Come si racconta oggi il patriarcato senza trasformare ogni storia in una lezione? È una domanda con cui cinema e televisione si confrontano ormai da anni, nel tentativo di dare forma narrativa a un cambiamento sociale che riguarda rapporti di coppia, sesso, lavoro, famiglia e soprattutto il modo in cui uomini e donne sono stati educati a interpretare il proprio ruolo. I risultati sono stati molto diversi: ci sono opere che hanno scelto la denuncia frontale, altre che hanno caricato il racconto di discorsi programmatici, altre ancora che hanno spinto il disagio dentro l’horror, la vendetta o il trauma.
«Maschi Veri», la serie italiana di Netflix che torna dal 7 ottobre con la seconda stagione, sceglie una strada più quotidiana: prende quattro uomini convinti di sapere come funziona il mondo, li mette davanti a un mondo che nel frattempo è cambiato e lascia che siano soprattutto le loro contraddizioni a fare il resto.
L’ironia
Il tema attraversa da tempo la cultura pop. «The Morning Show» ha portato dentro una grande produzione televisiva le dinamiche di potere, complicità e abuso esplose con il #MeToo, alternando momenti molto efficaci ad altri nei quali la scrittura è stata accusata dalla critica di trasformare il dibattito contemporaneo in dialoghi troppo esplicativi.
All’estremo opposto, «I May Destroy You» di Michaela Coel ha lavorato sulle zone grigie del consenso, sulla distribuzione del potere e sul trauma evitando risposte semplici e lasciando spazio anche all’umorismo. In Italia, «Gigolò per caso» di Prime Video, con Christian De Sica e Pietro Sermonti, ha affrontato attraverso la commedia i rapporti fra generazioni e una certa idea tradizionale della virilità, giocando sul ribaltamento dei ruoli maschili e femminili e sulle difficoltà di uomini cresciuti con categorie che non riescono più a interpretare il presente.
Le interpretazioni «dark»
Il cinema ha spesso seguito percorsi più estremi. In «Men», Alex Garland trasforma misoginia, senso di colpa e oppressione patriarcale in un incubo folk horror nel quale i diversi uomini incontrati dalla protagonista hanno tutti il volto di Rory Kinnear, quasi fossero variazioni di una stessa struttura mentale. «Promising Young Woman» di Emerald Fennell, regista di «Cime Tempestose», ha scelto invece il terreno del rape and revenge e della satira nerissima: Carey Mulligan interpreta una donna che porta avanti una personale resa dei conti con la cultura che tende a proteggere gli aggressori e a mettere sotto esame le vittime. Anche qui il dibattito critico è stato acceso, proprio perché raccontare un tema tanto carico politicamente e socialmente comporta sempre il rischio di sostituire la complessità con una tesi.
«Maschi veri»
«Maschi veri» parte da un punto molto più piccolo e forse, proprio per questo, particolarmente efficace. I suoi protagonisti non sono mostri, simboli o casi estremi. Mattia, Massimo, Riccardo e Luigi sono quattro uomini quarantenni, amici dai tempi dell’università, che hanno interiorizzato comportamenti considerati normali per buona parte della loro vita. Davanti a compagne, ex mogli, figlie, colleghe e nuove relazioni scoprono però che quella normalità contiene gerarchie, automatismi e privilegi che fino a quel momento non avevano mai avuto motivo di mettere in discussione.

Il patriarcato raccontato da «Maschi veri» passa anche attraverso le cose piccole: chi decide, chi considera naturale avere più libertà dell’altro, chi associa il proprio valore al successo professionale, chi confonde gelosia e possesso con il sentimento, chi vive la fragilità come qualcosa da nascondere. La serie osserva l’imbarazzo prodotto quando queste convinzioni incontrano una società che chiede rapporti più equilibrati, senza pretendere che i suoi protagonisti possano cambiare soltanto imparando qualche parola nuova che rientra nella fin troppo abusata etichetta «woke».
I personaggi
Massimo, interpretato da Matteo Martari, ha costruito parte della propria identità sulla sicurezza professionale e sulla capacità di stare dentro un modello di uomo vincente. Quando quel ruolo vacilla, deve fare i conti con qualcosa che quel modello gli ha insegnato poco a gestire: il fallimento e la vulnerabilità. Mattia, interpretato da Maurizio Lastrico, attraversa invece separazione, paternità e nuove relazioni cercando un modo diverso di collocarsi rispetto alla figlia e alle donne che incontra.

