Cinema

Torna «Cime Tempestose»: tutte le volte che il libro è diventato film

Cristiano Bolla
Arriva al cinema il nuovo adattamento del romanzo di Emily Brontë, portato innumerevoli volte sul piccolo e grande schermo: merito dei suoi temi, tanto controversi quanto attuali
«Cime tempestose» torna al cinema con Jacob Elordi e Margot Robbie
«Cime tempestose» torna al cinema con Jacob Elordi e Margot Robbie
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Ogni volta che «Cime tempestose» torna al cinema si ha una sensazione di déjà-vu: come se la storia di Catherine Earnshaw e Heathcliff, pur scritta quasi due secoli fa, continuasse a chiedere immagini nuove per ripetersi uguale e diversa. Ora tocca alla versione 2026 firmata da Emerald Fennell, scritta e diretta da lei, con Margot Robbie nei panni di Catherine «Cathy» Earnshaw e Jacob Elordi in quelli di Heathcliff. È un ritorno che riaccende un fenomeno costante: poche opere della letteratura dell’Ottocento hanno avuto una vita cinematografica e televisiva così intensa, tanto da alimentare l’impressione che, prima o poi, ogni generazione finisca per avere il suo «Cime tempestose».

La trama

Il taglio scelto da Fennell punta più su una rilettura che su una trasposizione letterale: un racconto dai toni bollenti che privilegia l’impatto emotivo, l’estetica, la sensazione di febbre romantica e di ossessione, anche a costo di comprimere e semplificare la struttura del romanzo. Per orientarsi, basta ricordare il nucleo della trama: l’arrivo di Heathcliff, trovatello accolto nella casa degli Earnshaw, il legame assoluto con Catherine, la frattura prodotta da gerarchie sociali e scelte familiari, il ritorno dell’uomo con un’unica direzione, la vendetta, e l’effetto che quel rancore finisce per avere su chi viene dopo. Anche quando la storia cambia volto, è questo magnete a restare sempre uguale.

Il successo

Ma perché il cinema ama così tanto questa storia? La risposta sta in un paradosso: «Cime tempestose» viene spesso archiviato come romanzo rosa, eppure in questa storia c’è poco di veramente romantico. L’amore è una forza che non pacifica, ma divora; non costruisce, ma scompone; non salva, ma ferisce e trascina. È proprio questa natura estrema a renderlo compatibile con molte epoche: il libro parla di desiderio e dipendenza, di identità che si confonde con l’altro, di esclusione e risentimento, di classe sociale come gabbia e di reputazione come destino. In altre parole, racconta un’energia emotiva che cambia linguaggio ma non smette di esistere.

E poi c’è la vendetta: un progetto che invade proprietà, corpi, matrimoni, eredità, e che finisce per trasformarsi in una sorta di maledizione trasmessa. Questa lunga durata, che in letteratura funziona perché il tempo può dilatarsi, al cinema diventa insieme attrazione e problema: l’opera è ampia, stratificata, attraversa decenni e due generazioni, e porta con sé un dispositivo narrativo complesso, filtrato da più voci. Non è un dettaglio: i narratori e le cornici rendono la storia ambigua, fanno pesare il racconto stesso, spingono il lettore a dubitare e interpretare. Tradurre quella complessità in immagini è difficile, e qui nasce il motivo pratico per cui gli adattamenti sono così numerosi e così diversi: ogni regista deve scegliere che cosa conservare e che cosa sacrificare.

Un classico

È per questo che molte versioni tagliano e concentrano. Il caso più famoso è «Cime tempestose» del 1939, classico hollywoodiano che ha fissato nell’immaginario l’idea del melodramma romantico cupo e fatale: la scelta è stata quella di puntare sul segmento più immediato e popolare della storia, riducendo la parte in cui il rancore si trasferisce alla generazione successiva. È una strategia comprensibile: in un film singolo, la potenza iconica del rapporto tra Cathy e Heathcliff tende a divorare tutto il resto, e molte trasposizioni hanno seguito quella strada.

