Cronaca

Giovani della generazione Duemila: ecco i quattro nuovi preti bresciani

Il rettore del Seminario don Sergio Passeri: «Ricchi di entusiasmo, sono la nostra linfa vitale»
I quattro sacerdoti con il rettore don Sergio Passeri - © www.giornaledibrescia.it
I quattro sacerdoti con il rettore don Sergio Passeri - © www.giornaledibrescia.it

Non devono cercare nuovi linguaggi per far comunicare la Chiesa con i giovani. Perché pure loro lo sono, meglio: sono la voce giovane della Chiesa. Eccola la generazione Duemila del presbiterio bresciano: don Andrea Coccoli, don Giacomo Cottinelli, don Omar Scolari e don Andrea Tonni; sabato 13 giugno (alle 10 in cattedrale) la cerimonia di ordinazione presieduta dal vescovo Pierantonio Tremolada.

Accoglienza

Entrando in Seminario si percepisce serenità, c’è un clima di armoniosa convivenza. Un luogo che non è solo di formazione culturale ma di formazione in senso lato alla vita, nello specifico a quella del prete. Mica facile quindi. La figura del giovane sacerdote oggi si inserisce in una Chiesa cattolica che sta vivendo una profonda transizione storica, segnata da un drastico calo numerico, dall’invecchiamento del clero (e dei fedeli), ma anche da una forte spinta al rinnovamento pastorale.

Ricevere l’ordinazione oggi non significa più entrare in un’istituzione socialmente egemone, ma scegliere di essere «minoranza creativa» in una società fortemente secolarizzata. La voglia di mettersi in gioco ai quattro presto preti novelli non manca certo, merito anche del rettore del Seminario, don Sergio Passeri.

«Sono ricchi di entusiasmo, sono la nostra linfa vitale» sottolinea mentre con loro mangia alcune torte dono di amici del Seminario che non fanno mancare il proprio affetto. Negli anni (su spinta del vescovo Tremolada) la formazione dei futuri sacerdoti si è completamente rinnovata, diventando un percorso non più isolato dal mondo ma pienamente integrato con esso. Il Seminario è così diventato un luogo di spiritualità e condivisione aperto all’accoglienza. Un bagaglio di esperienze che sarà utile ai preti novelli.

Don Omar Scolari

Quale è stato il momento in cui hai capito che questa era la tua strada?

«Non c’è stato un momento preciso. Mi vengono in mente tante esperienze e incontri, con preti felici di essere preti e con gente buona».

Quale stile di sacerdote speri di incarnare?

«Quello di un sacerdote buono e fedele. Non so che incarico mi verrà affidato nella chiesa, ma credo sia importante una relazione buona con Dio e delle relazioni di conseguenza buone anche con tutte le persone».

Come pensi di affrontare la sfida di parlare ai giovani di oggi?

«Essendo me stesso. Penso che i giovani siano alla ricerca di persone autentiche e questa è la cosa più importante. Ciascuno di noi ha dei talenti diversi e metterà in campo strumenti diversi, ma credo che la cosa fondamentale sia essere sé stessi e voler bene».

Don Omar Scolari
Don Omar Scolari

Cosa ti fa più paura della società contemporanea e cosa invece ti entusiasma?

«Mi spaventa la normalizzazione di cose assurde. Anche i valori fondamentali rischiano di essere messi in discussione. Si fa sempre più fatica a riconoscere cosa conta davvero. Mi entusiasma il coraggio, la determinazione e la ricerca di verità di tanti giovani, che rappresentano per me una ricchezza».

Chi è la persona che ringrazieresti per prima per averti accompagnato fin qui?

«Ringrazio il Signore e poi, senza fare nomi, ringrazio tutte le persone incontrate sul mio cammino. Dio ci ama sempre attraverso qualcuno, per cui ringrazio tutti quei «qualcuno», attraverso i quali il Signore mi ha amato e condotto fin qui».

Don Andrea Tonni

Quale è stato il momento in cui hai capito che questa era la tua strada?

«Non ho in mente un momento preciso, ma la mia vocazione è cresciuta con me, fin dall’infanzia. Poi intorno ai sedici anni mi sono accorto di avere il desiderio di diventare sacerdote. E a farmelo nascere è stata le bellezza della comunità cristiana, espressa nella vita della parrocchia e dell’oratorio».

Quale stile di sacerdote speri di incarnare?

