Cronaca

Gli Usa e le armi nucleari nei Paesi Nato, Ghedi è da tempo nella partita

Secondo il Financial Times, Washington starebbe valutando nuovi dispiegamenti in Europa, soprattutto verso Polonia e Paesi baltici. L’Italia fa già parte del sistema Nato di condivisione nucleare: tra le basi sensibili c’è anche quella della Bassa
Stefano Zanotti

Stefano Zanotti

Giornalista

Un F-35 in uso alla base di Ghedi - © www.giornaledibrescia.it
Un F-35 in uso alla base di Ghedi - © www.giornaledibrescia.it

Si torna a parlare di ordigni nucleari. Un tema che negli ultimi anni, a fasi alterne, ha riempito il dibattito pubblico. Spinto in alto nell’agenda delle priorità dai conflitti che più hanno allarmato il mondo: prima l’Ucraina e poi il Medio Oriente.

Ora il Financial Times rende noto che «gli Stati Uniti stanno discutendo la possibilità di schierare armi nucleari in altri Stati membri della Nato in Europa». Secondo il quotidiano britannico l’ipotesi servirebbe a rassicurare gli alleati sul fatto che un eventuale ridimensionamento del sostegno militare convenzionale americano non indebolirebbe le garanzie di sicurezza offerte da Washington.

I Paesi più interessati sarebbero quelli del fianco orientale dell’Alleanza, in particolare la Polonia e alcuni Stati baltici. L’ipotesi riguarderebbe la possibilità di ospitare basi con velivoli a duplice capacità, i cosiddetti Dca, cioè aerei in grado di effettuare anche attacchi nucleari se autorizzati dagli Stati Uniti. Al momento, secondo quanto riferito, non ci sarebbero accordi formali, ma discussioni in corso attraverso i canali Nato.

Anche se alcuni funzionari polacchi hanno espresso pubblicamente il desiderio di ospitare armi nucleari e l'ex presidente Andrzej Duda ha chiesto agli Stati Uniti di estendere l'iniziativa Dca al territorio polacco, mentre Varsavia quest'anno ha aderito per la prima volta a una nuova iniziativa francese per esplorare la possibilità di trasferire temporaneamente parte del suo deterrente nucleare in Paesi europei alleati.

I soldati

Questo scenario si inserisce in un quadro di profonda riconfigurazione della presenza militare statunitense nel Vecchio Continente. Il Pentagono ha annunciato poche settimane fa del l’invio fi 5.000 soldati in Polonia. Una mossa che ridisegna la mappa della sicurezza europea: da un lato Washington alleggerisce il contingente tedesco, anche come reazione al mancato sostegno di Berlino nelle recenti tensioni nel Golfo Persico contro l'Iran; dall'altro, blinda il fronte orientale della Nato.

In questo contesto di incertezza sull'impegno convenzionale a lungo termine, il potenziamento degli assetti in Polonia non risponde solo a una logica di contenimento, ma diventa il fulcro attorno al quale l'Alleanza valuta l'estensione dello scudo nucleare.

In Italia e a Ghedi

Il programma di condivisione nucleare della Nato coinvolge già alcuni alleati – Italia, Belgio, Germania, Paesi Bassi e Turchia – autorizzati a ospitare il sistema Dca e le bombe nucleari, a cui si aggiunge il Regno Unito con uno status speciale. In Italia sono due le basi interessate dal programma Nato: quella di Aviano, in Friuli Venezia Giulia; e quella di Ghedi, che secondo diverse fonti ospita ordigni nucleari dagli anni Sessanta. 

La prima è una base a forte presenza statunitense: ospita il 31st Fighter Wing dell’Us Air Force, con i due squadroni di F-16 510th Fighter Squadron e 555th Fighter Squadron, velivoli impiegabili in missioni offensive e difensive. Secondo il Bulletin of the Atomic Scientists (FAS - Federation of American Scientists) – la fonte più autorevole sul tema – Aviano ospiterebbe tra le 20 e le 30 bombe nucleari B61 destinate, in caso di autorizzazione americana, a essere trasportate dai caccia Usa F-16C/D.

Ghedi ha invece una configurazione diversa: è la base del 6° Stormo dell’Aeronautica militare, storicamente legata ai Tornado e oggi in transizione verso gli F-35A. Sempre secondo il Bulletin, a Ghedi sarebbero presenti tra le 10 e le 15 bombe B61. La presenza del 704th Munitions Support Squadron americano è circostanza mai occultata dall’Us Air Force e nota bene a chi frequenta la Bassa bresciana. Il reparto – nell’inquadramento formale – costituisce unità di supporto al 6° Stormo per la «sicurezza e la deterrenza» degli alleati Nato.

