Opinioni

Ormai nessuno parla più della Striscia di Gaza

Rimossa dagli organi di informazione, vede spenti i riflettori della cronaca consegnata come è a quanti si muovono dietro le quinte per inseguire i loro progetti sulla pelle del popolo gazawi
Paolo Corsini

Paolo Corsini

Editorialista

Una macchina colpita nella Striscia di Gaza, tra le vittime anche un bambino - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Una macchina colpita nella Striscia di Gaza, tra le vittime anche un bambino - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Ormai di Gaza quasi più non si parla. Una tra le infamie più ignobili del nostro tempo ormai non fa notizia. Rimossa dagli organi di informazione, vede spenti i riflettori della cronaca consegnata come è a quanti si muovono dietro le quinte per inseguire i loro progetti sulla pelle del popolo gazawi.

Eppure a Gaza si continua a morire di fame, di postumi da ferite, di ricorrenti scontri armati, di crisi umanitaria. E si perisce pure nell’anima da assenza di futuro e da stress post-traumatico. Ebbene, dopo la cessazione dei bombardamenti più intensi e della parziale interruzione delle operazioni militari via terra, è possibile parlare di un processo rivolto ad assicurare concretamente la pace, nonché a riconoscere finalmente una effettiva statualità palestinese?

Chiusa a gennaio la fase culminata con la cessazione delle ostilità – in realtà altri 750 palestinesi sono stati uccisi – se ne è aperta una seconda, con la costituzione del Board of Peace voluto da Trump e da lui presieduto, affiancato da una serie di organismi caratterizzati da compiti alquanto vaghi e confusi. Essi dovrebbero dialogare col Comitato nazionale per l’Amministrazione di Gaza – ne fanno parte esponenti della società civile e della politica palestinese – cui viene affidata la gestione delle funzioni amministrative della Striscia nella fase di transizione. Un organismo a forte caratterizzazione tecnocratica che lascia aperti interrogativi a tutt’oggi irrisolti quanto al suo ruolo su cui grava tutto il peso di un controllo esterno ad impronta neocoloniale.

Soprattutto aperta resta la questione assai spinosa di Hamas, di quale sarà il suo destino, tra sopravvivenza e alquanto ipotetica eliminazione, di come intenderà relazionarsi rispetto al quadro complessivo degli assetti oggi costituiti. E così pure indefinite rimangono le prospettive della ricostruzione e soprattutto ancora sospesi e densi di preoccupanti incognite i problemi connessi alla disponibilità di aiuti umanitari sempre più urgenti, nonché alla presenza della Forza internazionale di stabilizzazione del Paese, ferma restando la contrarietà irremovibile da parte di Israele nei confronti di Turchia ed Egitto ritenuti ostili e fautori di un’aggressiva politica antiebraica.

A questo proposito di enorme portata è il tema delle scelte del governo Netanyahu sia, più direttamente, rispetto a Gaza, sia, più in generale, riguardo allo scacchiere mediorientale che lo vede impegnato nel conflitto con gli Hezbollah in Libano e con i Pasdaran in Iran, in vista di una soluzione definitiva di quella che viene presentata come una guerra per la sopravvivenza senza possibili alternative di natura politico-diplomatica. Quanto al piano di Trump, esso non stabilisce impegni di sorta per Israele circa la sua realizzazione.

E del resto il presidente americano è stato certamente condizionato da Netanyahu nella decisione dell’attacco all’Iran, portando allo scoperto un evidente deficit di strategia, se non addirittura una subalternità che gli ha fatto imboccare una strada assai rischiosa e controversa per gli Usa. Sul versante palestinese rispetto al quale l’attuale governo israeliano persiste nel sostenere la più totale opposizione anche solo all’ipotesi che possa nascere uno Stato sovrano e indipendente, resta un nodo che il Board of Peace non mostra di volere o poter scogliere. Un nodo tuttavia certamente inaggirabile nonostante le pressioni esercitate da taluni Paesi arabi.

Essi hanno avanzato a Trump la richiesta dell’inserimento nel suo piano della creazione – come la definisce Arturo Marzano, autore di una notevole “Storia di Gaza. Terra, politica, conflitti” edita da il Mulino – di «una versione ridotta di Stato palestinese, dopo lo smantellamento di Hamas e una serie di riforme» che dovrebbero essere intraprese dall’Autorità attualmente capeggiata da Abu Mazen.

Resta comunque che senza un effettivo riconoscimento del diritto all’autodeterminazione dei palestinesi, senza un radicale mutamento degli assetti di governo israeliano, la questione di Gaza, in presenza peraltro di Hamas ancora in forze, seppur debilitata, non lascia in alcun modo intravedere una possibile soluzione. Anzi sembra destinata a sancire l’ennesimo fallimento delle ambizioni di Trump e di una politica che procede nella direzione di un inasprimento dei conflitti anziché di un loro spegnimento.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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