Il denaro mai come fine, semmai come mezzo. Anche per capire qualcosa di noi, pur se sono passati secoli e secoli e poco o nulla resta di ciò che passò per innumerevoli volte di mano in mano. Quel poco, a Brescia, ora è ben conservato. E pure esposto come si deve, in una sezione che vale assai più del prezzo dell’intera collezione di monete antiche e sigilli, così come il dito che la indica non può far velo sulla luna nel cielo.
La sezione presentata ieri l’altro al Museo Santa Giulia, «Segni e immagini dell’identità cittadina», apre già lo sguardo su ciò che conta davvero, anche se le buone notizie da registrare sono almeno un paio. La prima concerne la collaborazione tra Fondazione e privati, cioè il concittadino generoso che ha donato parte della collezione e l’azienda che invece ha contributo alle spese della vetrina. La seconda invece è ciò che più incuriosisce e personalmente intriga, poiché chiama in causa la storia di Brescia e la possibilità che facendo luce sul passato si rischiari pure l’idea di città che desideriamo sia nel presente e futuro.

Per questo abbiamo chiesto al direttore di Brescia Musei, Stefano Karadjov, di evidenziare le originalità di un patrimonio che soltanto se si fa «comune» contribuisce a creare pensiero, identità, appartenenza. Lo scritto che ha avuto la cortesia di inviarci crediamo meriti la pubblicazione. Con una precisazione, doverosa: lo abbiamo trasformato noi in domanda e risposta, affinché sia più agevole leggerlo.
Direttore Karadjov, quando nasce l’esigenza dei Comuni italiani di dotarsi di propri simboli di potere?
Dalla fine dell’XI secolo, molte città dell’Italia settentrionale e centrale si dotarono di governi autonomi e cominciarono ad appropriarsi di diritti e privilegi che fino ad allora erano riservati all’Imperatore. Già prima della pace di Costanza del 1183, i Comuni si dotarono degli strumenti necessari all’esercizio del potere.
Quali strumenti?
Principalmente tre: il vessillo, utilizzato per guidare l’esercito in battaglia; il sigillo, che conferiva validità giuridica agli atti del Comune; e la moneta, fondamentale per controllare gli scambi commerciali e gestire la fiscalità. Avevano una funzione pratica, ma anche simbolica fondamentale: contribuivano alla costruzione dell’identità civica attraverso le immagini che vi erano raffigurate.
Che cosa vi compariva?
L’immagine del santo protettore della città, ma anche motivi astratti o altre figure. In molti casi proprio da queste immagini sarebbe derivato lo stemma cittadino, come il leone rampante.
Mentre i sigilli?
Potevano raffigurare le mura della città, un edificio simbolico, il palazzo comunale o la cattedrale, il santo patrono, un fondatore leggendario o l’insegna araldica. Il tutto spesso accompagnato da un’iscrizione che proclamava il nome della città e ne celebrava le virtù.
Sulle monete come si manifestava l’identità cittadina?
Il nome e il volto dell’Imperatore venivano affiancati, e talvolta sostituiti, dal nome della città, dalle effigi dei suoi patroni e dal suo stemma. La moneta diventava quindi uno strumento per affermare l’autorità della città.
Perché l’esposizione al Museo di Santa Giulia dell’antico sigillo del Comune di Brescia dovrebbe interessarci?
Perché si tratta di una testimonianza eccezionale della storia politica e dell’identità civica. È un sigillo del XIII secolo che non presenta soltanto una veduta urbana identificata dall’iscrizione Brisia.
Quando appare invece il leone nella monetazione?
All’inizio del XV secolo, durante la signoria di Pandolfo III Malatesta. Il leone, già utilizzato dal Comune come propria insegna da almeno un secolo, compare anche sulle monete e probabilmente sul sigillo.
La zecca di Brescia perché è ritenuta importante?
Perché fu un potente strumento di costruzione dell’immaginario cittadino. Le monete non servivano soltanto agli scambi: attraverso immagini, iscrizioni e simboli raccontavano chi esercitava il potere e quale identità voleva attribuire alla città.
Quando operò Brescia?
La città si dotò di una propria zecca molto presto, senza beneficiare di una concessione formale dell’Imperatore. Si tratta di una scelta politicamente molto forte, coerente con le aspirazioni di autonomia e con un ethos civico dinamico e coraggioso.
