Santi patroni, il mistero nascosto nell’epigrafe: Giovita era una donna?

Il 2 marzo 1945 Brescia viene bombardata dagli alleati, la chiesa rinascimentale di sant’Afra viene completamente distrutta. Verrà ricostruita oltre un decennio dopo divenendo l’attuale sant’Angela Merici.
Durante i lavori si fecero anche degli scavi, a inizio anni Cinquanta; si scese fino a tre metri sotto la cripta, arrivando ad ambienti adibiti al culto cristiano risalenti al IV secolo dopo Cristo. Erano gli antichi resti della chiesa di San Faustino «ad sanguinem», luogo di culto che, secondo la tradizione, sorgeva proprio dove i due fratelli bresciani erano stati uccisi per la loro testimonianza di fede e sepolti. Venne ritrovata anche una piccola lastra in marmo, priva di una parte, ma le lettere dell’epigrafe erano chiare: si potevano leggere i nomi di Faustino e Giovita.

Proprio dall’analisi di quelle poche lettere, e dalle possibili interpolazioni per ricomporre l’epigrafe, nasce anche l’ipotesi popolare che Giovita fosse una donna e che i due fossero marito e moglie. Ma cosa c’è di vero in tutto ciò? «Sicuramente Giovita non era una donna, e quindi neppure la moglie di Faustino: erano fratelli».
A mettere subito le cose in chiaro è Angelo Baronio, già docente universitario di storia medievale, esperto in molti ambiti, e (in questo caso) studioso appassionato e competente di tutto ciò che riguarda i santi patroni.
Professor Baronio, andiamo con ordine, e partiamo dalla nascita dei patroni. Scriveva mons. Antonio Fappani nell’Enciclopedia Bresciana: «Intorno ai santi Faustino e Giovita si sono assommate e intersecate leggenda, storia e folklore». Proprio sull’Enciclopedia Bresciana si dice che fossero di Sarezzo.
Direi che è inverosimile, se ci rifacciamo alla Legenda maior, utilizzata poi anche per pubblicazioni successive, come quella di Paolo Guerini, l’unica «certezza» è che fossero due fratelli bresciani.
Un’altra pubblicazione ipotizza fossero nati a Zignone, piccolo borgo sopra Pregno, nel Comune di Villa Carcina. C’è anche l’anno di nascita: Faustino nel 90 d.C. e Giovita nel 96 d.C.
Direi che vale quanto appena detto.
Possiamo dare come punto fermo che fossero bresciani?
Beh, secondo me erano due soldati romani. Questo ci dicono le fonti agiografiche, che raccontano la vicenda del loro martirio.
Ci spieghi.
Le fonti cui possiamo attingere non nascono per darci un asettico resoconto storico, bensì per dare una cornice storica alle vicende del loro martirio con una narrazione che contribuiva a drammatizzarne ed esaltarne le virtù eroiche, definendo il loro profilo di santità.
Possiamo dire che la loro vicenda è figlia di una ricostruzione particolarmente complessa?
Non c’è dubbio, una ricostruzione che scontava una tradizione narrativa assai articolata, affidata ad un racconto agiografico di difficile interpretazione e di complessa affidabilità per le esigenze di una storiografia intenta a considerare esclusivamente prove documentali positivisticamente valutate.

Proviamo ad analizzare i fatti, leggiamo che nel 120 d.C. l’imperatore Adriano, in procinto di partire per le Gallie, viene informato che «nella città di Brescia, vi sono due cavalieri nobili e ricchi i quali, celebrando un Cristo che dicono essere Dio, hanno distolto molti dal culto degli dèi pagani». L’imperatore Adriano sarebbe quindi arrivato a Brescia e, di fronte alla fede granitica e incrollabile dei due cristiani, ne decide la morte.
Innanzitutto, non ci sono prove storiche che l’imperatore Adriano sia venuto a Brescia, e qui torniamo alle fonti agiografiche da interpretare e non da leggere come fossero fonti notarili.
