Ambiente

I boschi superano i campi, ma non è (per forza) una buona notizia

Il rapporto «Foreste in Comune» mostra il sorpasso delle foreste sull'agricoltura. C'è però un problema: dove l'albero cresce, l'economia frena. La mappa dell’indice di boscosità
Giovanna Zenti

Giovanna Zenti

Giornalista

Un bosco visto dall'alto
Un bosco visto dall'alto

È un polmone verde che si espande sempre più, ma che all’aria buona non associa benessere economico. Anzi. Il bosco bresciano, come nel resto d’Italia, aumenta, e arriva anche a superare la superficie agricola. Di per sé una buona notizia, se non fosse che è lasciato solo nel suo cammino di crescita, con tutti i pro e i contro del caso.

Laddove la natura si riprende lo spazio, l’economia rallenta. Un’equazione lineare e allo stesso tempo complessa, soprattutto per le sue implicazioni sociali, che emerge nell’ultimo rapporto nazionale «Foreste in comune» curato da Pefc Italia, Uncem e Legambiente.

Il rapporto

Lo studio fotografa una correlazione strutturale che unisce l'espansione dei boschi a due variabili socio-economiche: una bassa densità abitativa e un reddito medio pro capite inferiore rispetto alle aree fortemente urbanizzate o industriali.

In sintesi, il bosco cresce dove l'uomo arretra, lasciando dietro di sé comunità più frammentate e, dal punto di vista economico, meno ricche.

L’importanza di questa pubblicazione la spiega il prof. Giorgio Vacchiano, ricercatore in scienze forestali di Unimont a Edolo. «Dal 1936 non avevamo uno strumento simile – sottolinea –. Fino ad oggi si utilizzavano i dati Istat o le carte regionali, che però non erano armonizzate e adottavano definizioni, classi e tipologie di bosco differenti. Questa mappatura supera le frammentazioni grazie all'integrazione di dati satellitari e classificazioni coerenti a livello nazionale. Per la prima volta abbiamo una fotografia uniforme e scientificamente rigorosa dello stato di fatto».

Nel Bresciano

La provincia di Brescia conferma la dinamica. Il territorio vanta una superficie forestale complessiva notevole, pari a circa 179.229 ettari.

Si tratta di un'estensione imponente che, dati alla mano, certifica un sorpasso storico e simbolico: la superficie occupata dai boschi ha ormai superato l'intera estensione delle aree agricole provinciali.

È un bene o un male? «Dipende dai punti di vista – spiega Vacchiano –. È un trend positivo per il sequestro di anidride carbonica: se i boschi godono di buona salute, sono alleati cruciali contro la crisi climatica. È negativo invece quando, in un territorio non curato, il bosco diventa terreno fertile per gli incendi».

Questo immenso polmone verde non è però distribuito in modo omogeneo, ma si concentra prevalentemente nelle zone montane e collinari, definendo la geografia del benessere economico del nostro territorio.

Incrociando l'indice di boscosità comunale con i dati delle ultime dichiarazioni dei redditi, il trend nazionale trova conferme locali.

Nei comuni in cui il bosco copre oltre la metà del territorio – realtà montane di Valcamonica, Valtrompia e Valsabbia – il reddito medio si attesta su livelli stabilmente inferiori rispetto ai centri della pianura o dell’hinterland.

Emblematici sono i casi di comuni ad altissima densità forestale: Valvestino detiene il record provinciale con un indice di boscosità del 92,55%, a fronte del quale si registra un reddito medio lordo annuo di appena 22.234 euro. Dinamiche simili si osservano a Paspardo (87,19% di boscosità) con un reddito fermo a 23.168 euro, o a Irma (86,20%), dove il dato si attesta sui 24.484 euro.

Si tratta di contesti in cui la gestione del patrimonio naturale si scontra con lo spopolamento e la carenza di infrastrutture capaci di generare valore aggiunto.

Al contrario, la pianura bresciana mostra lo scenario opposto. Comuni come Longhena, Brandico, Lograto, Gottolengo o Isorella registrano un indice di boscosità pari allo 0%. In queste aree, dove l'agricoltura intensiva e il tessuto manifatturiero hanno storicamente trovato spazio anche liberandosi delle foreste, i bilanci familiari respirano un'aria diversa: a Longhena il reddito medio lordo sale a 25.749 euro, a Lograto tocca i 25.679 euro e a Isorella si attesta sui 24.877 euro.

Cifre che superano frequentemente le medie delle zone montane, riflettendo una maggiore concentrazione di attività produttive e una densità demografica ed economica ben più robusta.

