Quando ancora non era una moda, ma una frontiera culturale guardata a volte con sospetto e quasi sempre con diffidenza, Francesca Nodari ha avuto l’ardire di approntare una rassegna incentrata sul pensiero filosofico e localizzata nelle terre sulla riva di un fiume di campagna. È nato così, oltre vent’anni fa, il festival Filosofi lungo l’Oglio, «passato - ci racconta lei - da 5 a 32 incontri. È stato un lavoro di disboscamento culturale, guidato da perseveranza, umiltà, tenacia e competenza».
L’abbiamo intervistata alla vigilia dell’edizione 2026, che si aprirà giovedì 4 giugno con l’eccezionale intervento di Gustavo Zagrebelsky, e si propagherà poi fino al 28 luglio toccando 24 Comuni.

Il festival ha superato i vent’anni di storia. Eppure quando è nato, portare la filosofia tra i piccoli comuni della pianura sembrava un azzardo...
All’epoca ero molto giovane e mi davano della visionaria, convinti che la concretezza dei bresciani li avrebbe portati a rifuggire appuntamenti incentrati sulla filosofia. Invece non è andata così e anzi abbiamo dimostrato che se l’offerta è di alto livello, il pubblico risponde. In questo senso ho avuto la fortuna che grandi maestri abbiano tenuto a battesimo il festival. E anche se cambiare luogo e relatore ad ogni incontro è un impegno fisico e mentale estenuante, questa rimane la vera bellezza della nostra scommessa. Una scommessa che ha raggiunto un altro obiettivo non indifferente, riuscendo ogni estate a ribaltare la centralità culturale della provincia rispetto al capoluogo. Una restituzione doverosa a queste terre che tanto ci hanno dato.
Spesso la filosofia spaventa perché considerata difficile. Qual è il segreto per riempire le piazze e parlare davvero a tutti?
Il segreto è far uscire la filosofia dall’accademia e calarla nelle pieghe delle esistenze, comunicando in modo comprensibile. Oggi, nel bombardamento continuo di notifiche e fake news, le persone sono disorientate e cercano piste di riflessione da approfondire. Il nostro festival non è un monologo unilaterale, ma un dialogo bilaterale.
Il tema di quest’anno è «Ascoltare». Perché rimettere al centro l’ascolto è diventato un atto quasi rivoluzionario?
Perché ci stiamo dimenticando che siamo esseri viventi fatti di carne, sangue e linguaggio. Dal Covid abbiamo ereditato un distanziamento esistenziale: i giovani hanno quasi angoscia nel confrontarsi vis-à-vis. Quando lo spazio digitale invade la vita, il legame sociale si riduce a mero dato ambientale e ci porta sull’orlo di un baratro sociale. Sacrificare l’ascolto all’altare dell’infocrazia logora le relazioni e alimenta la solitudine, una delle patologie più gravi del XXI secolo. Parlare di morale e di ascolto oggi è controcorrente, ma necessario per difendere quella «Magnifica Humanitas» celebrata da papa Leone XIV.

Questa edizione è interamente dedicata alla memoria di Maria Rita Parsi, madrina storica e membro del comitato scientifico fin dagli esordi. Qual è il ricordo più forte o l’insegnamento più grande che vi ha lasciato?
Ci lascia un dolore immenso e innumerevoli insegnamenti. Era una donna tutta d’un pezzo, che invitava le donne all'emancipazione e alla solidarietà. Il suo mantra era il dialogo tra il Piccolo Principe e la volpe e il concetto che sono i riti che creano i legami e ci addomesticano vicendevolmente. Oggi facciamo fatica a instaurare relazioni feconde perché richiedono di mettersi in gioco. Il tema di quest’anno lo avevamo deciso insieme e, rivedendo i video dell’anno scorso, ci siamo accorti che ci aveva a suo modo salutato dicendo che la filosofia le aveva insegnato a non temere la morte.
Quale ospite è più orgogliosa di aver portato lungo l’Oglio?
È una domanda difficile, ma rispondo Bernhard Casper, perché è stato il mio maestro. Ma tanti sono i pensatori che ci hanno regalato la loro presenza. Con gli ospiti non c’è solo un invito formale, ma un rapporto di scambio profondo. Il segno più bello è che sono loro stessi a voler tornare.
Negli ultimi anni festival e podcast di filosofia stanno registrando un successo enorme. Che ne pensa?
A parte realtà storiche come Modena, oggi molti direttori si improvvisano filosofi. Il nostro festival si distingue perché al «pop» antepone una direzione scientifica rigorosa. Elementi fondamentali per noi sono il metodo, la serietà e il labor limae: la cultura non si fa solo per riempire le piazze.