Cosa ci raccontano?
Uno svolgersi complesso della dinamica circolare dei fatti che li videro protagonisti tra Brescia, Milano, Roma e Napoli, in una sfida sempre vincente contro i vari supplizi comminati loro dall’imperatore Adriano e dai suoi collaboratori per ottenerne la rinuncia alla scelta di aderire al cristianesimo e, giunti infine di nuovo a Brescia, subire il martirio oltre la cerchia meridionale delle mura cittadine, nell’area della necropoli adiacente la via Cremonense.
Sopravvivono anche ai leoni nel Colosseo.
Le belve, anziché assalirli, secondo il racconto agiografico, si accovacciarono mansuete ai loro piedi. Addirittura, alcune di esse si rizzarono in piedi e, parlando, aiutarono Faustino e Giovita a convertire la folla del Colosseo. Si tratta di un topos, quello delle belve parlanti, ovvero di una circostanza frequente nei racconti agiografici orientali. Il che ci consente di affermare che il racconto leggendario del martirio dei due fratelli è assai risalente, nato probabilmente in concomitanza con la loro effettiva persecuzione.
Escono incredibilmente vivi pure da altri supplizi.
Adriano li aveva invano sottoposti a vari supplizi già a Milano. Non essendo riuscito anche il tentativo a Roma nel Colosseo, l’imperatore ordinò che fossero portati a Napoli via mare con il preciso intento di farli perire nel naufragio della barca travolta dalla tempesta che si stava scatenando. Secondo il racconto della Legenda maior, il loro miracoloso intervento riuscì a placare la tempesta, consentendo al veliero e a tutto l’equipaggio di raggiungere la riva. Ad attendere i due una folla immensa pronta ad accogliere il loro invito alla conversione.
Fino al martirio finale a Brescia, nella zona in cui vennero seppelliti e dove venne costruita la chiesa di San Faustino «ad sanguinem».
Anche quello della folla che accorre e si converte è un topos che si ripete. Nel racconto delle fasi conclusive della vicenda complessa del martirio, che vede i giovani fratelli trasferiti a Brescia e trascinati fuori le mura meridionali della città per essere infine decollati, è presente una folla di persone che in seguito al martirio si convertì al cristianesimo. Il luogo, dove i resti di Faustino e Giovita trovarono sepoltura e dove nel tempo la pietà popolare alimentò il loro culto, divenne area cimiteriale organizzata dal vescovo Latino, al quale la tradizione attribuisce anche la decisione di aver provveduto all’inventio dei loro resti mortali per collocarli, appunto, nella basilica di San Faustino ad sanguinem, appositamente edificata.

Professore, le riporto un’altra provocazione: ho letto che esisterebbero due coppie omonime di santi Faustino e Giovita. I primi sono i famosi cavalieri battezzati da sant’Apollonio, martirizzati in epoca romana e sepolti in San Faustino, i secondi sono Faustino e Giovita della famiglia Pregnacchi sepolti nella medesima chiesa, ormai sant’Afra.
Quest’altra vicenda conferma una questione: non solo i santi, ma anche i loro corpi, quindi le reliquie, hanno avuto un ruolo fondamentale nel supportare le varie fazioni sorte in seno alla realtà del Comune di Brescia. Il prestigio dei due martiri e la forza del loro culto popolare avevano alimentato la contesa tra le fazioni per attribuirsene l’esclusiva, fino a creare doppioni da contendersi.
Quindi i patroni sono fondamentali per creare un legame identitario.
Esattamente, un legame identitario che si sostanzia in quel connotato indefinibile di brescianità, unisce la figura dei santi patroni Faustino e Giovita alla città di Brescia e a tutti i bresciani.
Al di là della loro origine, chi erano Faustino e Giovita?
