Si parla anche del lago di Garda nella «Breve storia del clima in Italia. Dall’ultima glaciazione al riscaldamento globale». Ed è proprio a Sirmione, quella sottile striscia di terra che per millenni ha resistito all’erosione del ghiacciaio, che il climatologo, meteorologo e divulgatore scientifico Luca Mercalli presenterà il suo ultimo libro (Einaudi, 248 pp., 18 euro), dopodomani, venerdì, alle 20.45 al Palazzo dei Congressi di piazzale Europa (ingresso libero, prenotazioni sul sito www.visitsirmione.com). Ad intervistarlo sarà Filippo Gavazzoni, vicepresidente della Comunità del Garda.
Professor Mercalli, nel suo libro fa riferimento ai grandi laghi italiani, tra cui il Garda, che compare soprattutto come esempio concreto degli effetti del cambiamento climatico in Italia.
Esattamente. Venerdì sera inizierò raccontando di un lago di Garda pieno di ghiaccio 25mila anni fa: un grande ghiacciaio che scendeva dall’area dell’attuale Trentino e arrivava fino alla Pianura Padana. Con il riscaldamento post glaciale, il ghiacciaio si è ritirato, lasciando il lago e le colline moreniche attorno. Il clima italiano, quindi, è sempre cambiato nel tempo, ma oggi il cambiamento è molto più rapido e causato dall’uomo, non solo da fattori naturali.
Certamente un caso emblematico è stata la siccità del 2022, quando i livelli del Garda si abbassarono notevolmente…
È stata la siccità peggiore nella storia degli ultimi 200 anni della Pianura Padana, e cioè da quando abbiamo i dati. Le cause sono state principalmente due: il riscaldamento globale, che amplifica i casi estremi, cioè se fa più caldo l’acqua si consuma più in fretta. E poi oggi ci sono tanti usi dell’acqua che un tempo non esistevano: cent’anni fa era usata solo per l’irrigazione, oggi ci sono anche l’industria e il turismo.

A tal proposito, in località come Sirmione il turismo di massa rischia di amplificare gli effetti del cambiamento climatico?
Il turismo a livello globale rappresenta l’8% delle emissioni totali, che sono per la maggior parte generate dai viaggi aerei su lunga distanza. Quindi sul Garda la situazione non è peggiore rispetto ad altre zone italiane, che vivono principalmente di un turismo europeo. Gli effetti sul Garda, piuttosto, sono quelli del traffico locale, che può essere più facilmente bilanciato con trasporti pubblici, biciclette ed energie rinnovabili. Quindi questa «caccia» al turista che viene da lontano è da fare con cautela. Io mi terrei più caro un turismo europeo, che abbia meno bisogno dell’aereo per arrivare, e magari scelga il treno.
In questi giorni si è proprio tornati a discutere della fermata della Tav sul Garda, dopo la visita del ministro del Turismo Mazzi. Nei suoi libri, Lei parla di scelte infrastrutturali coerenti con la crisi climatica: progetti come la Tav possono essere considerati parte della soluzione o rischiano di aggravare il problema?
Dipende. Perché il treno di per sé è sostenibile, ma non sempre. I cantieri possono essere più impattanti del miglioramento del trasporto. La linea Brescia-Venezia com’è oggi offre un servizio di grande qualità, con fermate che, sono d’accordo, non si possono togliere perché sono tutte importanti. A questo punto, avere binari dedicati all’alta velocità a cosa serve? A guadagnare qualche minuto, che poi magari si perde a Milano per attendere una coincidenza? Sono contrario a queste grandi opere se fanno pagare un prezzo ambientale importantissimo in termini di consumo di suolo.
Nei suoi libri emerge un forte senso di urgenza: qual è, secondo lei, il cambiamento più concreto che cittadini e istituzioni dovrebbero adottare subito per evitare gli scenari peggiori?
Rendersi conto che il pianeta ha risorse limitate. E vale anche per il turismo: quando non ci sta più la gente, il territorio alza bandiera bianca. Bisogna sapersi fermare, dare dei limiti, perché il pianeta ha limiti, e invece noi viviamo in un’economia che ci spinge a volere sempre di più, quindi anche più turisti. Questo modello non è sostenibile, e presenta un conto molto alto in energia, rifiuti e cementificazione.



