In assenza di una pistola fumante con tutta probabilità il delitto resterà impunito. Per sempre. Del disastro ambientale originario, quello che ha dato vita al Sito di interesse nazionale, non risponderà mai nessuno. Ciò che è vietato ora era tollerato se non addirittura consentito un tempo. Sull’area insisteva una concentrazione industriale vastissima. Le responsabilità penali - che sono, è bene ricordarlo, soggettive e personali - si sono diluite fino a sciogliersi con il passare degli anni, con il mutare dei codici, con l’intervento della prescrizione. E così, in 25 anni, la giustizia, che pure ci ha provato, è riuscita a fare ben poco. Per ora ha portato a processo i manager chi ha guidato l’ultima fase industriale della Caffaro, quella culminata nella chiusura definitiva dello stabilimento di via Nullo.
I filoni
Due i filoni ancora al vaglio dei giudici. Il primo è relativo all’inquinamento da mercurio nell’area cloro-soda del sito di via Nullo, che vede imputati Marco Cappelletto, Alfiero Marinelli e Roberto Moreni per inquinamento ambientale (doloso i primi due, colposo il terzo). Secondo i pm Silvio Bonfigli e Donato Greco, titolari del fascicolo aperto nel 2019, Cappelletto, nel ruolo di commissario straordinario di Caffaro Srl e Caffaro Chimica allora in amministrazione straordinaria, e Marinelli, direttore dello stabilimento cittadino, avevano causato un deterioramento «significativo e misurabile di ampie porzioni di suolo e sottosuolo» risultate contaminate da mercurio in concentrazioni ben oltre i limiti consentiti.
Per l’accusa a provocare l’aggravamento della situazione sono stati il mantenimento in stato di deposito incontrollato e il mancato smaltimento di impianti inquinati da mercurio e ammalorati. I difensori degli imputati hanno sempre sostenuto che non sia mai stata raggiunta la prova dell’estensione dell’inquinamento e nemmeno che il suo eventuale aggravamento sia da imputare ai loro assistiti. Di questo avviso i giudici di primo e secondo grado che hanno assolti gli imputati dalle accuse. Dai due gradi di giudizio è sopravvissuta la condanna di Cappelletto per deposito incontrollato di rifiuti: in tutto quattro mesi contro i quali il difensore dell’ex commissario straordinario di Caffaro Snia, l’avvocato Ennio Buffoli, sta preparando ricorso per Cassazione. Per Cassazione, fino ai primi di settembre, può ricorrere anche l’accusa. Qualora non lo facesse, sull’inquinamento da mercurio scenderà una assoluzione definitiva.

Tutt’altro destino la giustizia ha riservato a Donato Antonio Todisco, presidente del cda della Caffaro Brescia Srl sino al luglio del 2016 e poi suo coamministratore di fatto; Alessandro Quadrelli, amministratore delegato dall’agosto del 2016; Alessandro Francesconi, direttore dello stabilimento di via Nullo e consigliere delegato alle tematiche ambientali a partire dall’ottobre del 2017; e Vitantonio Balacco, direttore dello stabilimento e consigliere delegato all’ambiente fino all’autunno del 2017. Il 16 dicembre dello scorso anno i giudici della prima sezione penale li hanno condannati a pene tra un anno e due mesi e due anni con le accuse a vario titolo di disastro ambientale, inquinamento ambientale, gestione incontrollata dei rifiuti, oltre che per falso in bilancio.
Per i giudici i veleni della Caffaro non sono colpa solo loro, ma anche loro. In particolare secondo i giudici è provato che Caffaro Brescia Srl – che Todisco acquistò nel 2011 impegnandosi tra le altre cose a mantenere attiva la barriera idraulica che avrebbe dovuto impedire l’inquinamento della falda – continuò a riversare bicromato di sodio, cromo esavalente e clorato perché il suo management non aveva provveduto a mettere in sicurezza gli impianti, a partire dai serbatoi in condizioni critiche, dai quali percolavano bicromato di sodio e cromo esavalente; per arrivare alle perdite di impianti e serbatoi collegati al ciclo produttivo; passando per pavimentazioni non impermeabilizzate a dovere, e per un grosso serbatoio dal quale, hanno stabilito i consulenti dell’accusa, sarebbero fuoriusciti circa 50 litri a settimana di cromo esavalente.
Agli imputati il Tribunale attribuisce anche l’inquinamento delle acque sotterranee. I manager secondo i giudici avrebbero dovuto mantenere in efficienza la barriera idraulica per impedire il propagarsi di acqua contaminata da cromo esavalente che, invece, stata trovata in concentrazioni elevate e «recenti» a valle dell’impianto.




