«Mai più» è il titolo del libro (Editori Laterza, 80 pp., 15 euro) nel quale Anna Foa prosegue la riflessione critica intrapresa l’anno scorso con «Il suicidio di Israele». La studiosa, già docente di storia moderna all’Università La Sapienza di Roma, chiarisce subito il suo pensiero: quell’espressione «mai più», riferita all’Olocausto, dovrebbe essere estesa ad «ogni altro genocidio». Compreso quello attuato oggi dal governo israeliano di Benjamin Netanyahu.
L’accusa è durissima: «Dietro l’affermazione della lotta contro l’antisemitismo si celano oggi il genocidio, i crimini di guerra, quelli contro l’umanità e perfino il negazionismo, il cui impianto ideologico che nega i campi di sterminio viene ora mutuato dalle destre israeliane per negare i crimini contro i palestinesi a Gaza o in Cisgiordania». Sono tesi che fanno discutere nella comunità ebraica italiana a cui Foa appartiene.
L’autrice ne parlerà a Brescia martedì prossimo, 19 maggio, alle 18.30 nella chiesa di San Cristo, in via Piamarta 9. Con lei il giornalista Thomas Bendinelli, in un incontro promosso da Nuova Libreria Rinascita in collaborazione con la rivista «Missione Oggi» (introdurrà il direttore, padre Mario Menin) e con Fondazione Trebeschi, Cooperativa cattolico-democratica di cultura e Casa della memoria.

Professoressa Foa, dove va fissato il confine tra antisionismo e antisemitismo?
La maggior parte di quello che si definisce come antisionismo è in realtà una critica politica alla gestione del governo d’Israele e anche allo stato d’animo di una parte della popolazione israeliana. Bisogna comprendere la differenza fra questa critica e l’inserimento in essa di parole, espressioni o aspirazioni che siano ostili agli ebrei in quanto tali, che contengano quindi una forma di antisemitismo.
La sua critica politica a Israele è molto dura.
In Israele si dice che tutto quello che viene opposto a ciò che sta facendo il governo è frutto dell’antisemitismo. C’è l’idea che esso sia ovunque, anche tra i cristiani, che oggi subiscono attacchi molto pesanti in Cisgiordania. Quello che accade, come la pena di morte approvata solo per i palestinesi, o le immagini dei giovani coloni scatenati che, a Gerusalemme, se la prendevano con la Città Vecchia cristiana e con quella musulmana, è invece il frutto evidente di una situazione molto grave e in peggioramento.
Scrive che Israele «si è costruita, soprattutto dopo gli anni Settanta, un’ideologia da stato d’assedio» e che «la percezione di sé come vittima è legata strettamente a quella della necessità della forza»...
Lo penso seriamente, ma non sono sola. È un discorso che fanno alcuni storici. È appena uscito per Laterza il libro «Israele. Cosa è andato storto» di Omer Bartov, uno studioso israeliano di genocidio che insegna negli Stati Uniti: Bartov afferma di avere ormai accettato che quello che Israele sta compiendo sia un genocidio.
«Mai più», dunque, non dovrebbe valere solo per gli ebrei?
Non vedo come si possa accettare che qualcosa valga solo per gli ebrei, qualunque cosa sia. Il «mai più» deve riguardare tutti e la memoria della Shoah dev’essere un monito perché questo non succeda mai più a nessuno.

La sua posizione è minoritaria nel mondo ebraico...
L’idea che lo Stato degli ebrei sia in pericolo e vada sostenuto in qualunque modo è stata introiettata da molta parte del mondo ebraico. Ci sono però minoranze consistenti, in particolare negli Stati Uniti, che si oppongono alla politica di Israele: molti libri scritti da docenti ebrei e israelo-americani sostengono esattamente le cose che anch’io sto dicendo.
La comunità internazionale dovrebbe fare di più?
Se non ferma Israele credo che saremo tutti nei guai, perché quello che sta succedendo ha superato ogni limite, ha violato tutte le norme del diritto internazionale e ogni principio di umanità. Arrestare e uccidere bambini, varare leggi che valgono solo per i palestinesi, distinguere, separare: tutto questo è inaccettabile nel 2026, dopo che, dal secondo dopoguerra, abbiamo creato un mondo che rifiutava i nazionalismi, si volgeva verso l’idea che tutti dovessero essere uguali e rifiutava qualunque discriminazione razziale.



