Opinioni

Ceto medio, spettro sociale confuso e raggirato

È diventato l’inevitabile destinatario elettorale della ricerca del consenso da parte dei leader e dei loro partiti
Persone in piazza
Persone in piazza

Tutti lo cercan (o, per lo meno, lo invocano), ma nessuno lo trova davvero. Il ceto medio «araba fenice» e «chimera» della politica. Continuamente citato da molti politici, come se scattasse una sorta di riflesso condizionato, perfino a prescindere dalla fotografia corretta di quanto succede nella società. E, così, il richiamato ceto medio (i lavoratori, le imprese...) diventa l’inevitabile destinatario elettorale della ricerca del consenso da parte dei leader e dei loro partiti, ma anche - questo è il punto - un surrogato di blocco sociale che, declinato in termini così general-generici, si converte piuttosto in una specie di «indistinto sociale».

Prendiamo le ultime dichiarazioni del ministro Giancarlo Giorgetti sulla priorità della detassazione del ceto medio. A quali soggetti sociali si riferisce, per l’appunto, nel Paese (sciagurato e oppresso dalla tara dell’evasione fiscale) in cui il 30,2% degli italiani paga l’80% dell’Irpef? Ovvero, quei lavoratori dipendenti e pensionati che non beneficiano di sgravi, né delle troppe flat tax che i governi (sempre di destra) sfornano a ciclo continuo.

Ecco, secondo la visione del premio Nobel per l’Economia Paul Krugman - tipica dei liberal statunitensi - quei lavoratori ed ex lavoratori arrivati alla pensione dovrebbero per l’appunto costituire le pacifiche armate della middle class, se dagli anni Ottanta del Novecento il neoliberismo non ci avesse messo lo zampino, determinando una crescita incessante della divaricazione e della forbice sociale che ha reso ancora più immensamente ricchi i componenti dell’1% della popolazione mondiale, spappolando e impoverendo, per contro, i ceti medi. Dalla cui prosperità, come ci rammentano a ogni pie’ sospinto lui stesso e l’altro premio Nobel Joseph Stiglitz, derivano principalmente la coesione sociale e la tenuta delle istituzioni della democrazia liberale, oggi in crisi e attaccate senza sosta da quel populismo a cui le classi medie disorientate e indebolite tendono immancabilmente ad affidarsi per sfogare le loro rabbie e paure. Come già avvenuto, in maniera catastrofica e terribile, nel corso del Secolo breve.

Il neoliberismo della signora Margaret Thatcher e di Ronald Reagan si era affermato anche in virtù delle promesse di rendere la maggioranza della popolazione una grande e vasta middle class in una società di fatto senza più classi; una promessa (falsa e strumentale) ben presto disattesa - di più: bellamente tradita ò, finendo invece per spargere ovunque nei decenni successivi sempre maggiori disuguaglianze.

Come ha teorizzato il sociologo francese Pierre Bourdieu, le classi sociali non sono aggregati statici descrivibili esclusivamente mediante il reddito, ma combinazioni complesse di capitale economico, capitale culturale e capitale sociale. Se si adotta questo tipo di sguardo sociologico, emerge con chiarezza come il ceto medio novecentesco - quello contraddistinto da stabilità lavorativa, ascensore sociale funzionante e mobile, e un’aspettativa di progresso e miglioramento intergenerazionale - si sia spaventosamente frammentato, anzi frantumato. Viviamo nell’epoca che Ulrich Beck ha definito della società del rischio, in cui i percorsi di vita non risultano più protetti da appartenenze di classe strutturate. Il ceto medio si è così trasformato in un arcipelago, attraversato da fratture profonde: tra garantiti e precari, fra titolari di competenze digitali e globali e lavoratori «incatenati» nei loro territori e a bassa qualificazione, esposti pertanto alla sostituzione tecnologica o alla svalutazione delle tipologie più tradizionali del capitale umano.

Parlare oggi di «detassazione del ceto medio» significa, quindi, rivolgersi a un ampio spettro sociologico. Un agglomerato sociale fluido in cui convivono il professionista urbano ad alto reddito, il quadro d’azienda sotto pressione, l’insegnante impoverito dall’inflazione e il lavoratore autonomo esposto alle fluttuazioni dei mercati. Il ceto medio è così divenuto una sorta di simulacro stancamente riproposto da una politica che non capisce più le trasformazioni sociali, o non sa trovare gli strumenti - per molteplici ragioni - per intervenire su di esse.

Di sicuro, purtroppo – e lo si vede dall’assai precario stato di salute delle nostre democrazie liberalrappresentative –, è finita quell’idea aspirazionale dell’appartenenza al ceto medio che aveva garantito per almeno un secolo e mezzo la crescita economica e una certa innovazione sociale. E si rivela curioso svolgere queste riflessioni nelle giornate di un anniversario, apparentemente secondario, ma decisamente emblematico.

Era il 24 settembre del 1946, ovvero giusto 80 anni fa (come l’età della Repubblica), quando, a Reggio Emilia, Palmiro Togliatti pronunciava al Teatro municipale la sua famosa conferenza su Il Partito comunista e i ceti medi, con l’obiettivo di lanciare un segnale (adesso diremmo comunicativo) di attenzione verso una realtà sociale che il Pci voleva sedurre elettoralmente e con cui aveva compreso di dover fare necessariamente i conti proprio nel Nord produttivo. Da allora di acqua sotto i ponti ne è passata tantissima, e i ceti medi comparativamente stanno persino peggio…

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

News in 5 minuti

Cosa è successo oggi? A metà pomeriggio facciamo il punto, tra cronaca e novità del giorno.

Canale WhatsApp GDB

Breaking news in tempo reale

Seguici
Caricamento...
Una data speciale, da ricordare con la prima pagina del GdBUna data speciale, da ricordare con la prima pagina del GdB

Dall’archivio storico, disponibile dal 27 aprile 1945 a oggi

SCOPRI DI PIÙ
SponsorizzatoDove la luce diventa esperienza: Crotti inaugura la sua nuova sedeDove la luce diventa esperienza: Crotti inaugura la sua nuova sede

L'attività di Monica Crotti e Michele Fogliadini apre in via Giuseppe Garibaldi 104, a Rezzato, con uno showroom innovativo e all'avanguardia

Il nuovo volto della chirurgia estetica: «Filler» in edicola con il GdBIl nuovo volto della chirurgia estetica: «Filler» in edicola con il GdB

Un’inchiesta sulla diffusione dei ritocchi estetici e sui cambiamenti nel rapporto con il corpo, l’identità e l’idea di bellezza.

SCOPRI DI PIÙ