«I Làzàr», Oyeyemi, «La figlia» e gli altri: cosa leggere a settembre

Abbiamo letto il caso editoriale Biedermann e «Una nuova nuova me», ma non solo: ecco il bookclub del mese con i libri consigliati dalla redazione
Le letture di inizio autunno
Le letture di inizio autunno

Settembre porta con sé il profumo dei nuovi inizi, il passo che rallenta per ritrovare il ritmo quotidiano e, immancabilmente, il desiderio di nuove storie. Come quelle che i redattori del GdB hanno letto in anteprima. Fra le principali novità editoriali c’è il surreale viaggio nell’identità firmato dall’ex enfant prodige britannica Helen Oyeyemi, pubblicato solo due giorni fa in Italia. C’è poi l’imponente saga familiare e gotica de «I Làzàr», romanzo che è diventato caso editoriale – oltre che virale – prima di tutto per l’età dell’autore. Lo svizzero Nelio Biedermann è infatti nato nel 2003. Infine fra attualità – la morte del generale serbo Ratko Mladic – e memoria storica si posiziona «La figlia» di Clara Usón, che ricostruisce gli ultimi mesi di vita di Ana Mladic. Uscito per la prima volta nel 2013, sarà nuovamente ristampato da Sellerio in questi giorni.

«I Làzàr»

Di Nelio Biedermann

(Traduzione di Leonella Basiglini, Guanda, 2026, 304 pagine, 19 euro)

La copertina di I Làzàr
La copertina di I Làzàr

L’hanno definito un «grande romanzo europeo», e in effetti lo è, ma non per volume o numero di pagine. Chi si aspetta una saga da mille e più pagine, quindi, resterà deluso. Ma non chi, invece, vuole leggere una storia lunga e densa nella quale addentrarsi in pochi minuti. Idem chi vuole fare esperienza della scrittura della Gen Z. La sua, in particolare, sembra quasi reazionaria (nel vocabolario e nella sintassi): pare quasi voler tornare all’eleganza più classica e precisa della prosa novecentesca, allontanandosi dalle sperimentazioni formali di quella generazione di scrittori e scrittrici millennial che ormai si condensa nell’esempio di Sally Rooney (lei, in particolare, ha abolito le virgolette dei dialoghi). La trama, dunque: la famiglia Lázár (che si ispira agli avi dello stesso scrittore, nobili ungheresi rifugiatisi in Svizzera nei Cinquanta) vive nel sud dell’Ungheria tra l’inizio del Novecento e il 1957. La nascita di Lajos, bambino dall’aspetto insolito e considerato di cattivo auspicio dal padre, segna l’inizio di una lunga storia familiare. Ci sono segreti, passioni proibite, traumi e colpe tramandate di generazione in generazione. Sullo sfondo scorrono la fine dell’Impero austro-ungarico, le due guerre mondiali, i totalitarismi, le rivoluzioni e la persecuzione degli ebrei. Ah, anche Patty Smith e Dua Lipa sono fan di Biedermann.

Sara Polotti, redattrice Web

«Una nuova nuova me»

Di Helen Oyeyemi

(66thand2nd, settembre 2026, 240 pagine, 20 euro)

La copertina di Una nuova nuova me
La copertina di Una nuova nuova me

È freschissimo di stampa in Italia – è uscito due giorni fa per 66thand2nd – «Una nuova nuova me», nono romanzo di Helen Oyeyemi, talentuosa scrittrice nigeriana naturalizzata britannica. Non è un caso che a portare in Italia «A New New Me» sia un editore innovativo e cosmopolita come 66thand2nd, che spesso intercetta le voci più hype della narrativa angloamericana. Fra cui c’è appunto l’ex enfant prodige Oyeyemi, una che ha scritto il suo primo romanzo mentre era ancora alle superiori. A scanso di equivoci Oyeyemi non è un’autrice da romanzetti. Malgrado trame in apparenza ipercomiche, possibilmente «facili», la scrittrice anglo-nigeriana, che vive a Praga, attinge al genere della favola e utilizza il realismo magico, per convogliare riflessioni profondissime sull’attualità e per addentrarsi con più facilità nei meandri della psiche umana. È il caso di «Una nuova nuova me» in cui Oyeyemi affronta i temi della frammentazione dell’identità, si interroga sulla cultura contemporanea del self care e critica quell’ossessione per la performatività che tormenta i millennials. Lo fa ricorrendo a elementi dell’assurdo, come le sette Kinga che affollano i giorni della settimana, e un corollario di incredibili personaggi che non sdrammatizzano quella che è un’indagine sull’auto-mitizzazione. Anzi. Si riflette per eccesso e si resta pure un po’ sbigottiti. Oyeyemi c’è o ci fa? Vi verrà da lanciare il libro, ma non riuscirete a liberarvi degli interrogativi che ha suscitato.

Ilaria Rossi, redattrice Cultura

«La figlia»

di Clara Usón

(Sellerio, 2013, 496 pagine, 18 euro)

La copertina di La figlia
La copertina di La figlia

Scena uno: un padre e una figlia, complici e sorridenti. Stacco. Scena due: il padre piange sulla tomba della figlia, che a 23 anni si è uccisa con la pistola che il padre le aveva regalato. Lei è Ana Mladic, lui è il generale Ratko, il «boia di Srebrenica» condannato dal tribunale dell’Aja all’ergastolo per crimini contro l’umanità durante la guerra in Bosnia e morto in carcere lo scorso 27 agosto. Il buco nero in mezzo alle due scene è l’enigma che la scrittrice spagnola Clara Usón ha indagato ne «La figlia» (Sellerio, 2013; in ristampa in questi giorni) per ricostruire tra storia e finzione il perché di quella morte.

