«Cuore di porco»: per Di Luca «l’AI non sostituisce la drammaturgia»

Poesia performativa, musica elettronica e illustrazioni nello spettacolo che sarà proposto mercoledì al Borsoni. L’intervista al regista
Giulia Camilla Bassi
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Duende, vita e morte sul web

Un maiale nel corridoio della morte, una gravidanza al quindicesimo mese, un corpo che non smette di trasformarsi. Benvenuti nelle metamorfosi di «Cuore di porco», lo spettacolo della compagnia mantovana Carrozzeria Orfeo che approda a Brescia nell’ambito di Duende, il festival di arti performative e nuove tecnologie promosso dal Centro Teatrale Bresciano che si apre oggi con la proiezione di «Seven deaths of Maria Callas», film di Nabil Elderkin da un progetto di Marina Abramović.

L’appuntamento con «Cuore di porco» è per mercoledì 11 alle 20.30 al Teatro Borsoni (biglietti su Vivaticket e al botteghino a partire da 10 euro), all’interno di un’edizione della rassegna, la quarta, che con il titolo «Senza mai fine» riflette sul rapporto tra essere umano, tecnologia e trasformazione nell’era digitale. Lo spettacolo, firmato da Filippo Capobianco, Francesco Petruzzelli e Chiara Arrigoni, per la regia di Gabriele Di Luca insieme a Massimiliano Setti, intreccia tre racconti autonomi in un unico percorso narrativo.

Sul palco Matteo Berardinelli, Massimiliano Setti e Federico Bassi danno forma a storie che interrogano il rapporto tra uomo e animale, il bisogno collettivo di credere a qualcosa e il modo in cui la tecnologia interviene sui cambiamenti naturali, in un’esperienza immersiva in cui teatro, poesia performativa, musica elettronica e illustrazioni dal vivo si generano in tempo reale. Ne abbiamo parlato con il regista Gabriele Di Luca.

Cuore di porco» mette al centro le metamorfosi. Cosa vedremo sul palco?

È uno spettacolo che mette al suo centro la contaminazione dei linguaggi. Vedremo un attore protagonista che interpreterà diversi personaggi, mentre dietro di lui su un grande schermo verranno proiettate animazioni e illustrazioni eseguite dal vivo dall’illustratore Federico Bassi. Dall’altra parte, Massimiliano Setti eseguirà tutte le musiche dal vivo. Partendo dal linguaggio del teatro, si mutuano il linguaggio della musica, del live set, della poesia performativa, dell’illustrazione e si mischiano per crearne uno nuovo.

Duende riflette sulle nuove tecnologie. Tra teatro e intelligenza artificiale è possibile un incontro?

L’intelligenza artificiale non può sostituirsi alla drammaturgia, le mancano ancora degli ingredienti. Uno è il senso del politicamente scorretto e di conseguenza un profondo senso dell’ironia. Farsi scrivere i testi dall’intelligenza artificiale non è proficuo: i risultati sono molto mediocri. Dal punto di vista della tecnologia e dell’immagine, invece, può fare grandi cose. Ma noi lavoriamo da sempre con due illustratori e ci teniamo all’artigianalità delle creazioni. Per noi è fuori discussione sostituire quella manualità. Però ci rendiamo conto che siamo in un mondo dove molti mestieri sono in pericolo.

Da regista, come si lavora con linguaggi così diversi?

È un po’ il senso della regia, la capacità di armonizzare codici disomogenei. La musica è una cosa, l’interpretazione un’altra, l’illustrazione un’altra ancora, la poesia performativa un’altra ancora. Il mio compito è stato fare in modo che la trama fosse servita da tutti questi elementi, che si potessero parlare, che diventassero non un ostacolo l’uno per l’altro ma un valore aggiunto.

Cosa vorrebbe che il pubblico portasse con sé?

Mi piacerebbe che il pubblico si divertisse e si emozionasse. Il teatro porta con sé tre grandi spinte: intrattenimento, emozione e senso. Che si possa ridere, piangere, seguire la storia. E poi il senso, cioè che si possa capire alcune dinamiche del presente, indagarle, posizionarsi, crearsi un’opinione. Se il teatro non è politico, se non mette una comunità di fronte a sé stessa e non porta qualcosa di pericoloso, una domanda, allora è solo intrattenimento: e quello non ci può interessare.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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