Economia

«Quando c’è bassa crescita soffrono i più deboli, come i giovani italiani»

Tiziano Treu, ex Ministro del Lavoro e già presidente del Cnel, interverrà giovedì all’incontro organizzato dal gruppo DamaLab alla Cantina Bottenago di Polpenazze
Alcuni giovani in piazza portati in uffici Polizia a Milano per accertamenti
Alcuni giovani in piazza portati in uffici Polizia a Milano per accertamenti

La scorsa settimana si è chiusa ancora con le proteste dei giovani in molte piazze d’Italia. La tensione resta alta anche a Brescia, tant’è che la macchina della sicurezza si è già messa al lavoro e guarda alle prossime manifestazioni. Il nuovo banco di prova per l’ordine pubblico è tra una manciata di giorni con lo sciopero generale indetto dal sindacato Usb per venerdì. Il 30 ottobre si scenderà nelle piazze al grido «Abbassate le armi, alzate i salari. Blocchiamo tutto!». Una mobilitazione contro il riarmo e il caro vita che mira a unire lavoratori, pensionati, studenti, movimenti per la casa e realtà pro-Pal. «I giovani protestano sempre per primi e, come spesso capita, il problema non riguarda solo loro», riconosce l’ex Ministro del Lavoro nei governi Dini e Prodi e già presidente del Cnel, Tiziano Treu, che giovedì pomeriggio interverrà al convegno organizzato dal gruppo DamaLab alla Cantina Bottenago di Polpenazze, dedicato al «Futuro del lavoro e nuove responsabilità: trasparenza salariale, salario giusto e tecnologie emergenti».

«L’aumento del costo della vita ha di gran lunga superato la crescita dei redditi di lavoro, nel frattempo purtroppo sono anche aumentate le rendite immobiliari e nel Paese si è creato un disagio generale – continua il professore emerito di Diritto del lavoro dell’Università Cattolica di Milano –. In generale, i salari degli italiani sono più bassi delle medie europee e non hanno recuperato il potere d’acquisto che avevano sei/sette anni fa. I giovani sono quelli messi peggio».

Quali riforme servirebbero per trasformare il loro «lavoro povero» in un’occupazione di qualità, che gli consenta soprattutto di sostenere autonomamente un progetto di vita?

«Le retribuzioni medie dei giovani italiani sono molto più basse di quelle degli adulti e a seconda dei settori d’attività possiamo arrivare anche a una differenza di salario del 30%. Una discriminazione terribile. Direi più grave della discriminazione storica, che riguarda il salario delle donne. Da qui si può capire bene l’origine dell’attuale disagio giovanile: peraltro, in Italia, i giovani sono sempre più pochi e li trattiamo pure male. Mi riferisco ad esempio alle opportunità di carriera, non a caso molti giovani, anche laureati, lasciano l’Italia perché oltre al salario non hanno condizioni favorevoli per fare carriera. Per invertire questa tendenza non basta qualche bonus fiscale o un incentivo applicato qua e là, bensì una risposta strutturale».

L'ex presidente del Cnel e professore emerito di Diritto del Lavoro all'UniCatt
L'ex presidente del Cnel e professore emerito di Diritto del Lavoro all'UniCatt

Di che tipo? Potrebbe farci qualche esempio?

«La prima mossa fare è quella di portare più innovazione alla nostra economia per renderla maggiormente produttiva. Se non aumenta la produttività ci sarà bassa crescita e poca ricchezza da distribuire, di conseguenza ne soffriranno i più deboli, come i giovani appunto. Nel nostro caso abbiamo quindi da recuperare una lacuna storica, quella di un Paese che ha investito poco nell’innovazione, così come nella formazione e che oggi si ritrova poca qualità nella crescita. E temo che anche la prossima finanziaria non offra di più in tal senso».

L’applicazione dell’Intelligenza artificiale nei processi produttivi potrebbe aiutarci in questo progetto?

«Siamo solo agli inizi dell’applicazione dell’AI nell’industria e forse possiamo recuperare il tempo perso: questa è una delle nostre grandi occasioni per migliorare quantità e qualità dell’occupazione. Se non investiamo, però, non diffonderemo questa tecnologia nelle imprese, anche in quelle più piccole, e perderemo una grande occasione. Con l’Università Cattolica sto facendo una ricerca per verificare come le imprese usano l’AI: per compiere questa rivoluzione non basta metterci i soldi privati, serve una strategia e un supporto pubblico».

Molte piazze d’Italia si sono riempite in modo spontaneo di giovani in protesta. Questo aspetto fa risaltare l’assenza dei corpi intermedi, come quello del sindacato, che fa sempre più fatica a rappresentare i bisogni dei giovani. È d’accordo?

«Beh sì, perché il sindacato con la contrattazione salariale fa fatica a stare al passo del costo della vita. Va detto, tuttavia, che il contesto rende più difficile l'azione sindacale: queste nuove tecnologie sono difficili da gestire, creano più individualismo. È poi non possiamo nascondere che il sindacato fa fatica a parlare coi giovani perché si compone prevalentemente di persone anziane: per questo motivo deve rinnovarsi, solo così potrà attrarre più giovani, interagire con loro e capire i loro bisogni».

Quali potrebbero essere gli strumenti che consentirebbero ai giovani un ingresso meno penalizzante nel mercato del lavoro?

«Lo abbiamo detto tante volte, ma lo ripeto: guardiamo anche ai Paesi che fanno un po’ meglio di noi e investiamo di più nell’istruzione e nella formazione. La seconda cosa da fare è facilitare l’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro, seguendo l’esempio della Germania e della Francia, che utilizzano più contratti di apprendistato. Gli Its sono un ottimo percorso perché i loro percorsi di formazione sono condivisi dalle imprese e aiutano l’inserimento di giovani».

Introdurre il salario minimo legale, può essere utile alla causa?

«Io direi di sì, perché lo stanno usando tutti nel mondo, in Europa in particolare. Non si capisce perché da noi non lo si fa: il salario minimo aiuta innanzitutto i lavoratori che stanno peggio. Sia chiaro: il salario minimo non basta a risolvere la situazione, ma unito alla formazione e ai contratti di apprendistato andrebbe a beneficio dei giovani».

Più della riduzione del cuneo fiscale?

«Le aziende spesso non riescono a competere sui mercati internazionali perché non sono sufficientemente produttive. Per rendere le imprese efficienti serve innovazione, non solamente agevolazioni fiscali».

Le agevolazioni fiscali, però, potrebbero consentire di ridurre il gender gap nel mondo del lavoro.

«La nostra economia ha molto bisogno delle donne, perché non dimentichiamoci del costante calo della popolazione. Le donne sono inoltre mediamente più istruite degli uomini e darebbero un ottimo contributo alla crescita del Paese, rendendo la nostra economia più forte. Naturalmente, per far lavorare di più le donne bisogna aiutarle: sostenerle nei carichi di lavoro familiare. Qualcosa si è fatto con il Pnrr, ma bisogna fare di più. Molto di più».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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