In questi giorni si parla molto dell’intervista di Alexandria Ocasio-Cortez, figura faro dell’ala più progressista del Partito Democratico, nella quale l’eletta al Congresso avrebbe detto che «il woke 1.0 era una pazzia» (in realtà Ocasio-Cortez cita, scherzando, un politico locale che avrebbe pronunciato la frase).
Sia la stampa che molti politici, italiani e non solo, interpretano, nella grande maggioranza, questa intervista come il segnale che il «woke» è andato oltre e che il Partito Democratico, anche nella sua ala più di sinistra, se ne voglia distanziare per vincere le prossime elezioni dei midterm dove avrebbe scelto di parlare di tematiche che parlino ad un’ampia fetta della popolazione, come il potere d’acquisto, invece di concentrarsi su rivendicazione presentate come minoritarie (come le istanze LGBTQ+).
Matteo Renzi sui suoi social parla così di «ubriacatura woke» dalla quale AOC e i socialisti democratici starebbero svegliandosi. Carlo Galli su Repubblica parla di «trappola woke» dalla quale la sinistra prova a liberarsi.
Spesso, però, chi prende posizione in questo dibattito sembra ignorare cosa designi la parola «woke», equiparata in Italia ai cosiddetti «politically correct» e «cancel culture» che si concentrerebbero su questioni percepite come secondarie, come il linguaggio inclusivo, se non «liberticide»; il famoso «non si può più dire niente» quando si critica chi fa battute sessiste. È pertanto utile ricostruire brevemente la traiettoria di questa parola prima di lanciarsi in una diatriba «anti woke».
L’espressione «stay woke», che potremmo tradurre con «stai allerta» o «tieni gli occhi ben aperti», viene dallo slang afroamericano e designa la necessità, per le persone afroamericane, di essere coscienti dei pericoli inerenti a una società ancora fortemente impregnata di razzismo sistemico, ma anche la volontà di avere uno sguardo critico verso quel sistema, di restare svegli (woke) davanti alle ingiustizie.
Si tratta quindi di una parola che era usata, in positivo, da persone attive nel campo delle lotte contro le discriminazioni. L’espressione è stata però recuperata, in maniera caricaturale, dalla destra americana, in particolare quella trumpiana per screditare chiunque si batta contro pregiudizi e ingiustizie. È in questa versione che il termine è usato in Italia, non nella sua versione originale.
Le parole, soprattutto quelle con una valenza politica forte, sono un campo di battaglia, cambiano di significato nel tempo e in funzione dei gruppi che le mobilizzano. Per esempio, la parola «queer» che era un insulto per designare le persone non eterosessuali, è stata ripresa dai movimenti LGBT negli anni ’80-90 per rivendicare in maniera provocatoria la loro identità compiendo una traiettoria inversa rispetto alla parola woke che è passata dall’identificazione positiva all’insulto di gruppi oppositori.

Chi ha il potere di definire le parole e di imporre il loro significato è di fatto chi sta vincendo la battaglia politica e culturale. Prendere le distanze dal «woke 1.0» è quindi, per i progressisti Dem, un’ammissione di sconfitta, significa ammettere che la definizione che si è imposta è quella del mondo Maga, non quella del movimento Black Lives Matter.
In Italia, le critiche sugli eccessi «woke» portano soprattutto su questioni di genere e di sessualità (il woke sarebbero le femministe che non ridono quando un collega dice «ma hai le tue cose?»). Negli Stati Uniti, invece, il dibattito porta essenzialmente sulle rivendicazioni di definanziare la polizia emerse dopo l’omicidio di George Floyd, rivendicazioni che AOC aveva sostenuto e dalle quali si vuole adesso distanziare nel suo sforzo di prendere una posizione centrale nel partito che potrebbe andare fino ad una corsa alle primarie per le prossime elezioni presidenziali.
Chi parla però di un Partito democratico che «finalmente» si occupa di questioni care alla working class lasciandosi il «woke» alle spalle, sembra ignorare che le rivendicazioni di definanziare la polizia erano anche rivendicazioni sociali e di ridistribuzione. Prendiamo l’esempio di Los Angeles, una città democratica in uno stato democratico: la polizia è il primo capitolo di spesa nel budget cittadino (circa il 30%).
«Defund the police» non è la rivendicazione un po’ folle di una società senza forze dell’ordine (come chi vuole fare una caricatura del woke sostiene), significa rivendicare che una parte sostanziale di questo budget venga utilizzato per programmi contro la povertà, la tossicomania, per i senzatetto e la salute pubblica, tutti enormi problemi della città.
Che alcune rivendicazioni «woke» (come l’uso dei pronomi di genere) risulti incomprensibile ai più è un dato di fatto e il Partito Democratico, sull’onda della campagna vittoriosa di Mamdani a New York, fa bene ad usare un linguaggio che parli ad una maggioranza di americani (prezzi degli affitti e dei nidi, salari che permettano di vivere degnamente).

Quello che non si dice è che questo non significa abbandonare le altre lotte. Per esempio, Mamdani ha creato il primo ufficio dedicato specificatamente alle questioni LGBTQIA+ della città e ha dedicato risorse alla salute delle persone trans. Lo stesso Mamdani ha implementato un «Racial Equity Plan» per equilibrare il budget cittadino in favore delle comunità svantaggiate.
In Italia, le critiche anti woke interne al mondo del centro sinistra servono per dire che bisogna scegliere tra le questioni di classe (presentate come fondanti) e le altre (questioni di genere, di sessualità, razzismo). Che si abbia preferenze su un versante o l’altro è legittimo. Che si presenti quello che succede nella sinistra americana come la prova che bisogna abbandonare le battaglie femministe, antirazziste e LGBTQ+ a favore delle sole questioni economiche è semplicemente fattualmente falso.
Martina Avanza – Presidente di Progetto GAPP, esperta di Gender and PoliticsM