Cime tempestose del 1939
Cime tempestose del 1939

Anche «Cime tempestose» del 1970 con Timothy Dalton e Anna Calder-Marshall si è mosso nella logica della condensazione, preferendo la traiettoria emotiva e lo scontro passionale alla ricostruzione completa dell’architettura del romanzo. La versione più famosa probabilmente resta ancora oggi quella del 1992, con Ralph Fiennes e Juliette Binoche protagonisti di un adattamento che ha tentato di includere una porzione più ampia del materiale brontëiano, non solo il “primo blocco” del mito romantico.

Nel tempo, però, il desiderio di restituire più fedelmente l’arco narrativo ha trovato nella televisione e nella lunga durata un alleato. La miniserie «Cime tempestose» del 2009 con Tom Hardy, per esempio, ha sfruttato la forma seriale per far respirare la storia e restituire meglio i passaggi e le conseguenze, mentre il cinema ha provato altre vie. Sul fronte delle riletture autoriali, «Cime tempestose» del 2011, diretto da Andrea Arnold, è significativo perché concentra l’attenzione sulla materia più fisica e immediata del desiderio e della violenza, riducendo l’opera a una traiettoria sensoriale e terrena: un modo diverso di rendere attuale il classico, senza fingere che il cinema possa replicarne la forma originale.

La versione del 2011 di Cime tempestose
La versione del 2011 di Cime tempestose

Le versioni

Fin qui, le versioni più note. Ma il vero termometro dell’attualità di «Cime tempestose» è la sua capacità di cambiare lingua, cultura e paesaggio senza perdere riconoscibilità. È qui che l’ossessione brontëiana diventa un racconto universale: outsider, potere, appartenenza, umiliazione, rivalsa. In Messico, «Abismos de pasión» del 1954, firmato da un nome importante per la storia del cinema come il surrealista Luis Buñuel, ha trasferito la materia del romanzo in un contesto diverso, dimostrando che non è lo Yorkshire a essere indispensabile, ma il conflitto tra desiderio e ordine sociale. In Giappone, «Arashi ga oka» del 1988 ha spostato la storia addirittura nel Giappone medievale: il paesaggio e le regole sono cambiate, ma è rimasto l’urto tra un sentimento assoluto e una società che lo comprime o lo deforma.

Arashi ga oka del 1988
Arashi ga oka del 1988

Gli esempi più curiosi, e perfetti per raccontare la globalizzazione del classico, arrivano dall’Asia meridionale e sudorientale. In Pakistan, «Dehleez» del 1983 è un film in urdu basato su Emily Brontë: un trapianto che mostra quanto l’ossessione e il tema dell’onore, della famiglia e del destino possano dialogare con sensibilità e codici culturali diversi. Nelle Filippine, «Hihintayin Kita sa Langit» del 1991 è dichiaratamente un libero adattamento che sposta la vicenda dalle brughiere a spiagge e scogliere. Sono trasformazioni che aiutano a capire perché il cinema continui a tornare lì: perché «Cime tempestose» è molto più di una storia di un paio di quasi due fa.

E così si torna al déjà-vu iniziale. Ogni nuova versione porta con sé una promessa doppia: la familiarità del mito e la curiosità per lo scarto, per il modo in cui quel mito verrà piegato al presente. Il film 2026 di Emerald Fennell si inserisce in questa tradizione dichiarando un approccio più emotivo che letterale, più pop e sensoriale che strutturale: una scelta che, a suo modo, è coerente con la storia degli adattamenti. Perché se un classico viene ripreso all’infinito non è solo perché non invecchia, ma perché permette di essere ogni volta riscritto: tagliato, spostato, tradotto, tradito, e proprio per questo reso riconoscibile e immortale. Il cinema lo ama perché è costretto a scegliere, e quella scelta – ogni volta diversa – è il segno che il romanzo continua a parlare e a dire cose nuove.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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