Un avvio nel segno della «incantautrice», con le sue «Canzoni in controluce». Inizierà sotto l’egida di Cristina Donà – artista milanese dalla voce magica e dal tratto appartato, che si è meritata nel tempo l’appellativo ammaliatore – il nuovo festival musicale (volutamente senza nome) che l’associazione Tanaliberatutti organizza al Castello di Padernello, maniero da favola incastonato nella Bassa Bresciana: l’appuntamento è venerdì 12 giugno alle 21, all’aperto (ma in caso di pioggia ci si trasferisce in una delle sontuose sale interne), con biglietti che costano 12 euro e si prenotano chiamando lo 030/9408766.
Abbiamo fatto quattro chiacchiere telefoniche con la Donà, raggiungendola nel «buen retiro» sulle Alpi Orobie, dove vive con il marito (il giornalista musicale e scrittore Davide Sapienza) e il figlio adolescente.
Cristina: «Canzoni in controluce» è uno show intimo e acustico, in cui le canzoni vengono riportate a una forma essenziale. Una modalità che le è congeniale?
L’idea di fondo è quella di una radiografia, per mostrare le canzoni nella loro essenzialità, che è spesso legata al momento in cui sono nate. Quasi sempre le scrivo chitarra e voce, pochi colori, parole in cerca di una melodia. Poi, con l’aiuto di musicisti e produttori, le vestiamo con gli abiti che reputiamo migliori, la prepariamo per uscire allo scoperto con stoffe cucite ad hoc. Mi piace tuttavia, di tanto in tanto, riportare quelle canzoni alla loro forma primordiale, osservandone lo scheletro, mi piace guardarle…in controluce. È una dimensione alla quale sono molto legata, anche perché è così che ho cominciato ad esibirmi, da sola.
Al Castello di Padernello sarà però accompagnata sul palco da Saverio Lanza…
Fantastico polistrumentista, produttore e amico. Che tuttavia entrerà a un certo punto, a metà concerto, perché mi piace l’idea di partire con la forma più scarna, in un luogo come il Castello (che mi hanno descritto come particolare), dove la mia voce e le mie canzoni possano risuonare. È anche il modo più snello per portare in giro la mia musica, sebbene in altre occasioni sia affiancata da più musicisti.
Sono passati quasi trent’anni dal suo debutto discografico, con il folgorante rock d'autore di «Tregua» (1997), che le valse la prima di tre Targhe Tenco. Se guarda indietro ha rimpianti per la traiettoria impressa alla sua carriera, che ha avuto anche riscontri di tipo commerciale, ma si è svolta perlopiù lontano dai circuiti mainstream?
Guardando indietro sorrido e sono contenta del mio percorso. L’unico vero rimpianto è quello di non aver insistito nel portare la mia musica fuori dai confini nazionali: ho avuto questa possibilità nel 2004/2005 con l’album eponimo in inglese, facendo vari concerti in Europa, con un discreto riscontro. Ma gli eventi della vita, oltre al fatto che ci sarebbero voluti cospicui investimenti da parte della casa discografica e pure una macchina che avrebbe dovuto lavorare costantemente per me, mi hanno fatto gettare la spugna, inducendomi a concentrarmi sull’Italia.
Le mie scelte, ad ogni modo, sono sempre state legate al mio sentire artistico e non invece al voler remare contro l’industria o arroccarmi nel mio castello. Ho fatto la mia musica, le cose mi fanno stare bene, anche se magari non corrispondevano a un gusto diffuso. Ho cercato di non fare mai fare le stesse cose, anche quando sarebbe stato comodo e, nei testi, ho provato a raccontare la realtà a modo mio. Sarà che le mie caratteristiche non sono fatte per «riverberare su grandi spazi», come Springsteen diceva degli U2 agli esordi, constatando l’impatto che la musica di Bono & co. esercitava sul pubblico… ma ho avuto ed ho il privilegio di campare facendo ciò che mi rappresenta: non lo considero davvero poca cosa.
Curiosamente, dopo di lei a Padernello (sabato 4 luglio), si esibirà Mauro Ermanno Giovanardi, che è stato uno dei suoi mentori ai tempi dei La Crus. Cosa ha lasciato in eredità quella generazione di musicisti, perlopiù del Settentrione, emersi nell’ultima decade del secolo scorso?
Al principio del mio percorso, sono stata in effetti adottata dai La Crus e dagli Afterhours, gruppi fondamentali per il mio primo contratto discografico e per l’apertura ai loro concerti. Quella generazione, caratterizzata da una notevole onestà di intenti, ha seminato a mio parere bene. Cercavamo un linguaggio musicale nuovo – anche se non eravamo i primi a fare rock in italiano, visto che c'era stata la stagione del progressive, eravamo comunque i primi a farlo in un certo modo – e avevamo la voglia di comunicare qualcosa di profondo, a prescindere da una ricerca del consenso.
Ora sta tornando la voglia di rock suonato, e guarda caso c’è ancora uno come Manuel Agnelli, con tutto ciò che ruota intorno al collettivo Germi e al progetto «Suoni dal futuro» (sostenuto dalla Siae, ndr), a indirizzare il percorso. Il problema maggiore è la penuria di locali, di luoghi adeguati, fondamentali per creare movimenti e alimentare scene musicali destinate a durare. Investiamo sugli spazi, e capiremo come la semina di qualche anno fa sia stata buona.