Erano due giovani santi, che la vasta serie delle testimonianze iconografiche ci congegna nella rappresentazione di uomini di Chiesa, sacerdote Faustino e diacono Giovita.
Li troviamo però anche rappresentati come militari armati.
Questo avviene dopo la loro miracolosa apparizione nel 1438 sugli spalti del Roverotto.
Possiamo considerare questo fatto come l’inizio del loro culto?
Non direi. Il culto è molto risalente. Analizziamo i fatti, in quei giorni del 1438 i bresciani sono sotto assedio delle truppe milanesi guidate dal Piccinino.
Le cose stavano volgendo al peggio.
Esattamente, ecco allora, è una mia ipotesi, che per galvanizzare i bresciani inizia a circolare la voce che la loro resistenza può contare sull’appoggio dei santi Faustino e Giovita, evidentemente già molto noti tra il popolo. Una mossa che dà i suoi frutti, l’apparizione è un’aggiunta sicuramente postuma. Se però guardiamo alla data di questa apparizione, troviamo un’altra tradizione bresciana. La vittoria sulle truppe nemiche avvenne il 12 dicembre, il giorno dopo si festeggiò.
Il 13 dicembre, santa Lucia.
La tradizione dei doni ai bambini è un’evoluzione storica di quella gioia che provarono i bresciani per la loro città libera e salva.
Quindi anche la festa del 13 dicembre dovrebbe essere più correttamente legata ai patroni che alla santa siciliana martirizzata.
Analizzando i fatti storici direi di sì, ma va bene così. I santi patroni hanno una loro data tradizionale, quella del 15 febbraio, in ricordo del loro dies natalis. Certamente sarebbe significativo che si ricordasse che i regali attribuiti alla premura della santa siciliana trovano originariamente la loro motivazione in una vicenda drammatica a lieto fine ad opera dell’intervento protettivo dei due giovani fratelli Faustino e Giovita, martiri poco più che ragazzi.
Professore, lei ha iniziato a occuparsi stabilmente dei patroni grazie a don Armando Nolli, oggi lei è l’anima culturale della Confraternita dei santi Faustino e Giovita.
Nei primi anni Duemila don Nolli divenne, appunto, parroco di San Faustino. Fin da subito mi espresse la volontà di arricchire di contenuti culturali il calendario delle manifestazioni faustiniane. Un percorso che continua ancora oggi.
L’attuale parroco, monsignor Giambattista Francesconi, ha raccontato che, a sorpresa, quella di San Faustino non è una basilica ma una «semplice» chiesa parrocchiale.
Esatto. Ci siamo quindi attivati per ottenere quel riconoscimento: l’attribuzione alla chiesa parrocchiale di San Faustino del titolo di Basilica dei Santi Faustino e Giovita. È già pronta la relazione storica con la documentazione necessaria, che sarà inoltrata alla Conferenza episcopale italiana e quindi in Vaticano. Personalmente ho suggerito di aggiungere al titolo di basilica anche la specifica di abbaziale, che ne riconosca il ruolo fin dalla fondazione nell’841 di luogo di conservazione dei corpi santi dei martiri Faustino e Giovita, ma anche di cuore pulsante per circa mille anni della comunità dei monaci del monastero di San Faustino.
A distanza di oltre un secolo, era il 1923, quest’anno farete una ricognizione sui resti dei patroni, potreste fare il test del dna per verificare se fossero davvero fratelli, e togliere il dubbio sul genere di Giovita.
(ride). Prendo atto della provocazione, vediamo cosa dice il parroco. Più di questa legittima curiosità, importante sarà riscoprire il ruolo delle reliquie nella storia e nell’attualità, mettendo in risalto il valore della corporeità per la necessaria riconsiderazione del tema del corpo sia nella riflessione di chi crede, sia nella valutazione di chi non crede e tuttavia è alla ricerca dei mezzi della scienza per tentare di garantirne l’eternità.
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