’Ndrangheta a Flero: «Nessun legame con la cosca Alvaro»

Per il difensore di Tripodi non ci sono prove in grado di dimostrare la sussistenza di un’associazione mafiosa
Il palagiustizia di Brescia
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Non c’è elemento, di una qualche concretezza, che consenta di dire che Francesco Tripodi, e prima ancora il defunto padre Stefano, siano o fossero collegati alla ’ndrangheta e abbiano agito per conto ed in nome della cosca Alvaro di Sinopoli. Non c’è verso di sostenere l’accusa nei loro confronti di associazione per delinquere di stampo mafioso.

La difesa

A sostenerlo, nel corso del processo abbreviato che si sta celebrando davanti al giudice dell’udienza preliminare Valeria Rey, è il difensore dei due imprenditori titolari della carrozzeria di Flero che, stando a quanto ricostruito dai sostituti procuratori Francesco Carlo Milanesi e Teodoro Catananti, era il luogo in cui i due esercitavano il loro potere, forti della presunta affiliazione con la ’ndrangheta, ma anche l’epicentro di business illeciti e di guadagni frutto di estorsioni, usura, corruzione, spaccio di cocaina, ricettazione di armi, riciclaggio, ma anche di un’infinità di frodi fiscali e tributarie.

Riscontri mancanti

A supporto della sua tesi l’avvocato Emanuele Occhipinti, legale del foro di Ragusa, ha utilizzato anche le dichiarazioni degli stessi investigatori.

In particolare quelle del dirigente del Servizio centrale operativo anticrimine della Polizia di Stato che, sentito recentemente nel corso del dibattimento che si sta celebrando a carico tra gli altri dell’ex consigliere comunale di Brescia Giovanni Acri e di suor Anna Donelli, dopo aver sostenuto di aver «rilevato a Flero tutti i segnali della presenza di una organizzazione ’ndranghetista», ed aver indicato i collegamenti e i rapporti con il clan Alvaro e la cosca Mancuso di Stefano e Francesco Tripodi, non sarebbe riuscito, secondo il difensore di quest’ultimo, a fornire riscontri a episodi e contatti concreti.

Nessuna lusinga

Tra i 21 imputati che hanno scelto il rito abbreviato c’è anche Mauro Galeazzi, l’ex assessore ai lavori pubblici di Castel Mella, finito nell’inchiesta con l’accusa di voto di scambio. Secondo gli inquirenti sarebbe sceso a patti con i Tripodi promettendo loro l’assegnazione di appalti in cambio delle preferenze alle amministrative del 2021 alle quali, senza successo, si era candidato sindaco come capolista di una civica in quota Lega. Il suo difensore ha chiesto la sua assoluzione perché il fatto non sussiste. «Non c’è prova di alcuna accettazione delle lusinghe dei Tripodi» ha spiegato l’avvocato Daniele De Leo rifacendosi alle decisioni con le quali il Riesame e la Cassazione rimisero in libertà il suo assistito.

Dopo la requisitoria dei pm, che hanno nel complesso chiesto 177 anni di reclusione, e le conclusioni dei difensori degli imputati, il processo è stato aggiornato al prossimo 6 maggio. In quell’occasione il giudice darà la parola all’accusa per le repliche.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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