Riccardo, a cui dà volto Francesco Montanari, rende particolarmente evidente la distanza fra libertà reclamata per sé e libertà riconosciuta alla propria compagna: la proposta di Ilenia di aprire la coppia manda in crisi proprio quell’uomo che considera l’infedeltà maschile quasi compatibile con il proprio sistema di valori. Luigi, interpretato da Pietro Sermonti, attraversa infine matrimonio, sesso e crisi personale misurandosi con l’idea che la propria identità debba necessariamente coincidere con quella di marito capace di controllare la situazione.
«Riconoscersi»
La prima stagione, arrivata su Netflix nel maggio 2025 e adattata dalla fortunata serie spagnola «Machos Alfa», ha usato proprio questo sistema di relazioni per mettere i quattro uomini continuamente davanti allo scarto fra ciò che pensano di essere e il modo in cui effettivamente si comportano. La risata nasce spesso lì, nella sproporzione fra la sicurezza con cui formulano una convinzione e la rapidità con cui la realtà la smonta.
Parlare di mascolinità tossica attraverso uomini irrimediabilmente detestabili sarebbe più semplice, ma permetterebbe anche allo spettatore maschile di guardarli da lontano. «Maschi veri» lavora invece sul riconoscimento. Il bersaglio diventa un modello di comportamento sedimentato, fatto anche di abitudini apparentemente innocue e di educazioni ricevute senza mai interrogarle. Ridere di quei meccanismi significa renderli visibili senza costruire immediatamente un tribunale morale, e permette alla commedia di fare ciò che sa fare meglio: creare disagio attraverso il riconoscimento.

Educazione e cultura
La questione dell’equità fra uomini e donne passa del resto anche dalla possibilità di ripensare il maschile. Superare un modello patriarcale significa ridurre rapporti di potere e aspettative imposte alle donne, ma comporta anche mettere in discussione l’idea secondo cui un uomo debba essere autosufficiente, dominante, sessualmente performante e incapace di mostrare paura. Matteo Martari, presentando la seconda stagione, ha osservato proprio come continui a essere reiterato un modello di uomo che dovrebbe bastare a se stesso. Pietro Sermonti ha invece spostato la questione sul terreno educativo, sottolineando come norme e pene intervengano dopo e come il cambiamento richieda soprattutto un lavoro culturale che inizi dalla scuola.

La seconda stagione parte precisamente da questo punto. Mattia, Massimo, Riccardo e Luigi sono ormai convinti di essersi «decostruiti dalla mascolinità tossica». Aver acquisito un nuovo vocabolario, tuttavia, non significa aver eliminato automaticamente vecchi riflessi. Le quattro coppie vengono ritrovate in condizioni opposte rispetto a quelle in cui erano state lasciate, mentre cambiamenti di status, nuovi lavori, vecchie fiamme e nuovi rapporti costringono i protagonisti a verificare quanto della loro trasformazione sia realmente entrato nella vita quotidiana. Resta centrale anche l’amicizia tra i quattro, indicata come uno dei motori del loro percorso.
I temi
Anche lo spettro dei temi si allarga. Nei nuovi episodi entrano endometriosi, infertilità, adozione, maternità, interruzione di gravidanza e libertà di scelta, questioni spesso relegate alla dimensione femminile che la serie porta invece dentro relazioni nelle quali le conseguenze emotive, familiari e sociali coinvolgono entrambi i sessi. Il motto scelto per la nuova stagione, «Maschi si nasce, uomini si diventa», riassume così il percorso della serie.
Il cambiamento osservato da «Maschi veri» non procede attraverso conversioni improvvise e uomini finalmente illuminati, ma passa da errori, ricadute, incomprensioni e tentativi di correggersi. È una forma narrativa adatta a un tema sul quale il rischio della predica resta sempre alto. L’ironia concede allo spettatore la possibilità di riconoscere qualcosa di sé prima ancora di decidere da che parte stare, mentre quei quattro amici continuano a imparare, spesso nel modo più goffo possibile, che un rapporto più equo tra uomini e donne richiede soprattutto di rinunciare all’idea che certi privilegi, ruoli e comportamenti siano naturali e quindi immutabili.