«Il tempo che viviamo cambia velocemente e riferirsi a un modello o a uno stile po’ stereotipati rischia di non essere efficace. Vorrei essere un sacerdote innamorato di Dio e dell’umanità. E per amare l’umanità servono mille doti: la cura del pastore, l’acume del teologo, il coraggio del missionario e chissà quante altre!».

Don Andrea Tonni
Don Andrea Tonni

Come pensi di affrontare la sfida di parlare ai giovani di oggi?

«Credo che voler bene sia la strada giusta. Essere disposti a costruire una relazione positiva che sappia aprirsi a Dio è il linguaggio universale per annunciare il Vangelo».

Cosa ti fa paura della società contemporanea e cosa invece ti entusiasma?

«La mancanza di relazioni solide mi mette un po’ a disagio. Di questo però mi entusiasma l’idea di ricercare la nostra identità nell’essere figli di Dio e fratelli fra di noi».

Chi è la persona che ringrazieresti per prima per averti accompagnato fin qui?

«Il mio ringraziamento va alle comunità che mi hanno accompagnato, a partire da quelle di Nuvolento e Nuvolera con i sacerdoti che le servono e le hanno servite».

Don Andrea Coccoli

Quale è stato il momento in cui hai capito che questa era la tua strada?

«Dobbiamo tornare indietro di quasi dieci anni. Frequentavo ingegneria a Milano e tutto mi sembrava grandioso. In realtà c’era un vuoto che si allargava sempre di più. Ero assetato e non trovavo nulla con cui dissetarmi. L’acqua che seppe dissetarmi la trovai nel silenzio di una chiesa. Il Signore mi stava suggerendo una via diversa per arrivare alla vita piena».

Quale stile di sacerdote speri di incarnare?

«Io sono chiamato ad essere me stesso. È nella nostra umanità che Dio ci chiama a metterci al servizio del prossimo. Spero solo di essere un uomo di relazione».

Come pensi di affrontare la sfida di parlare ai giovani di oggi?

«Con molta semplicità: rimanendo in ascolto e crescendo nella relazione con loro. Il dialogo è il terreno fecondo in cui oggi possiamo annunciare il Vangelo».

Don Andrea Coccoli
Don Andrea Coccoli

Cosa ti fa più paura della società contemporanea e cosa invece ti entusiasma?

«Nella società contemporanea mi preoccupa la crisi delle figure adulte: ai giovani mancano dei punti di riferimento solidi, perché mancano adulti responsabili e credibili. Siamo in un tempo in cui la società sta incontrando non pochi problemi in ambito sociale e in cui la Chiesa sta assistendo a un calo di partecipazione. Eppure vedo tutto questo come una grande occasione: come Chiesa possiamo fare la differenza».

Chi è la persona che ringrazieresti per prima per averti accompagnato fin qui?

«Nessuno nello specifico perché sono molte le persone che in modi diversi mi hanno accompagnato in questi anni».

Don Giacomo Cottinelli

Quale è stato il momento in cui hai capito che questa era la tua strada?

«Non descriverei il mio cammino di fede come un interruttore con cui, in un attimo, si passa dal buio alla luce, dalla confusione alla chiarezza di voler essere sacerdote. È stato un cammino graduale, cauto in certi momenti, entusiasta in altri».

Quale stile di sacerdote speri di incarnare?

«Conoscendo tanti preti in questi anni ho capito che non esistono degli stili da incarnare, ci sono piuttosto preti che vivono tutta la loro umanità e in essa lasciano trasparire la grazia di Dio. Così vorrei essere».

Come pensi di affrontare la sfida di parlare ai giovani di oggi?

«Per ora non mi sembra un problema, sono giovane anche io! Forse basterà condividere le domande e i desideri che abitano i cuori e camminare insieme; credo possa fare bene anche affidarsi e farsi accompagnare da quelle persone più «anziane» ma col cuore giovane, che già da tempo camminano nella fede».

Don Giacomo Cottinelli
Don Giacomo Cottinelli

Cosa ti fa più paura della società contemporanea e cosa invece ti entusiasma?

«Mi fa paura quel tarlo che invade i cuori e rende le persone indifferenti agli altri, ai loro problemi e alle loro gioie. Mi entusiasma pensare che la Chiesa stia trovando pian piano un modo nuovo di essere presente in un mondo così nuovo, questa creatività è sorprendente».

Chi è la persona che ringrazieresti per prima per averti accompagnato fin qui?

«Ringrazio tutte le persone che con la loro amicizia e cura mi hanno fatto sperimentare il gusto di essere voluti bene e la gioia di prendersi cura degli altri».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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