Le B61 oggi citate dagli analisti sono bombe nucleari tattiche a caduta libera statunitensi: le vecchie versioni B61-3 e B61-4 sono state progressivamente sostituite o affiancate dalla più moderna B61-12, che il Bulletin stima ormai schierata in Europa in circa 100-120 esemplari complessivi tra le basi Nato, incluse quelle italiane.

I voli cargo militari

Negli ultimi anni alcuni voli militari americani hanno attirato l’attenzione per via delle anomalie nella rotta, nel reparto coinvolto e nelle basi toccate. Il primo episodio significativo è del 19 aprile 2023, quando un C-17A Globemaster III del 62nd Airlift Wing dell’Usaf decollò da Ramstein, in Germania, per raggiungere l’aerobase di Ghedi. Il collegamento diretto sarebbe stato di poche centinaia di chilometri, ma il velivolo percorse invece una rotta di circa 5.500 chilometri, passando sull’Atlantico, entrando nel Mediterraneo da Gibilterra e risalendo verso l’Italia, così da sorvolare il più possibile il mare aperto ed evitare Paesi non Nato come Svizzera e Austria. Una scelta interpretata come compatibile con esigenze di sicurezza o con eventuali vincoli legati al trasporto di materiale bellico non convenzionale.

A rendere quel volo rilevante non fu solo la rotta, ma anche il reparto di appartenenza dell’aereo. Il 62nd Airlift Wing, basato a Lewis-McChord, nello Stato di Washington, sarebbe il reparto americano deputato al trasporto in Europa degli ordigni nucleari tattici B61-12. Da qui è nata l’ipotesi che il C-17 avrebbe potuto trasportare nuove bombe destinate alla base bresciana, nel quadro della sostituzione delle vecchie B61-3 e B61-4 con la versione più moderna e precisa, la B61-12. Il condizionale resta obbligatorio, perché su questi movimenti non sono arrivate – né sono immaginabili, stante il protocollo di riserbo militare – conferme ufficiali da Aeronautica, Difesa o Nato.

Un C17 Globemaster del 62nd Airlift Wing dell'Usaf - Foto Epa © www.giornaledibrescia.it
Un C17 Globemaster del 62nd Airlift Wing dell'Usaf - Foto Epa © www.giornaledibrescia.it

Un secondo episodio si è registrato nel novembre 2025 quando un altro C-17 dello stesso reparto (identificato dalla sigla radio RCH458) è partito da Lewis-McChord, negli Stati Uniti, ha fatto poi scalo a Ramstein e a Volkel, nei Paesi Bassi, ed è arrivato a Ghedi nel pomeriggio del 4 novembre. La tappa olandese è significativa perché Volkel è una delle basi europee indicate dagli analisti come sito di stoccaggio delle bombe B61, così come Ghedi. Anche in questo caso il velivolo avrebbe evitato lo spazio aereo svizzero, allungando la rotta: un dettaglio letto come possibile indizio di un trasporto soggetto a vincoli particolari, anche se non sufficiente a dimostrare la presenza di ordigni a bordo.

La rotta del cargo non si è fermata a Ghedi. Il giorno successivo il velivolo è ripartito dalla base del 6° Stormo diretto a Incirlik, in Turchia, altra base Nato che le ricostruzioni internazionali collegano alla presenza di B61. Il 7 novembre 2025 lo stesso cargo ha raggiunto Lakenheath, nel Regno Unito, base della Royal Air Force che ospita anche assetti americani e che, secondo diversi analisti, sarebbe stata riadattata per poter accogliere nuovamente bombe B61. Anche in questo caso, la sequenza delle basi toccate rafforza l’ipotesi di un’attività collegata all’arsenale nucleare tattico Usa in Europa, pur senza provarla in modo definitivo.

Il cargo potrebbe comunque aver trasferito personale o attrezzature del 704th Munitions Support Squadron, il reparto americano presente a Ghedi e specializzato nella manutenzione degli ordigni, magari dopo esercitazioni Nato come Steadfast Noon.

In un mondo che deve fare i conti in maniera sempre più solida con lo spettro del conflitto globale, ogni nuova informazione torna ad accendere i riflettori sulle basi che ospitano testate nucleari. E Ghedi resta un punto fondamentale nella geografia della strategia nucleare transatlantica

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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