L’autrice intreccia la vita della ragazza (bella, intelligente, ciecamente devota al padre che la ricambia con orgoglio) con il racconto della dissoluzione del Paese balcanico (attraverso i ritratti dei protagonisti di una politica di crescente violenza) e con la voce di Danilo, giovane disincantato, sguardo critico sulla realtà, anima multietnica (nelle sue vene scorrono sangue ebraico, serbo, croato) di una Sarajevo destinata a soccombere davanti alle logiche del nazionalismo.

Usón cerca una risposta ad una morte apparentemente illogica, ma la domanda di fondo è un’altra: com’è potuto accadere che un popolo si sia suicidato nell’odio etnico, affidandosi alla peggiore propaganda, accettando di armarsi contro amici, fratelli, vicini di casa? E come hanno potuto l’Europa, il mondo, consentirlo?

Il suicidio di Ana Mladic, travolta dalla rivelazione sulla reale figura del padre, può essere letto come reazione ad un tradimento, vergogna, senso di colpa, anche estremo fallimentare tentativo di fermare la mano armata del genitore (che forse per reazione proseguirà ancora più convintamente nel suo disegno di pulizia etnica contro i «turchi»). Non lo sapremo mai. Ma la vicenda torna attuale in questi giorni, dopo la morte di Mladic, sentendo risuonare ancora parole d’ordine che davamo per archiviate: difesa dei confini, dei valori, della patria… Si va avanti imperterriti. Ana Mladic, in fondo, è stata solo una vittima collaterale.

Giovanna Capretti, vicecaposervizio Cultura

«E dal cielo caddero tre mele»

di Narine Abgarjan

(Einaudi, 2026, pagine 211, Euro 19,50)

La copertina di E dal cielo caddero tre mele
La copertina di E dal cielo caddero tre mele

Il romanzo dell’armena Narine Abgarjan, anche se non si dilunga in tomo da migliaia di pagine, ha molte affinità con le grandi storie della letteratura russa. È una lettura che coccola l’anima attraverso la bellezza della narrazione di tante vite che si intrecciano, tante quanti sono gli abitanti (per lo più ottantenni) di Maran, un paesino immaginario sulla cima del monte Manish Kar.

«E dal cielo caddero tre mele» è un proverbio armeno che celebra il racconto, la memoria e la speranza di un lieto fine nonostante le avversità. Una mela è per chi ha visto, un’altra per chi ha raccontato e la terza per chi ha ascoltato. Maran è un microcosmo in cui l’autrice, considerata da The Guardian tra i più brillanti scrittori europei, fa vivere personaggi indimenticabili. A partire da Anatolija, la più giovane del villaggio (58 anni), che all’inizio del libro si mette a letto rassegnata ad aspettare la morte a causa di una presunta malattia incurabile. Abgarjan racconta con maestria di sofferenze, amore, solidarietà, tragedie collettive, fratellanza, visioni di antenati, sogni premonitori, pavoni bianchi che sembrano spiriti protettori e una natura che partecipa attivamente alle gioie e ai dolori dei suoi personaggi, solo all’apparenza secondari. Il suo è un realismo magico, effettivamente a metà tra storia e favola come l’hanno definito molti critici, con cui l’autrice si è guadagnata nel 2016 il più importante premio dedicato alla letteratura russa, il Jasnaja Poljana.

Erminio Bissolotti, redattore Economia

«Quel che resta del vento»

di Barbara Bonzi

(Land Editore, 2026, pagine 278, Euro 16)

La copertina di Quel che resta del vento
La copertina di Quel che resta del vento

Dopo essersene liberata per studiare ad Harvard e costruirsi una carriera in un prestigioso studio legale di New York, in Kansas Amber è costretta a tornare. Ad attenderla trova lettere, indizi e segreti rimasti sepolti per anni. È l’intreccio sul quale si sviluppa «Quel che resta del vento», il nuovo romanzo di Barbara Bonzi, in libreria dallo scorso 27 agosto. Protagonista del volume della scrittrice di Ospitaletto è Amber Moore. Dopo il rientro a Cawker City per la scomparsa della migliore amica di sua nonna, la giovane avvocata si ritrova al centro di una caccia al tesoro costruita dalla defunta con una serie di enigmatiche disposizioni. Amber si trova così a fare i conti con rancori, menzogne e vecchie ferite. Lungo il suo cammino la giovane incrocia il destino di Jason, uomo ruvido e imprevedibile, appena uscito di prigione. Dovrebbe tenersene lontana, e lo sa. Ma il pericolo li costringe a fidarsi l’uno dell’altra e porta alla luce un legame che nessuno dei due può ignorare. Tra campi di girasoli, fattorie, rodei e cieli sconfinati, il Kansas non è soltanto lo sfondo della vicenda. È una presenza viva e insidiosa, una terra nella quale tutti si conoscono e ogni ritorno a casa obbliga a confrontarsi con ciò che si era tentato di dimenticare. Bonzi racconta una storia di amore e seconde possibilità, utilizzando le cifre del romanzo contemporaneo, a partire da mistero e suspense, ma affronta anche i temi della famiglia, del pregiudizio e della ricerca della propria identità. Al centro resta il difficile confine tra legge e giustizia, reputazione e verità, tra la vita immaginata dagli altri e quella che ciascuno sceglie di costruire.

Pierpaolo Prati, redattore Cronaca

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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