«L’acqua scriverà una nuova geografia economica. I rischi? Prevedibili»

Il professor Günter Blöschl, vincitore dello Stockholm Water Prize 2025 (il Nobel per l’acqua), sarà a Brescia invitato da Ccdc e Università degli Studi: l’intervista
Campi di mais allagati durante una delle ultime alluvioni - © www.giornaledibrescia.it
Campi di mais allagati durante una delle ultime alluvioni - © www.giornaledibrescia.it

Per decenni abbiamo parlato di «emergenza alluvioni» come se fossero incidenti isolati. Ma per Günter Blöschl, vincitore dello Stockholm Water Prize 2025 (il Nobel per l’acqua) il punto è un altro: non siamo in una nuova normalità, siamo in una fase acuta di cambiamento. Invitato da Ccdc e Università di Brescia, il professore – domani, martedì 18 maggio – sarà a Brescia per parlare di «Variabilità climatica, estremi idrologici e salute umana: connessioni, rischi e sfide emergenti» (alle 17 nel Salone dell’Apollo di piazza del Mercato, 15).

Il suo messaggio è diretto: le alluvioni aumentano, ma non tutto è imprevedibile. A dover evolvere è la cultura pubblica, dalla pianificazione urbana alla consapevolezza dei cittadini, creando una democrazia del rischio e preparandosi anche a una nuova geografia economica.

Professore, lei ha dimostrato che gli ultimi decenni sono tra i più ricchi di alluvioni degli ultimi cinque secoli. Se l’Europa fosse un paziente, saremmo in una fase acuta o ha ragione chi parla di «nuova normalità»?

«Normalità» è un’espressione errata, perché implicherebbe uno stato stazionario, ma non è così: siamo in una fase di transizione, c’è più cambiamento. Direi quindi che sì, il paziente è decisamente in una situazione acuta.

Il modello difensivo novecentesco, fatto solo di argini e infrastrutture sempre più grandi, è superato?

L’aumento delle piene, per i grandi fiumi, è legato soprattutto al clima; per quelli piccoli conta anche l’uso del suolo. In generale le strutture idrauliche riducono le piene, non dobbiamo abbandonarle. Ma non bastano.

Cosa manca?

La difesa non può essere solo strutturale, deve avere più componenti: opere, pianificazione - decidere dove costruire e dove no -, piani di emergenza. E poi dobbiamo prepararci anche a eventi più grandi delle soglie di difesa. Eventi rari, ma possibili.

Quando si parla di alluvioni si pensa subito ai danni materiali. Quali effetti sanitari restano in ombra?

Prima di tutto le vittime. In Spagna, nell’ottobre scorso, sono state circa 200; nel 2021 in Giappone altre 200. Poi c’è l’inquinamento delle acque, serbatoi di petrolio che si rompono e contaminano falde e case, che talvolta vanno demolite. E poi la salute mentale: traumi psicologici, paura. È un aspetto sottovalutato, come lo è stato per il Covid.

Il professor Günter Blöschl - © www.giornaledibrescia.it
Il professor Günter Blöschl - © www.giornaledibrescia.it

Come convive con la responsabilità di un lavoro che può contribuire a salvare vite?

In parte è una responsabilità indiretta, attraverso i suggerimenti ai decisori. In altri casi è diretta: faccio parte di un comitato in Austria che valuta la sicurezza di grandi opere, e la mia firma ha conseguenze reali. La vivo come la responsabilità di un genitore: è importante, va presa sul serio.

Cosa dovrebbe fare la politica?

Primo: aumentare la consapevolezza dei cittadini. Molte vittime sono scese in garage per salvare l’auto e una parte consistente di quei morti era evitabile. Secondo: migliorare la collaborazione tra i diversi livelli istituzionali, un problema reale. L’acqua ci assomiglia...

I cicli politici durano cinque anni, i processi idrologici decenni. È un conflitto insanabile?

La verità è che ridurre il rischio non è politicamente attraente: costa e i risultati non si vedono perché, se si previene, l’evento non accade. Per questo spesso si investe solo dopo un disastro. Serve un cambiamento culturale nel discorso pubblico: parlare anche di responsabilità, errori, paura. Informare e coinvolgere attivamente la popolazione è essenziale: serve una democrazia del rischio.

Si parla di eventi «inattesi»: cosa significa davvero? Non li sappiamo prevedere o non vogliamo accettare le previsioni?

Non possiamo prevedere la data esatta, ma possiamo stimare la probabilità, che è uno strumento per progettare e pianificare. I rischi non sono imprevedibili. E sono essenziali le esercitazioni, che andrebbero fatte come quelle antisismiche. In alcune città si fanno ogni anno: servono.

Conta di più la strategia europea o la governance regionale e locale?

La governance locale. Il cambiamento climatico è globale, ma le soluzioni devono essere territoriali, adattate al contesto: bacino, tempi di risposta, leggi, valori.

I comuni montani sono tra i più esposti a frane e smottamenti © www.giornaledibrescia.it
I comuni montani sono tra i più esposti a frane e smottamenti © www.giornaledibrescia.it

Chi paga il prezzo più alto?

Le fasce più povere: vivono senz’altro in aree più esposte e hanno meno possibilità di difendersi.

Esistono invece territori che la crisi climatica ha reso meno vulnerabili?

Per le alluvioni, sì: in parte dell’Europa orientale per esempio le piene legate allo scioglimento della neve sono diminuite. In Romania questa vulnerabilità si è ridotta anche del 50%. Il quadro non è uguale ovunque: personalmente credo nella capacità di adattamento dell’umanità. La storia dell’acqua cambierà anche la geografia economica, perché porterà a una mutazione delle colture: al posto delle verdure, ad esempio, subentrerà il grano. Certo è che questo avrà delle ricadute importanti.

Che ruolo giocano tecnologia e intelligenza artificiale?

Sono strumenti utili, ma funzionano bene se i processi restano stabili. Se il clima cambia, i modelli diventano meno affidabili. Le soluzioni non sono solo tecnologiche: riguardano diritto, amministrazione, ingegneria, società.

Lei è co-fondatore della socio-idrologia. Cos’è?

Studia il feedback tra società e acqua. Non solo l’effetto delle piene sui danni, ma anche l’effetto delle nostre decisioni sull’acqua. Un argine può ridurre il rischio, ma può anche indurre a costruire di più in area esondabile, aumentando i danni potenziali. Capire queste interazioni aiuta a prevedere meglio gli effetti, anche non intenzionali, delle politiche.

Su cosa sta lavorando oggi?

Valutiamo l’effetto del cambiamento climatico sull’intero ciclo idrologico: non solo le piene, ma anche le siccità, le falde, il trasporto solido, la temperatura dell’acqua, i ghiacciai, l’impatto su pesca e idroelettrico. Un aspetto sottovalutato è l’evaporazione: negli ultimi trent’anni in Austria è aumentata del 17%. Un altro filone riguarda l’erosione del suolo e la produzione di sedimenti nei campi, e i metodi per ridurle. Insomma, stiamo sviluppando scenari futuri basati sui dati.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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