Venezia 83 ha emesso i suoi verdetti e, come spesso accade quando una giuria prende una posizione netta, il Leone d’oro rischia di essere discusso più per ciò che rappresenta che per il film che lo ha conquistato. La giuria presieduta da Maggie Gyllenhaal, affiancata da Kaouther Ben Hania, Daniel Blumberg, Francesco Casetti, Xavier Giannoli, Shahrbanoo Sadat e Johnnie To, ha scelto «Woman Unknown» di May el-Toukhy come miglior film della Mostra. E non si è fermata lì.
Alla protagonista Mathilde Arcel è andata infatti anche la Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile. È un doppio riconoscimento che il regolamento di Venezia rende volutamente eccezionale: normalmente ogni film può ricevere un solo premio del Concorso e, quando la deroga riguarda proprio il vincitore del Leone d’oro, l’assegnazione di una Coppa Volpi deve essere approvata all’unanimità dalla giuria.
I precedenti
Non è però un caso senza precedenti. Nel 1993 «Tre colori – Film blu» di Krzysztof Kieślowski conquistò il Leone d’oro (ex aequo con «America Oggi» di Robert Altman) e la Coppa Volpi per Juliette Binoche (il film di Altman vinse una Coppa Volpi speciale per l’intero cast, invece). Tre anni più tardi accadde qualcosa di analogo a «Michael Collins» di Neil Jordan: il film vinse il Leone d’oro e Liam Neeson ricevette la Coppa Volpi come miglior attore. Nel 2004 fu poi «Vera Drake» di Mike Leigh a ottenere il massimo riconoscimento della Mostra insieme alla Coppa Volpi per Imelda Staunton. Sono precedenti che aiutano a inquadrare correttamente il verdetto di quest’anno: raro, sì, ma non estraneo alla storia veneziana.
Il caso vuole – ma è un caso che inevitabilmente farà discutere – che «Woman Unknown» sia anche l’unico film del Concorso interamente diretto da una donna. Rachel Szor figura infatti come co-regista di «NAZA» insieme a Yuval Abraham. Una presenza femminile ridottissima che già a luglio, al momento dell’annuncio della selezione, aveva attirato critiche e riportato al centro una questione che i festival conoscono bene: quella distanza tra le dichiarazioni sulla parità e la realtà di un’industria nella quale l’accesso alla regia, ai finanziamenti e alle grandi produzioni resta ancora fortemente sbilanciato.
È quindi un Leone d’oro «politico»? Un contentino dopo le polemiche sulla scarsissima presenza di registe? Forse sì, forse no. Ma è già la domanda a raccontare una parte del problema. Sostenere che «Woman Unknown» abbia vinto perché diretto da una donna significa considerare ancora eccezionale che una donna possa trovarsi al centro del verdetto di un grande festival. E questo nonostante negli ultimi anni Cannes, Venezia e gli Oscar abbiano più volte premiato opere firmate da registe.
Soprattutto, significa fare un torto al film. «Woman Unknown» è un dramma storico con ottimi meriti, ambientato nella Danimarca del secondo dopoguerra e costruito attorno a una donna sulla quale ricade la condanna sociale per una relazione avuta con un soldato tedesco durante l’occupazione. May el-Toukhy usa quella vicenda per parlare di colpa, vergogna, controllo del corpo femminile e rimozione collettiva, affidando proprio ad Arcel il peso maggiore del racconto. Il Leone e la Coppa Volpi, da questo punto di vista, non sono due premi sovrapposti: riconoscono due elementi complementari dello stesso film.

Ora «Woman Unknown» verrà inevitabilmente accusato da qualcuno di avere «rubato» il Leone per rispondere a un’agenda o lanciare un segnale. Ma anche se quel segnale esistesse, non sarebbe di per sé sufficiente a delegittimare il verdetto. I premi dei grandi festival non sono formule matematiche: sono il risultato di sensibilità diverse, compromessi, equilibri interni e scelte che spesso dicono qualcosa anche del momento nel quale vengono prese. Lo ha ricordato, nel senso opposto, proprio Venezia lo scorso anno, quando il Leone d’oro andò al più dimesso «Father Mother Sister Brother» di Jim Jarmusch e non a «The Voice of Hind Rajab» di Kaouther Ben Hania, che uscì dalla Mostra con il Gran Premio della Giuria nonostante fosse stato uno dei film più discussi e politicamente urgenti dell’edizione.
La parità
La parità, del resto, non può essere misurata soltanto contando quanti premi finiscono nelle mani delle donne la sera della cerimonia. Se si vuole davvero cambiare il sistema, bisogna intervenire molto prima: sull’accesso ai finanziamenti, sulla possibilità di guidare produzioni importanti, sulla fiducia concessa dalle società di produzione, sulla circolazione internazionale dei film e, infine, sulla composizione delle selezioni. La parità all’ultimo metro non serve a molto se la gara continua a partire con concorrenti distribuiti in maniera profondamente diseguale. Ma per arrivare a questa auspicabile situazione, è comunque necessario puntare i riflettori su certe opere e autrici: ben venga, quindi, un premio magari non condiviso al 100%, se può smuovere qualcosa in seno all’industria.

Per il resto, il palmarès di Venezia 83 è molto meno anomalo di quanto il dibattito sul Leone potrebbe far pensare e riflette anzi la qualità di un’edizione particolarmente ricca. Il Gran Premio della Giuria a «Possible Love» riconosce il ritorno di Lee Chang-dong e un film che usa l’incontro tra due coppie di condizioni economiche opposte per ragionare sulle disuguaglianze sociali della Corea del Sud e sulla possibilità stessa di raccontarle senza trasformarle in spettacolo. Il Premio speciale della giuria a «NAZA» porta invece dentro il palmarès la guerra a Gaza e le accuse di genocidio attraverso le testimonianze di militari e membri dell’intelligence israeliana, spostando l’attenzione dalle immagini della distruzione ai meccanismi e alle catene decisionali che la rendono possibile.
Anche il Leone d’argento per la regia a Ilya Khrzhanovsky appare difficilmente contestabile sul piano della scelta: «DAU», con le sue oltre tre ore e il peso di un progetto cinematografico sviluppato per anni su una scala quasi irripetibile, è stata l’opera più monumentale e radicale della selezione. E la Coppa Volpi a John Malkovich per «Wild Horse Nine» di Martin McDonagh ha tutta l’aria di poter essere il primo passo di un percorso che arriverà fino alla stagione degli Oscar.
È allora proprio l’idea di liquidare il Leone a «Woman Unknown» come premio politico a risultare troppo semplice. Un festival decide sempre che cosa rendere visibile e a cosa attribuire valore: anche scegliere di non lanciare un segnale è, in fondo, una scelta. La questione non è stabilire se Venezia abbia premiato una donna per dimostrare qualcosa, ma arrivare al giorno in cui un Leone d’oro vinto da una regista non debba più essere spiegato attraverso il suo genere. Perché la vera parità non sarà raggiunta quando vinceranno più donne. Sarà raggiunta quando, davanti a una vittoria come questa, nessuno sentirà più il bisogno di chiedersi se abbiano vinto proprio perché donne.



