In libro veritas, potrebbe essere il suo motto. Coi libri ci campa, ma la sua passione trascende le politiche di guadagno, come conferma una delle sue metriche umane e professionali: «Tutto ciò che è scritto resta». Eugenio Massetti, presidente di Confartigianato Brescia e Lombardia, nonché editore con la sua Compagnia della Stampa, è l’instancabile animatore di Librixia, dopo essere stato l’alfiere della sua rinascita sulle ceneri mai sopite di quella Fiera del Libro che aveva animato Brescia negli anni Ottanta. Alla vigilia della 13esima edizione l’abbiamo interrogato sulla rassegna e il suo futuro, ma anche sul suo modo di intendere la cultura.
Massetti, Librixia è cresciuta in modo innegabile, ma a pochi chilometri c’è un colosso come Festivaletteratura. Brescia rappresenta l’alternativa popolare o soffre di un complesso di inferiorità?
Mantova investe in Festivaletteratura e l’intera città si muove intorno a quell’appuntamento, che è il più importante per quel territorio. Librixia non ha questa pretesa. A Brescia il panorama delle iniziative è ricchissimo ed è quindi evidente che partiamo da due presupposti completamente diversi. Il nostro obiettivo è far bene le nostre cose, senza la pretesa di essere alternativi a qualcuno. Per noi l’importante è parlare del libro come prodotto di cultura. In più, facendo io stesso lo stampatore, so bene cosa significhi affrontare le difficoltà di questo settore, che sono sempre maggiori. Librixia contribuisce a salvaguardare un comparto strategico: se togliamo il libro a questa società, che cosa resta? Ecco perché difendiamo la gratuità della kermesse.
Il tema della gratuità non è banale. Non pensa che rinunciare anche solo a un biglietto simbolico alla lunga possa compromettere la capacità di crescere?
Devo ammettere che il «tutto gratis» non mi fa impazzire. Però finché gli sponsor ci aiutano e ci sono le possibilità economiche, uno dei nostri obiettivi resta quello di far entrare nei luoghi del libro tutte quelle persone che non hanno mai messo piede prima in una libreria.

Lei definisce Librixia «popolare», un termine che spesso nel mondo della cultura viene usato con una sfumatura dispregiativa...
Le racconto un aneddoto: quando siamo nati, qualcuno con la puzza sotto il naso ci criticò la mancanza di un comitato scientifico. Ma a chi spetterebbe deciderne la composizione? Abbiamo scelto una strada diversa: coinvolgiamo associazioni e Università, ascoltiamo i loro suggerimenti. Questo è il nostro comitato scientifico: un organo popolare, che vanta la progettazione condivisa di docenti, bancari, librai, editori e autori. Stiamo in mezzo alla gente, non siamo una fiera d’élite.
A tal proposito non c’è mai stata l’idea di avviare una collaborazione con la Microeditoria?
Se devo essere del tutto onesto, lo spazio limitato e la durata brevissima dell’evento scoraggiano un po’ gli operatori. Detto questo, la Microeditoria ha trovato il suo spazio nel panorama culturale ed è giusto che ci sia. Restiamo però due realtà completamente diverse.
Tornano alla Fiera, l’assenza di un tema conduttore è una scelta di libertà o un escamotage di comodo?
Un tema ci condizionerebbe troppo, anche se i miei collaboratori me lo propongono ogni anno. Abbiamo librai ed editori di ogni genere, e qui arrivano persone da tutte le parti d’Italia, con interessi diversi: è nostro dovere intercettarli.
A proposito di ricadute sul territorio: non c’è il rischio che la dimensione culturale sbiadisca dietro la vetrina commerciale?
No, perché a Librixia queste due anime sono un tutt’uno. Il rischio si verificherebbe se iniziassimo a vendere gadget o merce di ogni tipo. Ma qui si vendono esclusivamente libri, che sono strumenti di approfondimento e pensiero, e quindi il pericolo non sussiste.
Librixia va a caccia di autori o gli scrittori vogliono essere a Librixia?
C’è un doppio binario. Le grandi case editrici ci propongono direttamente i loro autori di punta in base alle novità. Parallelamente, facciamo una nostra ricerca autonoma per intercettare i profili più nelle nostre corde. Non deleghiamo a un’agenzia esterna, vogliamo metterci le mani in prima persona. E poi contano moltissimo i rapporti personali. Le relazioni umane fanno la differenza.
Da addetto ai lavori, come vede lo stato di salute dell’editoria in Italia?
Non sta benissimo, soprattutto perché la politica non investe sulla semina culturale: i tagli a istruzione e cultura colpiscono la formazione stessa dei cittadini di domani. Detto questo, la cultura va gestita con piglio imprenditoriale. Si può e si deve pubblicare ciò che si ama, ma serve un ritorno economico, altrimenti si chiude l’azienda e si licenziano le persone. Gli editori non sono benefattori, sono imprenditori che devono vivere del proprio lavoro.
Dove vede Librixia tra dieci anni?
Mi piacerebbe vedere un festival ancora più radicato e corale. Tra dieci anni non sarò più io a gestire la macchina, ma vorrei che continuassero a farlo Confartigianato e Ancos, che hanno dimostrato di saper creare valore per il territorio. La rotta del futuro è l’espansione in provincia, strada già tracciata con «Aspettando Librixia».
C’è uno scrittore che sogna di portare a Brescia?
Ildefonso Falcones, che è in assoluto il mio preferito. L’anno scorso non siamo riusciti a incastrare le date, ma non demordiamo.
La spaventa un eventuale cambio di colore politico alla guida della città?
Per nulla. Abbiamo fatto un lavoro enorme per la città e per gli operatori economici dando spazio a chiunque. Basta sfogliare i programmi di tutti questi anni, compreso quello attuale, per accorgersi che diamo cittadinanza a tutte le idee e a tutte le ideologie, nei limiti del rispetto reciproco e della convivenza civile. Abbiamo rapporti istituzionali fluidi con tutti. Spero che qualsiasi amministrazione – locale, provinciale o nazionale – comprenda che la cultura non può essere penalizzata, esattamente come la sanità. Esiste una sanità del corpo, ma esiste anche una salute della mente. E io sono convinto che i libri siano un’ottima medicina.
C’è chi la considera efficiente ma antipatico. È così?
Sì, mi ci riconosco, ma fa parte del mio vissuto. Ultimo di sette fratelli e senza un padre, a sei anni ho dovuto imparare ad arrangiarmi. Inoltre, arrivando dalla provincia in un settore ancora elitario, all’inizio vieni ignorato: devi correre il doppio per dimostrare quanto vali e, se non vuoi farti schiacciare, è inevitabile risultare spigolosi. La verità è che so essere simpatico con chi non cerca costantemente di farmi fuori. L’antipatia che mi viene cucita addosso è quella di chi vorrebbe vedermi andare a casa; ma l’antipatico non ha nessuna intenzione di andarsene, perché è profondamente convinto di quello che fa.




