Quattro ragazze e una stessa passione: la montagna. Una squadra tutta al femminile, composta da una pastora e tre rifugiste, che quest’anno conduce Malga Ciapa, storica struttura della cooperativa Alpe del Garda di Tremosine con stalla e agriturismo: un angolo di pace affacciato sui verdi pascoli che circondano il passo Tremalzo, al confine tra Lombardia e Trentino, a 1.615 metri di quota.
La loro è una storia di passione e dedizione ai lavori della montagna, che evidentemente non sono più una prerogativa maschile. Oggi il 20% dei rifugi Cai è affidato a donne e anche il lavoro d’alpeggio in malga vede una presenza femminile sempre più significativa.
La squadra
Il team di Malga Ciapa si divide tra cucina, accoglienza, camere, ristorante e stalla. Quattro percorsi, un unico progetto. Caterina, 31 anni, altogardesana, è in pratica nata in malga, cresciuta tra le mucche nell’azienda agricola di famiglia. Si occupa della mandria: sessanta manze e un toro, l’unico maschio della compagnia. Sara, 35 anni, è cresciuta in Germania in una famiglia originaria di Lecco. Dopo varie esperienze in giro per l’Italia è approdata in alto Garda. Verena, 22 anni, la più giovane del gruppo, arriva da San Candido, in Alto Adige, dove di inverno lavora nel rifugio di famiglia. Si occupa della cucina e propone un menù diverso ogni giorno, attento al territorio e agli sprechi. Infine Maria, 29 anni, di Limone sul Garda, è l’ultima arrivata.

Si è unita al gruppo a fine giugno, dopo dieci anni trascorsi lontano da casa tra studi, lavoro e un’esperienza in Ecuador. Sono una nuova generazione di malgare e rifugiste, che hanno scelto consapevolmente la vita di montagna per ciò che rappresenta. La loro presenza non è passata inosservata: «Molti vengono per vedere chi sono le quattro ragazze che gestiscono la malga». Lo abbiamo fatto anche noi.
La giornata tipo
Il loro è un impegno totalizzante, che non finisce al termine del turno: «Non è un lavoro normale – raccontano –. È più uno stile di vita. Siamo qui h24. Per farlo bisogna amare la montagna. Nel nostro giorno di riposo andiamo a camminare per monti: siamo malate di montagna». Qui la giornata inizia presto, con le mucche da portare al pascolo, le colazioni da preparare e le camere da sistemare.
E finisce tardi, quando l’ultimo ospite va a dormire. «L’isolamento non ci pesa – dicono –, anzi. Quando la sera tutti se ne vanno rimaniamo solo noi e la natura. È ciò che cercavamo». I lavori della montagna cambiano volto e acquistano nuovi valori: «L’idea che il rifugista o il malgaro siano figure esclusivamente maschili appartiene ormai al passato. Oggi la montagna è sempre più femminile. E una gestione tutta al femminile porta forse una maggiore attenzione alla cura, ai dettagli, all’accoglienza. Cerchiamo di far sentire le persone come in famiglia». Una sensibilità che si traduce anche nel rapporto con il territorio.
Presidio ambientale
Realtà come Malga Ciapa rappresentano anche un importante presidio ambientale. «Il bosco avanza – dice Caterina – e l’alpeggio contribuisce a conservare i pascoli». Chi arriva fin quassù? «Tanti locali, moltissimi ciclisti ed escursionisti italiani e stranieri. La montagna è "di moda". C’è chi arriva ben equipaggiato e chi sorprende presentandosi... in Vespa e con i tacchi».
Per le quattro ragazze di Malga Ciapa la stagione terminerà con tempi diversi. Per Caterina, la «malghesa», finirà a metà settembre, quando la transumanza riporterà la mandria a vallem nelle stalle dell’Alpe del Garda; per Maria, Sara e Verena un mese più tardi, con la chiusura stagionale della malga. Ma c’è tempo, l’estate è ancora lunga.



