premialità e di aumenti di stipendio. Quale strumento migliore esiste per rafforzare tutte le fasce di popolazione, a partire dal ceto medio, sotto il profilo economico? E poi, mi permetta una chiosa finale, bisogna smetterla di dire che serve lavorare meno: l’Italia è stata creata da chi ha lavorato e ha reso il tessuto economico competitivo su scala globale. La Germania ha adottato le 36 ore di lavoro settimanali ed ora, in piena crisi, vuole tornare indietro e rivedere la sua decisione. Qualcosa vorrà pur dire.

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