Ci sono alcuni elementi molto precisi che lo Sco della Polizia, il Servizio Centrale Operativo, ricerca per capire se in un territorio si sia radicata la criminalità organizzata, se i segnali che i reparti territoriali hanno raccolto siano effettivamente quelli relativi ad una infiltrazione mafiosa.
Secondo il commissario Marco Borrello, sentito ieri mattina a Palazzo di Giustizia nell’ambito del processo per concorso esterno in associazione mafiosa a carico di alcune delle persone arrestate o indagate con l’operazione Tuono che aveva azzerato una presunta «locale» di ’Ndrangheta che faceva capo a Stefano e Francesco Tripodi, «a Flero abbiamo rilevato tutti i segnali che ci indicano la presenza di una organizzazione ’ndranghetista».
La deposizione
Per l’investigatore i tre più rilevanti sono «il rapporto con la casa madre in provincia di Reggio Calabria, il sostentamento dei carcerati e delle loro famiglie e l’assenza di denunce o querele nei confronti degli appartenenti al gruppo». Rispondendo alle domande dei pubblici ministeri Francesco Carlo Milanesi e Teodoro Catananti, il poliziotto ha spiegato di aver rilevato, dalle intercettazioni ambientali e telefoniche, «un pellegrinaggio di imprenditori e professionisti nel capannone di Stefano Tripodi a Flero».
L’investigatore ha poi dettagliato quelli che, secondo le indagini, sono i collegamenti e i rapporti di Stefano e Francesco Tripodi con il clan Alvaro e la cosca Mancuso, citando nomi di soggetti collegati a queste organizzazioni e già condannati per associazione mafiosa in che sarebbero stati intercettati nell’azienda dei Tripodi.
Nel corso del controesame i difensori degli imputati hanno confutato i collegamenti fatti dagli inquirenti, chiedendo, senza per il momento ottenerli, alcuni specifici riscontri diretti ad episodi e contatti citati.
Il processo, che vede coinvolta anche suor Anna Donelli e l’ex consigliere comunale di Brescia, il medico Gianfranco Acri, riprenderà il 17 marzo.



