Paolo VI scelse la gioia cristiana come uno dei messaggi chiave del Giubileo del 1975, al tema dedicò l’esortazione apostolica Gaudete in Domino. Una riflessione che smentiva (una volta in più) chi lo voleva rappresentare come sopraffatto dalla tristezza. Era vero il contrario. Quella gioia montiniana, il dar corpo nella propria vita a quella gioia è stato l’invito che il vescovo Pierantonio Tremolada ha rivolto ai preti novelli che ieri in cattedrale hanno ricevuto l’ordinazione presbiterale.

«Il mondo di oggi ha bisogno di uomini felici – ha detto il pastore della Chiesa bresciana –. Quella Magnifica humanitas alla quale papa Leone XIV si rivolge con la sua recente lettera apostolica: una umanità magnifica, affascinata e forse ammaliata dagli ultimi traguardi di una scienza che sembra non darsi confini, una umanità che ci domanda di custodire la sua essenza più vera».
Generazione Duemila
Una cattedrale stracolma (e ben 180 sacerdoti concelebranti) ha simbolicamente abbracciato i quattro preti novelli: don Andrea Coccoli, don Giacomo Cottinelli, don Omar Scolari e don Andrea Tonni; sono i giovani della generazione Duemila che vanno rinforzare il clero bresciano.
Con loro hanno ricevuto l’ordinazione presbiterale anche quattro religiosi: due carmelitani Scalzi, padre Benedetto Moser e padre Lorenzo Olivato, e due della Congregazione Figli di Maria Immacolata-Pavoniani, padre Davide Invernizzi e padre Paul Chima Agu. La voglia di mettersi in gioco (con gioia) ai quattro novelli non manca certo, merito anche del rettore del Seminario, don Sergio Passeri: «Sono ricchi di entusiasmo, sono la nostra linfa vitale» ci ha detto nei giorni scorsi.
Paolo VI definiva i preti «atleti dello spirito», e per affrontare la vita sacerdotale esortava a «mettere le anime in assetto di ginnastica spirituale, di alacrità, di agilità». Scegliere di farsi prete non è mai stata una scelta facile, ma lo è ancor meno di questi tempi.
Lucentezza
«La gioia è come una veste, un mantello, un diadema: tutti estremamente preziosi – ha sottolineato il vescovo Tremolada –. È ciò che si vede di una persona, la sua veste. È il suo modo di presentarsi, di porsi, di rapportarsi. È la lucentezza degli occhi, il sorriso del volto, la gentilezza del tratto, l’amabilità del tono, la tenerezza dei gesti, una sostanziale serenità. Questa veste, cioè la gioia della vita, ci viene donata. Non possiamo darla noi a noi stessi. È Dio che veste il suo servo, dice il profeta, e lo fa con l’abito della gioia. Lo fa donandogli la salvezza».

E ancora: «Noi non saremo mai felici puntando solo su noi stessi. La gioia non ce la possiamo dare. Il nostro limite, la nostra fragilità, la complessità del mondo, il male che ci assedia non ce lo consentiranno. Anzi, tenteranno in tutti i modi di renderci infelici. Creati per la gioia, siamo invitati a riceverla da colui che da ricco che era si è fatto povero per noi, perché noi fossimo ricchi per la sua povertà».
Cinquant’anni fa, Paolo VI metteva in guardia, ha concluso il vescovo, dal fatto che «la società tecnologica ha potuto moltiplicare le occasioni di piacere, ma essa difficilmente riesce a procurare la gioia, perché la gioia viene da altrove, è spirituale. La gioia nasce sempre da un certo sguardo sull'uomo e su Dio», quindi ai giovani preti: «Siate dunque testimoni di questa gioia».




