Essere poveri anche se si ha un lavoro. Una situazione paradossale, ma purtroppo in crescita. Chi la subisce viene chiamato «working poor»: un lavoratore che, pur con un reddito, non riesce ad arrivare a fine mese. Del fenomeno si è iniziato a parlare alla fine degli anni Novanta, «ma è diventato oggetto di studio solo dal Duemila», spiega Marco Castellani, docente di Sociologia dei processi economici e del lavoro all’Università degli studi di Brescia.
Professore, quali sono le ragioni per cui un reddito da lavoro può non bastare per superare la soglia di povertà?
Alcune ragioni sono di senso comune, come i salari bassi, che sappiamo essere un problema endemico italiano. In alcuni settori poi, come il commercio, la ristorazione o la logistica, la retribuzione può essere molto contenuta. C’è poi l’inflazione, che incide molto nel breve periodo, diminuendo il potere d’acquisto. Ma non sono gli unici fattori: influiscono anche la discontinuità dell’occupazione - contratti brevi o stagionali - e la composizione del nucleo famigliare, perché un reddito modesto può essere sufficiente per una persona ma essere inadeguato a sostentare un’intera famiglia.

Esistono anche ragioni strutturali, di sistema?
Sì, per esempio la crescita debole della produttività, che si aggancia alla difficoltà ad aggiornare i contratti collettivi nazionali: la bassa produzione, infatti, ha come ricaduta anche la tendenza a essere inerti nelle contrattazioni collettive nazionali, che fissano i minimi retributivi. C’è anche la questione del cuneo fiscale, che è una tema rilevante per i working poor, perché incide molto sui redditi bassi. E tutte queste criticità poi non solo si sommano, ma spesso si moltiplicano, rendendo il problema ancora più pressante.
Quali interventi legislativi potrebbero contrastare questo fenomeno?
La politica dovrebbe proteggere i salari più bassi e ridurre il cuneo fiscale, ma anche contrastare la discontinuità lavorativa, facendo ricorso per esempio incentivi selettivi che trasformino i contratti precari in contratti stabili, e rafforzare le politiche attive del lavoro per aiutare le persone a uscire da occupazioni fragili o comunque a essere ricollocate rapidamente: penso a corsi di formazione collegati ai fabbisogni delle imprese e a orientamenti nei centri per l’impiego. E, infine, potrebbero essere più inclusive anche le politiche passive, come le indennità di disoccupazione e le integrazioni salariali.




