Carrère a Mantova: «Racconto la mia famiglia nella tormenta della storia»

L’autore presenta domani al Festivaletteratura il suo ultimo libro «Kolchoz», saga nel ’900. «La democrazia? Crolla ovunque»
Nicola Rocchi
Emmanuel Carrère
Emmanuel Carrère

«La tradizione democratica sta crollando ovunque come un domino, pezzo dopo pezzo. È il momento dell’Europa. Adesso è costretta a esistere». Così ha risposto lo scrittore Emmanuel Carrère, incalzato sulla situazione geopolitica mondiale. Lo scrittore francese è a Mantova, dove chiuderà domani la trentesima edizione del Festivaletteratura con un incontro andato sold out nel giro di pochi minuti.

Ieri ha incontrato i giornalisti per parlare di «Kolchoz» (Adelphi, 407 pp., 22 euro), il libro nel quale ripercorre la storia di quattro generazioni della sua famiglia.

Concepito dopo la morte dei genitori, è dedicato in particolare alla madre Hélène Carrère d’Encausse, autorevole studiosa della Russia. Un’«istituzione nazionale», esperta richiestissima da giornali e tv, segretaria generale dell’Académie française, consigliera di presidenti e primi ministri. Una donna dal carattere esigente e poco accomodante, che nel rapporto col figlio ha vissuto periodi di conflittualità e distacco: «Mai lamentarsi, mai dare spiegazioni» era il suo motto. «È un libro che non avrei mai immaginato di poter scrivere, una saga familiare lunga un secolo. La storia della mia famiglia materna si è svolta all’ombra della rivoluzione russa che ha trascinato queste persone nella tormenta della storia: hanno conosciuto l’esilio e il discredito».

La famiglia

Il nonno Georges aveva origini georgiane, la nonna Nathalie era figlia di una contessa russa: tutti dovettero fuggire dalla Russia dei Soviet e nel 1924 si ritrovarono a Parigi, in compagnia di altri esuli passati dalla vita agiata ad arrangiarsi come tassisti, magazzinieri, ricamatrici.

La principale fonte a cui lo scrittore ha attinto sono i faldoni raccolti negli anni dal padre Louis: «Era appassionato di genealogia, in particolare di quella della famiglia di sua moglie. Sapevo che conservava questi documenti, ma solo dopo la sua morte ho visto quanto fossero ben organizzati e strutturati. Ho avuto la sensazione di averli ricevuti in eredità, che mi dicesse: fanne quello che vuoi, ma fanne qualcosa. Scrivendo questo libro mi sono avvicinato di più a lui: ha sempre vissuto all’ombra di mia madre, e ora ho potuto mettere in luce la sua figura e mostrare di mia madre le ombre».

«Kolchoz», il nuovo romanzo di Emmanuel Carrère
«Kolchoz», il nuovo romanzo di Emmanuel Carrère

Un’altra fonte importante è stato il libro di memorie dello zio Nicolas, il fratello di Hélène, a cui Carrére era molto affezionato. Lo scrittore ha poi visitato luoghi d’origine della famiglia e altri nei quali abitarono durante l’esilio. Ha riscoperto in particolare la Georgia, terra d’origine del bisnonno Ivan Zourabichvili: «La famiglia paterna era abbastanza tradizionale, né ricca né povera, tutto sommato risparmiata dalla storia. Quella materna, invece, ne è stata travolta, ha vissuto un’esperienza spettacolare, da cui si potrebbe trarre un grande film. Fino ad ora, però conoscevo meglio la storia del ramo russo rispetto a quello georgiano, perché mia madre aveva scelto la Russia».

Tra Russia e Ucraina

Innamorata visceralmente di quella nazione, Hélène Carrère d’Encausse rimase convinta fino all’ultimo che Putin non avrebbe mai attaccato l’Ucraina e che il suo proposito, «radicato nel profondo del cuore», fosse di avere buone relazioni con l’Europa. Un grave errore di valutazione, corretto dal figlio che nel libro prende con decisione le parti dell’Ucraina invasa. E sulla situazione attuale, Carrère si dice preoccupato: «Vedo che la tradizione democratica sta crollando ovunque come un domino, pezzo dopo pezzo. Se proprio volessi essere ottimista, posso dire che è il momento dell’Europa. Adesso è costretta a esistere».

A Roma

Da sei mesi Carrère abita a Roma, un soggiorno «di durata indeterminata. Sto molto bene in quella città per le mille ragioni per cui la si può amare: la bellezza, ma anche un ritmo di vita più piacevole di quello di Parigi. Poi ho amici scrittori che apprezzo come Sandro Veronesi, Emanuele Trevi, Nicolò Ammaniti».

La stesura del libro l’ha portato anche in Toscana, a San Domenico vicino a Firenze, dove i bisnonni materni acquistarono una villa del XVI secolo circondata da un vasto parco, che chiamarono Bosco Bello. «Avevo provato altre volte a entrarci, trovando sempre la porta chiusa. Ora, grazie forse al libro, ho potuto visitarla».

Scrivendo della madre, Carrère afferma: «Vorrei scrivere questo libro all’insegna della pietà filiale. Non sono sicuro di esserne in grado». Negli ultimi giorni di vita di Hélène, ricorda con la sorella quando da piccoli «facevano kolchoz»: «Trascinavamo nella camera dei nostri genitori due materassi su cui dormivamo io e Nathalie, mentre il posto accanto a mamma era occupato da Marina, la più piccola». Così hanno fatto ancora, riunendosi a lei al momento della fine.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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