Cronaca

Caso Caffaro, l’avvocato: «Altri dovevano fare i pozzi molto prima»

Il legale dei vertici dell’azienda a processo per inquinamento: «Vanno valutati i comportamenti messi in campo, non i risultati»
Paolo Bertoli
Lo stabilimento Caffaro di via Milano - © www.giornaledibrescia.it
Lo stabilimento Caffaro di via Milano - © www.giornaledibrescia.it

Non si possono processare delle persone per non aver fatto delle cose che dovevano essere fatte da altri e molto prima. Ha impostato in questo senso l’avvocato Danilo Cilia la propria discussione come difensore di Donato Antonio Todisco, Alessandro Quadrelli e Alessandro Francesconi accusati a vario titolo, insieme a Vitantonio Balacco, di disastro ambientale, inquinamento, gestione irregolare di rifiuti e falso in bilancio in relazione alla vicenda dei livelli di inquinanti attorno allo stabilimento Caffaro di via Milano e per cui il sostituto procuratore Donato Greco ha chiesto pene fino a tre anni e quattro mesi.

Nella scorsa udienza aveva parlato il difensore di Balacco, chiedendo la sua assoluzione, mentre ieri è stata la volta dell’avvocato che rappresenta rispettivamente l’ex presidente del consiglio di amministrazione, Todisco, l’ex amministratore delegato, Quadrelli e l’ex direttore generale Francesconi.

Il bando di vendita

Aprendo il proprio intervento, l’avvocato Cilia ha chiarito di voler opporre «alle incompletezze delle prove d’accusa le evidenze della difesa». Cilia ha sottolineato che «nel bando di vendita era specificato che acquirente e locatario sarebbero stati esonerati» dagli interventi per questioni antecedenti e che «della necessità di realizzare due nuovi pozzi e di implementare i filtri si parlava già nel 2006 con una serie di solleciti alla proprietà di allora che non ha mai risposto».

Entrando poi nel dettaglio dell’operato dei suoi assistiti, Cilia ha ribadito come «noi dovevamo rispondere solo dell’ordinario, del mantenimento dei livelli di efficienza dell’emungimento delle acque». Citando numeri e percentuali ha ricordato come siano state «del 97%, molto più di quanto richiesto. Sarebbe come pretendere di andare a 300 chilometri orari con una panda. Noi abbiamo fatto il massimo che si poteva con quello che avevamo» ma, secondo la difesa, le accuse vengono mosse sulla base di consulenze che «non hanno valutato i dati a monte».

«Valutare i comportamenti»

Per i difensori dei vertici di Caffaro Brescia «nel processo penale bisogna valutare i comportamenti, gli strumenti messi in campo e come sono stati utilizzati. Non i risultati che si sono ottenuti». Partendo insomma dalle delibere delle conferenze dei servizi di prima che alla «Caffaro Storica subentrasse Todisco» la difesa ha fatto presente che altri e molto prima avrebbero dovuto occuparsi delle operazioni che ora viene contestato agli imputati di non aver eseguito. «Con una kafkiana serie di provvedimenti amministrativi si è fatto un pasticcio che ha creato l’equivoco che è alla base di tutte le contestazioni». Prima di chiedere per tutti gli assistiti «il proscioglimento con la miglior formula» l’avvocato non ha risparmiato una stoccata al Ministero «convitato di pietra di questo processo».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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