Basi per le operazioni Usa in Iran, perché Ghedi non è una prima opzione

Il no secco di Sánchez a Trump che chiedeva la disponibilità di basi spagnole nel quadro della «guerra preventiva» all’Iran riecheggia per le cancellerie di tutta Europa. E non è un caso che già ieri, nel lungo colloquio fra la premier Meloni e il presidente Mattarella, sia stato ampiamente affrontato il tema dell’eventuale concessione delle basi su suolo italiano al (già) alleato americano nel quadro di uno scenario di attacco (e non di difesa).
Nella rosa delle strutture che il Pentagono potrebbe ritenere utili nel quadro delle operazioni in Medio Oriente rientrano ovviamente le basi Nato presenti nel nostro Paese. Su tutte, per collocazione geografica che la proietta naturalmente nel Mediterraneo ma anche per tipologia operativa, c’è quella aeronavale di Sigonella, in Sicilia (da cui sarebbe già decollato un aereo spia), seguita a ruota dal maxi presidio dell’Us Army a Camp Darby, vicino a Pisa.
Più a nord, invece, accanto a Camp Ederle, sede dei parà Usa, c’è Aviano, in provincia di Pordenone, considerata base cardine nello scenario del Mediterraneo e sulla quale volano gli F16 del 31st Fighter Wing dell’Usaf. Infine, c’è Ghedi, l’aerobase che il 6° Stormo dell’Aeronautica militare italiana condivide sì con personale americano in ambito Nato, ma in totale assenza di velivoli statunitensi.
«Manutentori»
In altre parole, se in Friuli gli americani dispongono di personale, tecnici, strumentazioni per il volo e la logistica e di caccia, non così nella Bassa bresciana, dove è rischierato il solo 704th Munitions Maintenance Squadron (Munss), unità americana specializzata nella manutenzione di ordigni atomici. Nella fattispecie di quelle 15-20 bombe B61-12 che secondo gli esperti della Federation of american scientists (Fas) sono custodite nel sottosuolo dell’aerobase, pronte ad essere impiegate – in caso di necessità – dai Tornado e dagli F35 italiani. Diversamente da Aviano, per l’appunto, dove a decollare con l’armamento eufemisticamente definito «di deterrenza» sarebbero gli F16 dell’Usaf.
Insomma, se da un lato Ghedi è base operativa per F35 – il caccia di quinta generazione probabilmente più presente al momento nell’area del Golfo Persico – e potrebbe dunque offrire appoggio, ad esempio, nelle fasi di rischieramento a est di reparti Usaf, è altrettanto vero che dispone di due linee di volo con 15 hangaretti ciascuna, forse insufficienti ad alloggiare grossi dispositivi stranieri in transito con tutto quello che essi comportano (fra uomini e mezzi al seguito).
Cargo e sorvoli
Anche per quel che riguarda il transito di aerei cargo militari – decisamente intensificata nelle ultime ore –, Ghedi non pare la base più idonea: per le stesse ragioni di cui sopra, ben più facile sul piano logistico per il personale americano gestire carichi in strutture in cui già ne trattano abitualmente. Aviano o Sigonella, per dire.

Altro discorso – ma che trascende la disponibilità di basi – è quella del sorvolo del territorio nazionale: in queste ore dall’Atlantico via base Nato di Lakenheath (Regno Unito) e Sauda Bay (Creta) transitano su mezza Europa i giganteschi C17 «Globemaster» carichi di munizioni, vettovagliamento e rifornimenti per l’imponente dispositivo americano in Medio Oriente. E lo fanno – per ora – aggirando accuratamente la nostra penisola, in assenza di una specifica autorizzazione da parte del Parlamento italiano, come previsto in caso di impiego a fini bellici dagli accordi risalenti al 1954. Linea ribadita ieri dalla Camera con l’ok alla risoluzione sull’Iran che esclude la concessione di basi.
Allerta
Se dunque è poco probabile che Ghedi risulti appetibile nella linea della logistica per le forze armate Usa, la presenza di personale americano e la natura di base Nato potrebbero rendere l’aeroporto Olivari un obiettivo di interesse per l’Iran o più facilmente per suoi fiancheggiatori meno distanti (Ghedi come Aviano è di fatto al limite del raggio d’azione dei missili di Teheran).
Conferma indiretta viene dal missile lanciato verso la Turchia che tanto clamore ha suscitato: l’obiettivo prefissato pare fosse la base di Incirlik, struttura come Ghedi deputata ad accogliere un arsenale nucleare americano. Ma anche da questo punto di vista, per visibilità e numero di militari presenti, Aviano potrebbe (e per fortuna...) mettere in ombra la tana dei Diavoli Rossi, dove si stima che non vi siano più di 100-120 dipendenti del Pentagono.
Riproduzione riservata © Giornale di Brescia
Iscriviti al canale WhatsApp del GdB e resta aggiornato
@News in 5 minuti
A sera il riassunto della giornata: i fatti principali, le novità per restare aggiornati.
