«Reprocidio, quando ad essere annientato è anche il diritto al futuro»

Dalla Groenlandia a Gaza, la giornalista Ilaria Dondi indaga il tentativo sistematico di negare a un popolo la possibilità di procreare
Ilaria Rossi

Ilaria Rossi

Giornalista

Ilaria Dondi, giornalista ed esperta di questioni di genere
Ilaria Dondi, giornalista ed esperta di questioni di genere

«Io con una guerra in corso da venti mesi non mi spiego come mai ci siano così tanti neonati; fossi lì sinceramente non penserei a fare figli».

È partita da questo commento, apparso sotto un suo articolo che raccontava la situazione disperata delle madri a Gaza, la riflessione della giornalista bresciana Ilaria Dondi, esperta di questioni di genere e diritti riproduttivi, sui pregiudizi legati a quelle parole solo in apparenza innocue. Con la volontà, allo stesso tempo, di dare un nome a una specifica forma violenza in atto in Palestina. È nato così «Reprocidio. Come distruggere un popolo colpendo madri e figli» (Utet), che parte dal termine utilizzato per la prima volta da Loretta J. Ross per indagare quei tentativi sistematici di negare a un popolo la possibilità di procreare.

Il suo saggio precedente, «Libere», esplorava i diritti riproduttivi nella nostra società. Cosa l’ha spinta a fare un salto di scala globale e a dedicarsi allo studio del reprocidio?

Più che un salto, è stato un allargamento dello sguardo. «Libere» nasceva dalla domanda: chi può davvero scegliere se e come avere figli? Con «Reprocidio» porto quella domanda all’estremo: cosa succede quando a un intero popolo viene sottratta la possibilità della scelta? Da lì l’urgenza di nominare una violenza specifica: la distruzione della possibilità di futuro, oltre che delle vite presenti.

Nel saggio analizza da vicino la Striscia di Gaza. Quali sono i fattori e i principi per cui è possibile sostenere che lì sia in atto un reprocidio?

Il primo fattore è giuridico. La Convenzione sul genocidio del 1948 include tra gli atti genocidiari «misure miranti a impedire nascite all’interno del gruppo». A settembre 2025 la Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite ha concluso che le autorità israeliane stanno commettendo atti di genocidio a Gaza, comprese quelle misure. Il secondo è la sistematicità degli obiettivi, che nel libro analizzo attraverso i tre principi della giustizia riproduttiva: il diritto ad avere figli, il diritto a non averne, il diritto di crescerli in ambienti sicuri e sani. Tutti e tre vengono colpiti. Il terzo è l’intento, che è storico e dichiarato.

Cosa c’è di problematico nel nostro concetto occidentale di maternità quando guardiamo alle madri in contesti di guerra?

Il problema è la pretesa di universalità. L’Occidente ha sacralizzato una maternità di confine: bianca, legittima solo dentro perimetri precisi. La stessa società che invoca «più culle» accusa le donne migranti di fare troppi figli. Davanti alle madri in guerra, questo sguardo infantilizza o giudica. In entrambi i casi sparisce la verità più semplice: quelle maternità vivono nonostante assedi, checkpoint e fame usata come arma, ma anche dentro desideri e ambivalenze come ovunque, nonché tra violenza patriarcale interna e resistenza alla violenza coloniale.

In che modo il controllo sulla maternità e sulla riproduzione è una forma di colonialismo?

Il colonialismo non ha mai riguardato solo la terra, ma anche i corpi, le nascite, le genealogie: decidere chi può nascere, chi può crescere, chi può essere riconosciuto come parte di un popolo. Le sterilizzazioni forzate di donne nere, native, povere o disabili, la sottrazione dei bambini indigeni, le politiche eugenetiche non sono deviazioni occasionali della modernità occidentale: ne sono una parte strutturale. Non si tratta solo del passato. Nel 2020 le detenute del centro ICE di Irwin, negli Stati Uniti, si sono scoperte senza utero dopo isterectomie praticate a loro insaputa. L’anno scorso la Danimarca ha chiesto scusa alle donne inuit della Groenlandia per le spirali impiantate senza consenso: oltre 4500 casi. È controllo del futuro politico di un popolo.

Lei sostiene che «Il racconto dell’ancella» non evochi un futuro distopico ma attinga piuttosto al passato. Questo ribaltamento ci aiuta a decodificare la realtà attuale?

Non lo sostengo io: la stessa Atwood ha sempre detto di non aver inventato nulla che non fosse già accaduto, e la studiosa Ruby Hamad lo ha spiegato bene. Il sistema di schiavitù riproduttiva del romanzo può sembrare una distopia solo a uno sguardo bianco. Per le donne nere ridotte in schiavitù, per le native a cui venivano sottratti i figli, per le donne sterilizzate nei programmi eugenetici, quella società racconta la loro oppressione. Gilead è già accaduta, e ancora accade, solo che non è accaduta a noi. Il ribaltamento serve a leggere il presente su due piani. Il primo è la complicità femminile: il dominio coloniale ha bisogno di donne disposte a fare da custodi morali dell’ordine. Il secondo piano riguarda noi: se quella storia ci appare futuribile, è solo perché dai nostri libri di scuola è stata rimossa la nostra responsabilità.

Un passaggio molto forte del libro parla della necessità di «decolonizzare la bontà». Cosa intende esattamente?

Intendo che nessun salvataggio è neutro. Davanti alle immagini di Gaza, una parte dell’Occidente si aggrappa all’ imperativo: «Salviamo i bambini». Adottiamoli, evacuiamoli verso famiglie occidentali. È la voce della compassione, e capisco da dove nasce. Ma pensare che la soluzione sia spostare i bambini fuori dalla loro comunità e dalla loro storia è il complesso del salvatore bianco: la stessa fantasia che ha permesso di sottrarre minori per generazioni con l’alibi della missione educativa. Decolonizzare la bontà significa politicizzare il dolore: chiedersi chi ha reso quei bambini evacuabili, chi ha demolito gli ospedali, chi ha bloccato gli aiuti. Se la cura non include la fine delle condizioni che producono la ferita, è amministrazione del danno.

In un’epoca in cui l’esposizione costante allo shock — come teorizzava Susan Sontag — rischia di anestetizzarci, questo saggio vuole essere una sveglia per le coscienze. Qual è l’azione immediata che chiede a chi legge?

Sontag aveva previsto quello che è accaduto: la riproduzione incessante di immagini irricevibili ci ha desensibilizzati. La prima azione che chiedo è nominare. Genocidio è una categoria giuridica, non un termine su cui dissertare in prima serata. Restituire alle parole il loro perimetro è il primo atto di resistenza. La seconda è un lavoro su di sé: riconoscere il proprio sguardo bianco, accettare il disagio che ne deriva e starci dentro. La terza è vigilare sulla ricostruzione, perché senza autodeterminazione palestinese la ricostruzione, quando avverrà, sarà solo l’atto finale del reprocidio.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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