Cosa coniò e per quanto tempo rimase attiva?
Produsse monete in argento e in mistura, cioè una lega di rame e argento, per quasi due secoli. La sua attività terminò probabilmente nel 1311, con la fine della signoria dei Maggi, o al più tardi all’inizio del dominio visconteo, nel 1337.
Qual era la moneta di maggior valore coniata?
Il Grosso d’argento, introdotto nei primissimi anni del Duecento per sostenere lo sviluppo di un’economia in forte espansione.
Il Grosso dei «due santi»?
È una nuova moneta introdotta tra il 1250 e il 1257. Rappresenta una svolta nell’iconografia monetaria bresciana: vi compaiono infatti i santi martiri Faustino e Giovita, destinati a diventare i patroni della città.
E quello dei «tre santi»?
È una moneta introdotta all’inizio del Trecento nella quale, accanto a Faustino e Giovita, compare anche il vescovo Apollonio.
Un altro personaggio chiave fu Pandolfo Malatesta.
Sì. Nel 1406, dopo appena due anni di potere, Pandolfo riattivò la zecca e lo fece per diverse ragioni: prestigio personale; affermazione di Brescia come capitale del suo Stato; contrasto alla circolazione della moneta milanese, considerata di qualità più scadente...
In che senso Pandolfo utilizzò le monete per affermare il proprio potere?
Le monete prodotte durante il suo governo contribuirono a costruire l’immagine della sua signoria. Sui nominali emessi sotto il suo governo Pandolfo si definiva infatti dominus Brixie, cioè “signore di Brescia”.
Fu lui a cancellare la tradizione simbolica del Comune?
No, la sua monetazione combinò elementi di continuità con la tradizione comunale, come i santi Apollonio, Faustino e Giovita, con nuovi simboli destinati a celebrare la sua persona e le sue virtù.
La testa barbuta raffigurata sul “soldino” è la sua?
Non è certo. Ispirata a un modello antico, potrebbe anche evocare Ercole, il mitico fondatore di Brescia.

Torniamo ai sigilli. Da quando i Comuni li utilizzarono?
Già nel XII secolo autenticavano alcuni atti con sigilli impressi nella cera o nel piombo mediante matrici metalliche.
Qual è la più antica matrice bresciana comunale?
Quella risalente alla seconda metà del Duecento, che documenta l’uso del sigillo da parte delle magistrature bresciane.
Che cosa vi è raffigurato?
Un circuito di mura merlate dal quale emergono sei torri. Al centro si trova un edificio circolare sormontato da una croce, identificato dall’iscrizione Brisia, rilevante poiché costituisce la più antica veduta conosciuta della città di Brescia.
Quale scritta accompagna l’immagine?
Il sigillo è circondato dall’iscrizione in versi: «S(igillum) Brisia sum mitis constans Deus est michi basis», che significa sostanzialmente: «Sigillo di Brescia. Brescia sono, mite e costante, Dio è il mio fondamento».
Un motto che richiama un’altra espressione conosciuta in tutto il mondo.
Sì, è possibile notare una curiosa analogia con il motto americano «In God We Trust», nato durante la Guerra civile americana, sulla moneta da due centesimi, venendo poi inserito sulle banconote statunitensi dal 1957. Entrambe le espressioni richiamano il rapporto tra l’autorità politica e il divino. Nel sigillo bresciano, sette secoli prima del motto americano, Dio viene indicato come il fondamento della città: «Deus est michi basis», «Dio è il mio fondamento».
Possiamo dar ragione al Vico allora, con la storia che sempre si ripete.
Certamente a distanza di circa sette secoli, due realtà politiche molto diverse utilizzarono un riferimento a Dio per esprimere, attraverso un motto, un’idea di fondamento dell’autorità e della comunità.
Tirando le somme, qual è il messaggio che consegnate a Brescia?
Che è rispettata la missione strategica impressa dal Consiglio alla Fondazione, in concordia con il Comune: tutelare e valorizzare il patrimonio facendone strumento di identità culturale, cemento dello sviluppo non meno importante del tondino per le armature (figurate) dei contemporanei cittadini, e per l’immagine della città in cambiamento.