Senza cura

Il rapporto evidenzia come l'incremento della superficie forestale altro non sia che il riflesso diretto dell'abbandono delle attività agro-pastorali tradizionali.

Il bosco «passivo», che avanza in solitaria sui terreni incolti, non produce di per sé ricchezza, ma rischia di trasformarsi in un elemento di fragilità se non inserito in una filiera strutturata.

«Storicamente il bosco avanza dove l'uomo arretra e abbandona il territorio – dice Vacchiano –. Gli inneschi degli incendi spesso colpiscono proprio i boschi di neoformazione. Boschi giovani che, a differenza di quanto si pensi, riducono la biodiversità tipica delle aree aperte e delle praterie. La continuità della foresta, priva del mosaico tradizionale di vigne e prati che fungevano da barriera naturale, favorisce la diffusione dei roghi. Allora dobbiamo decidere cosa farne di questi boschi giovani, se prendercene cura o no: servono, per esempio, o viali tagliafuoco o un riduzione mirata della vegetazione».

Se si guarda ai dati assoluti della superficie forestale, la geografia del polmone verde bresciano vede in testa i Comuni territorialmente più estesi delle valli. Il primato provinciale spetta a Bagolino, in Valsabbia, che da solo tutela ben 6.308 ettari di fitti boschi. Poco distante Corteno Golgi, dove la foresta copre 5.028 ettari, seguita da Tremosine sul Garda con 4,949 ettari.

Tre giganti verdi che, insieme, possiedono quasi il 10% dell'intero patrimonio boschivo della provincia: territori imponenti dove la sfida della filiera sostenibile e della manutenzione del territorio è ormai una necessità vitale per contrastare il dissesto idrogeologico e lo spopolamento.

La sfida che si apre per il territorio bresciano è dunque politica e strategica: trasformare questa enorme estensione verde da indicatore di marginalità economica a risorsa attiva.

Attraverso la certificazione forestale, la gestione sostenibile del legname, lo sviluppo della filiera della biomassa e la valorizzazione dei servizi ecosistemici (come lo stoccaggio del carbonio e la tutela idrogeologica), le comunità locali possono invertire la tendenza.

Solo lavorando sul valore economico del bosco sarà possibile garantire la sostenibilità non solo ambientale, ma anche sociale delle aree interne bresciane, frenando lo spopolamento.

Il presidente Uncem

Un’«operazione conoscenza» necessaria per studiare le politiche più opportune per il bene non solo dei boschi, ma del territorio tutto e di chi lo abita.

Marco Bussone è il presidente Uncem, l’Unione nazionale comuni comunità enti montanani, e quando parla di foreste insiste sulla necessità di «pianificare e incentivare le aggregazioni».

Spiega Bussone: «In Italia ci sono 11 milioni di ettari di foreste, in crescita. In alcuni contesti, come nel Bresciano, ci sono dei veri e propri picchi, laddove la densità abitativa è più bassa. Il rapporto "Foreste in Comune" è nato perché non conoscevamo a sufficienza i dati relativi ai boschi, e invece è necessario avere un quadro ben dettagliato per strutturare il complesso di azioni previste dal Testo unico forestale del 2018».

I temi sul tavolo sono molteplici, l’obiettivo invece è unico: valorizzare i boschi.

Come? «Innanzitutto - spiega il presidente Uncem – la politica forestale va fatta tra Comuni, perché il bosco è continuo e senza confini. Così come bisogna incentiva le aggregazioni tra privati, affinché si lavori insieme. Il bosco deve essere inteso come una filiera economica, che ha necessità di investimenti in per attrarre prima e supportare poi le attività economiche».

In questo senso la Lombardia sta già lavorando a una legge moderna il cui obiettivo è «pianificare, cioè arrivare a gestire un piano regolatore delle foreste. A oggi, a livello nazionale, è stato fatto solo per meno del 20% del bosco, e meno del 10% è certificato».

La svolta potrà arrivare solo se le foreste inizieranno a essere interessanti anche sotto il profilo economico, «anche per dipendere meno dall’estero, da cui importiamo legno con tutti i rischi del caso».

La tendenza all’abbandono si può invertire «partendo dall'economia» conclude Vacchiano. Che concorda con Bussone: «La Lombardia è un'eccellenza per i piani di gestione forestale, ma questi faticano a interessare i proprietari privati, frenati dalla frammentazione dei terreni nel post-focolaio. Un bosco ben gestito genera valore reale attraverso la falegnameria, il turismo e i crediti di carbonio o di biodiversità acquistati dalle imprese per compensare le emissioni. Ma questo valore deve tornare nelle tasche di chi vive e custodisce il territorio. Dobbiamo chiudere questo cerchio».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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