«Mi pare che il dovere sia chiaro: non si deve spegnere il lucignolo che fuma». È l’ottobre del 1931, la Fuci (l’organizzazione degli universitari cattolici) torna alla vita, dopo lo scioglimento forzato imposto dal Duce a fine maggio. Il regime e la Santa Sede hanno infatti trovato un accordo, ma campo e libertà d’azione sono (ovviamente) sensibilmente ridotti.
Giovanni Battista Montini, assistente ecclesiastico nazionale della Fuci e convintamente antifascista, scrive una lettera con quella esortazione a un giovane dirigente della Federazione: nonostante le forti pressioni, ed i pericoli, si deve proseguire con il lavoro. I piccoli nuclei di studenti andavano tutelati e custoditi e, nonostante l’attività fosse appunto ridotta al lumicino dalle leggi di Mussolini, quella fragile fiamma andava protetta in attesa di tempi migliori. Montini tornerà a utilizzare quell’espressione evangelica nel 1967, diventato papa Paolo VI, per proteggere i preti in crisi dalla rigidità giuridica all’interno della Chiesa stessa. Per tutta la vita rimarrà infatti pastore e formatore, ma anche amico.
Il carteggio di Montini
Per tutta la vita Giovanni Battista Montini ha scritto migliaia di lettere. Erano certo altri tempi, ma lo scambio epistolare è per lui fondamentale per mantenere rapporti, informarsi, dare indicazioni. Una parte del suo carteggio (quasi 6mila lettere) è custodita nell’archivio dell’Istituto Paolo VI di Concesio, il centro studi nato nel 1979 (un anno dopo la sua morte) proprio per tenere viva la memoria del pontefice bresciano. Da alcuni anni ormai l’Istituto sta pubblicando l’edizione critica del carteggio per il periodo tra il 1914 e il 1933; un’opera monumentale giunta al quinto tomo del secondo volume: le lettere a familiari e amici sono quelle del 1931.
Il nuovo volume è stato presentato ieri alla sala Matteotti della Camera dei deputati; evento organizzato dall’Opera per l’educazione cristiana cui fa capo l’Istituto Paolo VI. Evento organizzato anche con l’Associazione delle Istituzioni di cultura italiane, per cui ieri era presente la presidente Flavia Piccoli Nardelli. Il saluto di benvenuto dell’onorevole Anna Ascani, vicepresidente della Camera, è stato un’interessante contestualizzazione dell’azione montiniana proprio partendo dall’invito a non lasciarsi spegnere il lucignolo.
Epistolario e relazioni
Don Angelo Maffeis, presidente dell’Istituto montiniano – dopo aver sottolineato che «il nostro lavoro è stato apprezzato e confermato con la recente istituzione dell’Edizione Nazionale degli scritti di Giovanni Battista Montini Paolo VI» – ha sottolineato che «l’epistolario pubblicato testimonia la fittissima rete di relazioni che Montini ha tessuto con studenti ed esponenti del mondo accademico ed ecclesiale. Quali aspetti si trovano in rilievo in questo scambio epistolare? Nonostante l’indubbio interesse delle lettere per decifrare lo sfondo politico del momento, in esse si riflette, si nota con chiarezza, che Montini non è un politico, ma in esse è presente appunto come uomo di Chiesa».

Uno stile sempre prudente, ma fermo nelle sue posizioni, innanzitutto contro il regime, «è la sua concezione dell’azione educativa e culturale a far sì che quello che intende essere e rimanere anzitutto un impegno pastorale assuma anche un importante rilievo politico nella società di allora».
MariaLuisa Lucia Sergio, dell’Università Roma Tre, ha spiegato come, soprattutto nel difficile 1931, «Montini svolge un’azione incessante di sostegno dottrinale, ma anche di mediazione con le autorità ecclesiastiche e ricorda ai giovani che la testimonianza cristiana richiede sì cautela, ma anche coerenza e sacrificio personale». Costantemente esorta i fucini «a non deprimersi in previsioni pessimistiche e a non esasperarsi dando luogo a intemperanze».
Dialogo e linguaggio
Dialogo. Nelle lettere, ha sottolineato Sergio, il linguaggio di Montini è semplice ma incisivo, «non c’è mai paternalismo nelle sue parole», non parla dall’alto in basso con il suo interlocutore, ma sempre si mette sullo stesso piano per entrare con lui in dialogo. Nel carteggio del 1931 emerge con forza la sua richiesta a rinnovare l’orizzonte di pensiero, a non chiudersi in sé stessi: «Non ignoriamo il mondo» scriverà più volte.

Il rapporto strettissimo di don Giovanni Battista con la famiglia è emerso nell’analisi di Jean Dominique Durand, dell’Università Jean Moulin-Lyon 3. «L’angoscia di Montini – ha spiegato – trova rifugio nel carteggio con il papà, con la mamma e con i due fratelli. E se soprattutto col padre Giorgio si entra nelle questioni politiche, nella corrispondenza con la madre Giuditta emerge la sua preoccupazione per la cagionevole salute del figlio». In una lettera, nella quale appunto risponde ai timori materni, Montini scrive: «Io mi difendo discretamente con il lavoro e con la solita noia». Nel carteggio familiare si spinge anche a dichiarare un po’ di delusione per l’azione di Pio XI: Montini vorrebbe papa Ratti più interventista contro il fascismo, ma alla madre ribadisce la totale fiducia nelle scelte e azioni del pontefice. Ai fucini chiede invece «maggiore fervore, per resistere anche attraverso l’azione culturale al fascismo», li invita a ritrovarsi attorno a piccoli focolari di amicizia. Già allora sognava quella civiltà dell’amore che chiese con forza durante il suo pontificato.




