«Energia, senza una svolta politica a Brescia l’industria è a rischio»

L’industria bresciana lancia l’allarme: senza una svolta sulla politica energetica la nostra provincia - e con lei il Paese - rischia la deindustrializzazione. Il conto lo stanno già pagando le imprese metallurgiche e siderurgiche, tra le più energivore d’Europa. Energia troppo cara, regole europee sempre più stringenti e interventi pubblici giudicati insufficienti erodono la competitività del sistema produttivo.
«Il problema non nasce con le guerre o con le tensioni geopolitiche che stanno infiammando il mondo: quello che vediamo oggi è il risultato di trent’anni di scelte politiche sbagliate. Ma la cosa più drammatica è che a Roma non c’è contezza della gravità di questo problema», denuncia il presidente del settore Metallurgia, Siderurgia e Mineraria di Confindustria Brescia, l’imprenditore Giacomo Coglio.
Quale è la situazione del comparto a Brescia?
«Ci eravamo illusi che l’annus horribilis del 2024 fosse uno spartiacque da archiviare. Il recupero dei volumi produttivi del 2025 con l’accelerazione di dicembre ha solo mitigato gli effetti disastrosi di politiche economiche ed industriali di cui la nostra Unione Europea si è resa cattiva interprete».
In che senso cattiva interprete?
«In uno scenario geopolitico globale estremamente complicato, Bruxelles ha continuato a costruire un reticolo normativo di regolamenti ed algoritmi di controllo delle emissioni di Co2 che hanno avuto l’effetto di un boomerang sulle nostre aziende. Mi riferisco al sistema Ets, al Cbam. Queste politiche hanno di fatto generato costi insopportabili. La transizione verde è necessaria, ne siamo consapevoli, ma il sistema normativo è troppo complesso, va ricalibrato. Dobbiamo evitare che la transizione ecologica diventi un fattore di perdita di competitività».

Ma sul tema decarbonizzazione le nostre imprese non hanno un vantaggio competitivo in Europa?
«Il paradosso è proprio questo: l’Italia parte da una posizione avanzata sul fronte ambientale. La nostra siderurgia da forno elettrico è tra le più decarbonizzate d’Europa: le nostre acciaierie recuperano gas di combustione, riutilizzano acque di raffreddamento, producono energia attraverso sistemi di cogenerazione. Dal punto di vista tecnologico e dei processi siamo tra i più avanzati. Ma continuiamo a essere penalizzati dal costo dell’energia».
Il nodo è l’energia. Quali scelte contesta alla politica?
«Il problema energia è stato solo acuito dalle tensioni geopolitiche più recenti e affonda le radici nelle scelte energetiche degli ultimi trent’anni. Il mancato sviluppo di nuove fonti, su tutti la rinuncia al nucleare, ha contribuito a indebolire la capacità del Paese di produrre energia a costi competitivi. L’Italia dipende totalmente dall’estero per l’approvvigionamento. Il conflitto Russia e Ucraina ha aggravato una situazione che già si presentava critica. Abbiamo dovuto interrompere l’acquisto di gas russo, storicamente il principale fornitore del Paese, sostituendolo con forniture da altri mercati».
Ma il sistema è stato messo in sicurezza.
«E’ vero, ma lo abbiamo fatto pagando molto di più. Abbiamo sostituito il gas russo con col gas naturale liquefatto». Il Gnl dagli Stati Uniti, alimenta i rigassificatori di Livorno e Ravenna. Soluzione necessaria, ma costosa: il risultato è un Pun, il prezzo unico nazionale dell’energia, che in Italia risulta più alto rispetto a quello degli altri Paesi europei. Sul meccanismo di formazione del prezzo dell’elettricità credo si dovrebbe fare più attenzione e valutare possibili influenze che tendono a favorire gli operatori energetici».
Quanto incidono le tariffe sulle filiere dei semilavorati e quale è il gap con i competitor?
«Energia e gas rappresentano la seconda voce di costo per tutte le produzioni sidermetallurgiche: solo nel 2025, le nostre aziende si sono approvvigionate con una media di acquisto su base annua di circa 115 euro/Mwh, il 30-35% in più rispetto a tutti i nostri competitor europei come Germania, Francia, Spagna, Regno Unito, Paesi nordici».
Come giudica l’impegno del Governo e l’ultima legge di Bilancio?
«Deludente. Le misure adottate sono insufficienti. L’Energy Release è un piccolo contentino, non incide sul costo del megawattora e sulla competitività delle imprese. Mentre il decreto bollette è un intervento generalizzato che non affronta il problema strutturale. Alleggerire le bollette dei cittadini è giusto, ma se nel frattempo chiudono le aziende o si ricorre alla cassa integrazione il danno per le famiglie è ancora maggiore. In questi anni si è tanto parlato di interventi specifici, come il disaccoppiamento del prezzo dell’energia dal gas. Ma ancora niente di fatto».
Come si sarebbe dovuti intervenire?
«Basta fare un confronto con gli altri Paesi europei: la Germania ad esempio ha stanziato circa 28 miliardi di euro per ridurre il costo dell’energia industriale, con l’obiettivo di portarlo intorno ai 50 euro per megawattora. Il confronto è disarmante: l’Italia ha messo 1 miliardo. E pensi che ne sono stati spesi 6 solo per le Olimpiadi di Milano Cortina. È difficile pensare di sostenere la competitività del sistema industriale con risorse così limitate. A differenza delle altre province italiane Brescia è una provincia intrinsecamente energivora. Il nostro territorio consuma energia costantemente, dalla colazione fino a tarda notte, a causa di un apparato produttivo fondato su metallurgia e siderurgia».
Mi sta dicendo che a Roma parlano una lingua diversa, che non c’è consapevolezza del valore delle nostre filiere?
«Forse chi è nella stanza dei bottoni non ha la percezione che siamo in una delle aree più industrializzate d’Europa e la metallurgia rappresenta il cuore dell’economia di questi territori. Qui si trova il principale polo italiano della produzione di ottone, settore in cui l’Italia è leader mondiale, dalla produzione di lingotti e semilavorati fino ai prodotti finiti per il comparto termosanitario, per la meccanica, la moda. L’alluminio costituisce l’altro pilastro con produzioni di lingotti, estrusi e pressofusioni, che rifornisce le filiere legate all’automotive, all’edilizia, alla meccanica. Poi l’acciaio e i suoi derivati: parliamo di tondino, travi, vergella, barrame, laminati. Tutto questo sistema è in pericolo. Per questo negli ultimi anni anche in Confindustria si parla sempre più spesso di deindustrializzazione o desertificazione industriale. La manifattura in passato contribuiva per circa il 25% al prodotto interno lordo, mentre oggi si colloca tra il 17 e il 18%.Un dato preoccupante».
Quali soluzioni intravede?
«Sarà un percorso lungo, il problema energetico non si risolverà rapidamente. Servirà almeno un decennio. La strategia energetica del futuro non potrà essere che la diversificazione delle fonti energetiche: ovvero le nuove forme di nucleare di ultima generazione; insieme alle rinnovabili, eolico, idroelettrico, fotovoltaico. Il tempo è scaduto. È ora che la politica faccia il suo dovere per salvaguardare l’industria italiana, per preservare il suo indotto e la sua economia».
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